[ESCLUSIVA] – Massimo Bulleri: “Nazionale specchio dell’impoverimento del campionato, con qualche eccezione”

[ESCLUSIVA] – Massimo Bulleri: “Nazionale specchio dell’impoverimento del campionato, con qualche eccezione”

Gli Eroi di Atene 2004 ci dicono la loro sulla Nazionale del presente e del passato: le parole di Massimo Bulleri.

Continuiamo questa serie di interviste ai protagonisti dell’impresa dell’argento olimpico di Atene 2004, sperando che sia di buon augurio per la Nazionale che da lunedì inizierà a dar battaglia a Torino: l’Olimpiade manca ormai da troppo tempo – proprio 12 anni – e i ragazzi ce la metteranno tutta per riportare l’Italia nel panorama cestistico mondiale.

E’ il turno di Massimo Bulleri, playmaker di quella Nazionale capace di emozionare i tifosi: ad Atene ha arricchito il suo palmares con l’Italia dopo il bronzo europeo dell’anno precedente.

Quali sono i ricordi che hai delle Olimpiadi? Che emozioni si provano a vestire la maglia della Nazionale in un torneo così importante?

“I ricordi dell’Olimpiade sono due, la cerimonia ed il momento in cui mettiamo i piedi sul podio: questi per me sono i momenti clou, nel mezzo ci sono stati molti alti e pochi bassi. Rappresentare la propria Nazionale è un motivo di emozione e di orgoglio in qualsiasi tipo di manifestazione, dalla Juniores alle Olimpiadi. E’ bello potere indossare la maglia dell’Italia”.

Facendo un passo indietro, in quell’estate avete battuto gli USA. Vi ha dato consapevolezza della vostra forza? Pensi che loro vi abbiano sottovalutato?

“Non so dire se gli USA ci abbiano sottovalutato in quell’amichevole, sicuramente in quell’estate hanno sbagliato qualcosa e sottovalutato molte altre squadre anche in momenti molto più importanti. In quel momento non erano una grandissima squadra, c’erano LeBron James e Dwyane Wade all’inizio della loro carriera NBA e Tim Duncan già forte, ma probabilmente c’era qualcosa di sbagliato nell’assemblaggio. Quella partita non passò inosservata agli occhi di nessuno, però nella testa mia e dei miei compagni non ci ha fatto pensare che da lì a poco avremmo lottato per l’oro: fu comunque un segnale molto importante”.

Gianmarco Pozzecco era l’altro playmaker di quella Nazionale. Che rapporto c’era tra voi?

“Pozzecco è stato un compagno estremamente valido, corretto e disponibile nelle nostra nostra esperienza con la Nazionale, che aveva come obiettivo il conseguimento del miglior risultato possibile. Sicuramente grande rispetto tra noi, ma non ci sono stati episodi significativi da raccontare”.

La tua avventura con l’Italia coincide quasi interamente con quella di Recalcati. Che tipo di allenatore è?

“Charlie è un allenatore molto vicino come mentalità e approccio a quello di quando è stato giocatore, in campo lascia una grande libertà di iniziativa ai giocatori e questa è una chiave dei suoi successi. Anche con i club questo suo metodo di lavoro ha funzionato molto bene”.

In quegli anni hai avuto Messina come allenatore a Treviso. Ora è tornato a guidare la Nazionale, quali sono le somiglianze e le differenze con Recalcati?

Messina e Recalcati sono uniti dall’essere dei vincenti, penso che Carlo sia l’unico insieme a Bianchini ad avere vinto il campionato di Serie A con tre squadre diverse. Ettore ha vinto in maniera diversa con club e Nazionale: hanno modi diversi per essere vincenti. Messina ha un approccio da allenatore, con molto controllo nella gestione del gruppo sia a livello umano sia tecnico. Credo che non ci sia un modus operandi che vada bene per tutte le squadre, e credo che loro siano stati in grado di trovare spesso le soluzioni giuste per ottenere i successi”.

Pensi che Messina sia l’uomo giusto per la Nazionale in un torneo in cui non si può sbagliare? Anche alla luce delle sue esperienze alle Final Four di Eurolega, che possono essere considerate un evento simile.

“In tornei come questi fa la differenza la variabile fortuna, perché se agli Europei dello scorso anno Aradori tira due liberi di fila senza la pausa probabilmente fa 2 su 2 e la storia è diversa. Sicuramente Messina aggiunge qualcosa di nuovo e migliore rispetto all’ottimo lavoro di Pianigiani, a cui va il merito di avere preso l’Italia in un momento drammatico a livello sportivo, portandola dall’essere quasi ultima a quasi prima. Credo che la spinta portata da Ettore possa essere decisiva nel raggiungere le Olimpiadi”.

Tu hai fatto parte dell’ultima generazione vincente nella storia dell’Italia. Pensi che questa Nazionale possa vincere a breve? Finora è mancato qualcosa per ottenere i successi?

“Credo che il discorso di giocare per tornare a vincere delle medaglie sia prematuro, prima bisogna vincere il Preolimpico per arrivare alle Olimpiadi e l’obiettivo ora deve essere questo. Poi, nel caso, dipenderà molto dal girone, dalla posizione raggiunta perché arrivare primo o quarto non è la stessa cosa, si incontrerebbe una squadra forte in una zona in cui le medaglie non si vedono neanche. Non so cosa sia mancato alla Nazionale, perché bisognerebbe vivere la situazione da dentro, dalla tv è molto difficile farsi un’idea. Quel che è certo è che la Nazionale è lo specchio emblematico del drastico abbassamento del nostro campionato, con il livello che si è paurosamente impoverito di tutto, perdendo anche interesse a causa del dominio di Siena. A inizio stagione, oltre a Milano sembra che nessuno possa avere l’ambizione di vincere in Italia ed in Europa e questo d’estate lo si paga. Poi ci sono le eccezioni uscite dal nostro campionato, come Gallinari, Belinelli, Bargnani, Gentile e Datome, però il livello generale non è molto elevato”.

Ritieni corretta la scelta di Datome, Melli e Hackett di andare all’estero per confrontarsi con campionati competitivi?

“Datome, Hackett e Melli arrivano da grandi stagioni, essendo protagonisti in squadre che lottano per il titolo in campionati in crescita. Datome ha avuto una grandissima stagione, ha avuto la possibilità di giocare la finale di Eurolega e vincere il titolo e l’MVP in un campionato che dopo la Spagna è il più competitivo in Europa. Melli è un giocatore da quintetto in una squadra tedesca, con un campionato in grande ascesa, e ha fatto molto bene anche in Eurolega, mentre Hackett ha vinto il titolo in un campionato non così competitivo ma estremamente competitivo tra Panathinaikos ed Olympiacos nei momenti che contano”.

La distanza tra i grandi campionati ed il nostro si sta dilatando sempre di più, come si può invertire questa tendenza?

“Ci vorrebbe la bacchetta magica ma non ce l’ha nessuno. Penso che sia necessario arrangiarsi di più tra di noi, invece la tendenza è esplorare il mercato estero anziché guardare quello che abbiamo in casa. Bisognerebbe prendere dall’esterno solo quello che non abbiamo e che permetta di fare un salto di qualità, e non di quantità, di quello che abbiamo. Per fare questo è indispensabile un rilancio a livello economico, perché altrimenti i giocatori di qualità vengono in Italia solo per sgrezzarsi. Credo che si debba avere il 50% di italiani veri nelle squadre, togliendo degli stranieri, in modo da dare linfa anche alla Nazionale. Manca anche la programmazione nella quale un tempo eravamo maestri e che ci ha permesso di ottenere grandi successi, mentre ora si è persa perché molte squadre ad aprile non sanno chi sarà il loro allenatore l’anno dopo oppure non sanno se riusciranno ad iscriversi. Troppe squadre ripartono da zero ogni anno, tenendo non più di 1-2 giocatori: serve avere una certa visione per migliorare”.

Quali sono le avversarie più pericolose e qual è il tuo pronostico per il Preolimpico?

“La prima parte del girone è con la Croazia, con la possibilità di trovare poi la Grecia nell’eventuale finale. Queste due sono le squadre più pericolose, con i croati forse un gradino sopra perché la Grecia sta affrontando un periodo di rifondazione, con l’addio di alcuni leader. Credo che l’Italia sia la favorita, ma sarei davvero sorpreso se si qualificasse una squadra diversa da queste tre”.

Passando all’attualità, quest’anno sei tornato al Palaverde da avversario con la maglia di Ferentino. Che emozione è stata? Pensi che Treviso potrà tornare in alto sia in Italia sia in Europa?

“E’ stata un’emozione forte anche se al ‘Palaverde’ ero già tornato con accoglienze varie, da molto calde a molto fredde. Quella di quest’anno è imparagonabile, un’emozione totalmente positiva e molto forte perché l’applauso del pubblico è stato totalmente spontaneo, senza inviti da parte di nessuno e sicuramente è stata l’accoglienza più bella e forte che abbia mai vissuto. Un altro momento molto emozionante è stato quando sono tornato da avversario con Milano, trovando Giorgio Armani in mezzo al campo a premiarmi.
Treviso tornerà sul palcoscenico che le compete ma bisogna chiedersi ‘fra quanto?’, perché vincere il campionato è molto difficile anche se una squadra ha il blasone. L’equilibrio regna sovrano e ci sono uguali possibilità di vincere in casa ed in trasferta, la concorrenza è molto agguerrita, ma non è impossibile. Servono calma e pazienza, doti che Treviso ha dimostrato di avere, oltre alla fortuna che non può mancare”.

Cosa pensi della formula della LNP con una sola promozione? Ti piacciono i playoff lunghi a 16 squadre?

“Credo che questo discorso sia all’ordine del giorno di LNP, che ritiene che una sola promozione sia poco. Il discorso va ampliato con chi sta al piano di sopra, che ha tutto l’interesse che ci sia una sola retrocessione, a meno di pensare ad un ampliamento del campionato di Serie a, anche se non sarebbe la scelta giusta. Penso che sarebbe migliore stabilire due promozioni e due retrocessioni.
Mi sono piaciuti molto i playoff a 16 squadre, difficili ma stimolanti perché permettono di intraprendere un cammino molto lungo. Sarebbe stato bello vedere anche la Fortitudo salire, ma sorride solo Brescia”.

Le altre interviste:

Luca Garri
Carlo Recalcati

 

 

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy