[ESCLUSIVA] – Michele Mian: “Se Messina riesce a farli difendere, questi ragazzi possono andare lontano…”

Gli eroi di Atene 2004 ci dicono la loro sulla Nazionale del presente e del passato: le parole di Michele Mian.

Commenta per primo!

Continuiamo questa serie di interviste ai protagonisti dell’impresa dell’argento olimpico di Atene 2004, sperando che sia di buon augurio per la Nazionale che da lunedì inizierà a dar battaglia a Torino: l’Olimpiade manca ormai da troppo tempo – proprio 12 anni – e i ragazzi ce la metteranno tutta per riportare l’Italia nel panorama cestistico mondiale.

Oggi è il turno di Michele Mian, che ad Atene ha giocato poco per via di un infortunio, ma è stato protagonista di molte altre cavalcate azzurre e di quelle ci ha parlato. Quelle e non solo…

Domanda-Com’è stato rimanere fuori nelle partite che contavano ad Atene? Per te è stato un rammarico?

Risposta-Più che altro ero infortunato, perché mi ero fatto male nell’ultima gara del girone di qualificazione, proprio contro l’Argentina: per recuperare una palla vagante, mi son buttato ma due argentini mi sono saliti sul gomito e da lì non ho più potuto giocare. Io volevo giocare, anche se il gomito è un punto abbastanza delicato, solo che quando giochi con il CONI e risulta che sei infortunato non puoi entrare: quindi sicuramente brucia parecchio, però ho partecipato e ci siamo meritati la medaglia. Anche stando in panchina ed aiutando i miei compagni sono rimasto partecipe dell’impresa.

D-Lì hai giocato poco appunto per l’infortunio, ma quello che si percepiva da fuori era che tu fossi un po’ il leader: come ti facevi ascoltare?

R-La storia di quella medaglia risale all’anno prima perché quel gruppo si è formato con gli Europei del 2003, un gruppo senza star, senza i vari Myers, Abbio, Meneghin, Fucka per i vari motivi, e quindi si è dovuto creare un gruppo con una propria identità con un gran gioco di squadra e una gran fiducia per giocare questo tipo di partite. Ecco, la mia sensazione è che io abbia dato una grossa mano alla costruzione di questo gruppo; non l’ho mai chiesto loro direttamente, ma penso che fosse una cosa abbastanza riconosciuta dai miei compagni.

D-Quindi il segreto di quella squadra era il gruppo?

R-Si, direi di sì. Tornando sempre al 2003, venivamo da una preparazione difficile ed era appena stato escluso Pozzecco, che era l’unico giocatore di talento, che magari ti può dare qualcosa in più nelle fasi più critiche delle partite ed eravamo andati a giocare proprio a Varese una gara contro la Grecia: giocammo una partita veramente brutta e alla fine il pubblico inneggiava proprio al nome di Pozzecco, quindi era un momento davvero drammatico e difficile. Nel frattempo erano successe anche altre cose e quindi decidemmo di fare una riunione tra di noi. Io dissi chiaramente: “A questi livelli, secondo me, si vince con la difesa. Chiaro, non abbiamo forse un giocatore che ci può risolvere la partita, ma intanto arriviamo fin lì a giocarcela con la difesa. Nel ’99 con Tanjevic abbiamo vinto gli Europei con la difesa, poi sicuramente qualche giocatore di talento ce le ha risolte: intanto arriviamo fin lì con la difesa e poi si vede”. Da quel momento lì abbiamo vinto un torneo in Francia, un altro in Turchia e abbiamo conquistato un’identità di squadra. Poi c’erano giocatori con tanto, tanto carattere, magari con meno qualità; non che fossero scarsi eh, ma sicuramente con il carattere sopperivano alle mancanze tecniche. Quell’Europeo partì male, con due sconfitte iniziali di cui una di 30 con la Francia: mi ricordo i titoli dei giornali che ci dipingevano come la “peggiore Italia di sempre”, però abbiamo dimostrato che partita dopo partita siamo cresciuti, ci abbiamo creduto ed è stato l’inizio di un percorso incredibile. Quel bronzo fu del tutto inaspettato, ma l’anno dopo questo gruppo ritornò: Recalcati ha avuto un coraggio incredibile, lasciando il primo anno Pozzecco fuori anche per colpa di rapporti non idilliaci che hanno avuto e poi inserendolo in preparazione ad Atene. Recalcati aveva capito che lui era destabilizzante per il gruppo che in Svezia non si era ancora ben formato, ma lo richiamò nel 2004 perché il gruppo era ormai forte e poteva essere ben assorbito: Gianmarco ci diede una grossa mano, dandoci una spinta in più grazie al suo talento che ogni tanto ci tolse le castagne dal fuoco. Il risultato delle Olimpiadi fu davvero spettacolare.

La vittoria in semifinale olimpica contro la Lituania || vocidisport.it

D-In quale giocatore ti rivedi nella nazionale di oggi, se ce n’è uno? Sia tecnicamente che caratterialmente, nel caso…

R-Devo dire che ho seguito poco questo gruppo, infatti sono molto curioso di vederlo a Torino. Mi sta molto simpatico Stefano Tonut perché è partito da outsider e si è guadagnato il posto e mi fa molto piacere perché vuol dire che ha conquistato la fiducia dell’allenatore. Era un po’ quello che succedeva anche a me, perché dovevo sempre essere quello che doveva essere escluso ed invece mi sono sempre conquistato il posto, contro tutti i pareri della stampa o dell’ambiente intorno. Seguo poco la pallacanestro giocata, devo ammetterlo, ma istintivamente scelgo lui: poi ho giocato anche con il padre, Alberto, quindi se Stefano ha solo una parte del talento che aveva Alberto avrà un buon futuro.

D-Hai partecipato anche a quella di Sydney, sicuramente un altro ottimo risultato (quinto posto, nda): quali sono i ricordi belli e i rammarichi tra le due esperienze olimpiche?

R-Sydney è quella che forse ricordo meglio, sia in bene che in male. Ce l’ho ancora nel cuore, forse perché la prima Olimpiade, poi sono partito in quintetto alla prima partita dopo 16 anni che l’Italia che non vi partecipava ed è stata una grande emozione nonché soddisfazione. Tuttavia quella Olimpiade mi brucia ancora più di Atene, probabilmente è il rammarico più grande della mia carriera, perché nei quarti di finale contro i padroni di casa dell’Australia stavamo giocando una partitaccia, di quelle a punteggio bassissimo che se vai sotto di 6-8 punti sembra di essere sotto di venti…a 6-7 minuti dalla fine ero entrato e avevo davvero cambiato l’inerzia della partita: eravamo passati in vantaggio, stavo marcando molto bene Andrew Gaze che era il loro giocatore più forte. Poi Tanjevic, anche giustamente, ha puntato su giocatori che lui riteneva potessero dare di più per la volata finale ma non andò così e Gaze ci ha massacrato. Lì abbiamo perso una grande opportunità per giocarci una medaglia perché poi avremmo affrontato la Francia, che già avevamo battuto nei gironi; se avessimo perso, eventualmente ci saremmo giocati un’altra opportunità con la Lituania che aveva perso con gli Stati Uniti. Mi dispiace perché in quelle manifestazioni basta davvero poco per prendere fiducia e quindi hai tutto un altro spirito nell’affrontare le partite: per dire, io il giorno dopo nella finale per il quinto posto contro la Jugoslavia avevo fatto 14 o 16 punti. Se fossimo andati a medaglia, sarebbero state delle Olimpiadi davvero speciali, invece così c’è l’amaro in bocca. Quella squadra era davvero forte, con tutti i giocatori che erano al massimo delle proprie possibilità.

Mian e Abbio con l’oro europeo || messaggeroveneto.gelocal.it

D-Come dimostrato anche l’anno prima con l’oro europeo…

R-Sì, in quell’europeo non avevamo tanta pressione e c’era tanto affiatamento, come poi si è ripetuto nel 2003 e 2004. Invece a Sydney non fu per nulla facile perché il gruppo e i giocatori stessi avevano subito tanta, tanta pressione: anche per questo ricordo che in campo c’era tanto nervosismo e tanta negatività che purtroppo non riuscimmo a gestire bene.

D-Prima hai detto che a Sydney hai lasciato i ricordi più belli: quali sono?

R-Sicuramente la cerimonia di apertura, per me una delle giornate più incredibili perché non sai cosa ti aspetta: prima di entrare in questo palazzetto, ci sono tutta una serie di attese quindi da un certo punto di vista sembra una giornata “noiosa”, però quando entri è incredibile. Io ho dei flash nel senso che ero così eccitato che nemmeno mi ricordo cosa facevo, era una cosa pazzesca. Altri bei ricordi sono le due finali dei 400 metri, maschili e femminili, dove c’era Michael Johnson, icona di quelle Olimpiadi, e la favorita australiana aborigena (Cathy Freeman, nda) che poi vinse: lo stadio letteralmente esplose e mi viene ancora la pelle d’oca a pensarci, mai vista una cosa così.

D-Riguardo ai club, sei partito da Gorizia, tua città natale e l’hai portata dalla B alla A1: come ci si sente a fare una scalata del genere con la squadra della tua città? Anche Rieti l’hai portata in A, ma senti differenze tra una e l’altra proprio per il fatto che con Gorizia rappresentavi il tuo territorio?

R-La promozione con Gorizia l’ho sentita senti come una cosa mia. Infatti ho sofferto molto quando la società ha venduto i diritti perché lì ho fatto le giovanili, poi al primo anno in B siamo saliti e poi dopo 4 anni in A2 siamo andati in A1. La sentivo proprio mia quella squadra e alla fine mi è sembrato come se “mi avessero venduto casa”. A Rieti ho bellissimi ricordi e sono stato contentissimo di averci vissuto, però sicuramente questo senso di appartenenza che avevo con Gorizia là non c’era: in Lazio mi trovavo bene dappertutto, sia fuori che in campo, sia per la città che per il pubblico caldissimo. Due anni davvero meravigliosi.

fogliogoriziano.com

D-Ora sei a diretto contatto con i bambini, con la tua scuola basket Miky Mian: come vedi la situazione futura del basket italiano? È solo colpa della poca programmazione e mancanza di allenatori formati (come ci ha detto Garri), oppure è un problema proprio dell’educazione data dai genitori ai propri figli?

R-Ora da me c’è solo minibasket, quindi deve essere solo divertimento per ora. Non so quale sia il problema, ma sicuramente ci sono vari fattori che influenzano il tutto: innanzitutto, ci sono aspettative troppo alte e troppo presto verso dei ragazzi che dovrebbero pensare più a divertirsi che non a diventare dei professionisti. Io, per dire, mi sono scoperto giocatore professionista a 26-27 anni perché prima era solo divertimento, anzi mi dava quasi fastidio definirmi tale, infatti ho continuato gli studi (ha una laurea in filosofia, nda). Ho sempre pensato che per essere professionista non basta giocare in Serie A, ma lo devi dimostrare anno per anno. Faccio un esempio: nel 1994 vincemmo un argento europeo con la Nazionale under-22 e io ero l’unico che veniva dalla Serie B, mentre tutti gli altri erano già in A1 o A2 ma già con minutaggi importanti. Alla fine quello che ha avuto una carriera costantemente ad alti livelli sono stato io e questo mi fa pensare che se molti giocatori già giocavano in Serie A ma non sono esplosi vuol dire che è difficile sentirsi un professionista già a quell’età. Per come l’ho vissuta io, il basket deve essere un divertimento, prima di tutto.

In secondo luogo, gli spazi sono diminuiti: ai miei tempi in B c’era solo un americano per squadra, in A2 due e in A1 due più un comunitario. I ragazzi per crescere devono avere la possibilità di giocare, di sbagliare e di ri-sbagliare, mentre adesso ci sono poche società che hanno la pazienza di crescere e che programmano per il bene dei ragazzi a tutti i livelli, dalle giovanili alla serie D fino alla A1. Vincere non è tutto e per me questa mancanza di pazienza è una cosa ridicola!

D-Hai vinto anche l’oro e bronzo europeo nel ’99 e 2003 quindi sai come si vince con la maglia azzurra: cosa devono e cosa non devono fare i ragazzi di Messina per portarsi a casa la qualificazione olimpica?

R-Domanda difficile. Negli ultimi due anni questa squadra l’ho vista molto in crescita, anche come gruppo. Il mio grosso dubbio, come mia filosofia di gioco, sta nella solidità difensiva: al momento questa Nazionale non ce l’ha. Ha un grossissimo talento, ma ci sono due strade: o Messina riesce a farli difendere e allora potrebbero raggiungere qualsiasi obiettivo in questi anni, oppure cerchi di lasciarli “liberi” di sfogare tutto il loro talento.

D-Insomma ci hai già fatto un pronostico su questo preolimpico…

R-Da molti anni ormai non esistono le squadre cuscinetto, quindi ogni partita è a sé stante e bisogna affrontarla una per volta. Detto questo, dipende da come giocheranno e da come Messina li farà giocare. Sono molto curioso, ma speriamo bene. Anche perché se poi arrivano a Rio tutto potrebbe accadere…

 

Le altre interviste:

Carlo Recalcati

Giacomo Galanda

Matteo Soragna

Massimo Bulleri

Luca Garri

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy