[ESCLUSIVA] – Luca Garri: “La gara contro gli USA al pari della finale olimpica”

[ESCLUSIVA] – Luca Garri: “La gara contro gli USA al pari della finale olimpica”

Gli Eroi di Atene 2004 ci dicono la loro sulla Nazionale del presente e del passato: le parole di Luca Garri.

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Iniziamo questa serie di interviste ai protagonisti dell’impresa dell’argento olimpico di Atene 2004, sperando che sia di buon augurio per la Nazionale che da lunedì inizierà a dar battaglia a Torino: l’Olimpiade manca ormai da troppo tempo – proprio 12 anni – e i ragazzi ce la metteranno tutta per riportare l’Italia nel panorama cestistico mondiale.

Abbiamo fatto, quindi, due chiacchiere con Luca Garri, all’epoca uno degli ultimi ad essere convocati (“eravamo rimasti io e il Pozz”) anche per via della sua giovane età, poiché già a 22 anni prese il volo ad Atene.

Domanda: Quanto conta fare gruppo e avere una buona chimica dentro e soprattutto fuori dal campo in un torneo così corto?

Risposta: E’ un aspetto fondamentale sempre, ma in nazionale lo è ancora di più rispetto ai club, perché hai molto meno tempo per lavorare sia in campo, sia fuori e quindi essere sempre molto legati facilita tutto, dal lavoro in palestra alle uscite di squadra.

DNella Nazionale di oggi, o nei ragazzi più giovani, c’è qualcuno che somiglia a quel Luca Garri di 12 anni fa?

R-Oddio, è dura. Forse Cervi, anche perché quest’anno è migliorato tantissimo: se avrà spazio potrebbe mostrare a tutti di cosa è capace. Poi per il resto è difficile, perché in Italia ci sono sempre meno lunghi…

DA proposito di questo annoso problema-lunghi, cosa manca all’Italia, oltre alla materia prima, per trovarne e crescerne di nuovi?

R-Parte tutto dalla mancanza di soldi: mancano le foresterie, ma soprattutto mancano gli allenatori formati. Io quand’ero giovane a Livorno sono stato allenato da allenatori che ora sono tutti in serie A, come Ramagli, Bechi, Banchi o De Raffaele. Manca proprio una vera e propria formazione degli allenatori, prima dei giocatori: i ragazzi non vengono più allenati sui fondamentali. Per dire, noi giovani alla mattina avevamo scuola, altrimenti avremmo fatto altre due ore di allenamento oltre a quelle pomeridiane, proprio come le squadre di serie A. Ora questo lavoro non c’è più, ma forse perché mancano proprio gli allenatori…

DEri il più giovane della spedizione ad Atene 2004: ti aspettavi di essere convocato da Recalcati a soli 22 anni?

R-Assolutamente no. Davanti avevo De Pol, ero sicuro che chiamasse lui. Per me era già un’opportunità incredibile stare in quel gruppo nella preparazione, poi ho visto che Recalcati tagliava gli uomini dalle liste ma io ero sempre dentro: alla fine gli ultimi due siamo stati io e Pozzecco. Ma ero dentro. In mezzo a gente che faceva l’Eurolega…

Quell’esperienza mi è servita tantissimo, infatti nonostante i 5 anni di differenza rispetto all’altro più giovane, mi pare Righetti, non mi hanno mai fatto sentire “l’ultimo”: se ero libero me la passavano, come succedeva con chiunque altro giocatore. Stavo zitto e si imparava, si portavano i borsoni o si aiutava quando c’era da aiutare: quell’estate è stata infinita, per un totale di 74 giorni in Nazionale, ma sicuramente il fatto di essere in un gruppo di bravi ragazzi, e in fondo tutti lo erano, mi ha aiutato moltissimo.

DTi sei sempre sentito pronto quando il coach ti chiamava in campo?

R-Non dovevo nemmeno esserci, quindi ogni minuto in campo davo sempre il massimo.

DQuella storica medaglia, sicuramente l’apice della Nazionale italiana, è pesata nella tua carriera? Ti ha dato responsabilità maggiori?

R-Mah, quello no. Avevo firmato con Roma prima delle olimpiadi quindi non so come sarebbe andata se avessi dovuto firmare dopo. Ma alla fine ero contentissimo di aver firmato con la Lottomatica perché era una squadra che faceva l’Eurolega, era uno squadrone. Comunque no, non ho sentito il “peso” di quella medaglia, non c’erano responsabilità maggiori. O almeno io non le ho sentite.

D99 gare in Nazionale: qual è il ricordo più bello e quale rammarico più grande, se c’è? Non vale dire la “centesima presenza”…

R-Potevo fare conto tondo (ride…). Così senza pensarci direi che l’apice è stata in semifinale con la Lituania, ma se devo dire il ricordo più bello vado con la gara di preparazione a Colonia. La partita contro gli Stati Uniti fu pazzesca perché nessuno ci credeva: i giornalisti, ma nemmeno noi stessi probabilmente. Poi la finale olimpica ovviamente, ma la gara con gli Stati Uniti fu il ricordo più bello: quando entrammo loro ancora non c’erano. Poi il primo ad entrare fu Iverson, e già lì pensi: “oook, la vedo dura”, ma alla fine è stata incredibile.

Rammarichi non ne ho, forse mi dispiace che nella mia carriera in Nazionale non ci sia un europeo: nel 2003 fui uno degli ultimi ad essere tagliato, mentre in un altro fu una decisione di comune accordo con Recalcati: parlai con lui, che fu onestissimo con me, e decidemmo così. Ma comunque ho giocato un’Olimpiade e un mondiale e direi che va bene così.

DConcludendo con la tua carriera nei club, tutti in Italia, hai giocato in 13 squadre sparse per la Penisola ma mai per lunghi periodi (a parte Biella)?

R-Sì, a parte Biella sempre un anno, infatti sono contentissimo di aver rinnovato con Tortona: con la società ci siamo trovati benissimo. Nel ruolo di “chioccia” non è facile perché ormai i ragazzini sono più emancipati rispetto a quando io avevo la loro età, però mi trovo bene. Certo, l’esperienza aiuta tanto e sopperisci anche ai cali fisici: ad esempio prendi un rimbalzo senza saltare perché leggi l’azione un secondo prima.

DIn tutta la tua carriera, qual è il tuo ricordo più bello legato alla pallacanestro?

R-Oddio, fammi riordinare i mille ricordi…Se devo scegliere, è la gara contro gli Stati Uniti: la mia prima gara davanti a 20mila persone, è stata un’emozione particolare, al pari della finale olimpica, anche se la posta in palio era diversa. Però l’atmosfera che c’era, i 600 giornalisti, un Duncan nel pieno delle proprie forze che rendeva semplice anche un movimento che non lo era per niente. Poi c’erano anche Wade, LeBron James, Anthony, che sono tutti miei coetanei più o meno, e vedevi che erano sì giovani ma già allora di un livello assurdo: non ci aspettavamo di vincere e fu una sensazione incredibile.

D-Dai, facci un pronostico per questo preolimpico…

R-Direi che i ragazzi ce la potrebbero fare benissimo, anche se non è semplice perché il nostro girone è il più difficile: negli altri ci sono Serbia e Francia super favorite, mentre da noi è tutto in ballo soprattutto con Grecia e Croazia. Se ti va storta una partita, rischi veramente di compromettere tutto: perché è vero che siamo in casa, ma se becchi la giornata in cui all’avversaria entra qualsiasi tiro è davvero dura. Poi se passi il turno puoi rifarti in semifinale, ma comunque è tosta. Speriamo che Belinelli si riprenda e poi bisogna stare attenti: la Grecia è la più completa con i vari Antetokounmpo e compagnia, ma occhio alla Croazia che, se non si perde com’è successo spesso nelle grandi manifestazioni, può essere una “brutta bestia”.

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