[ESCLUSIVA] Roberto Chiacig: “L’identità di squadra è fondamentale, il talento da solo non basta”

[ESCLUSIVA] Roberto Chiacig: “L’identità di squadra è fondamentale, il talento da solo non basta”

Gli eroi di Atene 2004 ci dicono la loro sulla Nazionale del presente e del passato: le parole di Roberto Chiacig.

Concludiamo questa serie di interviste ai protagonisti dell’impresa dell’argento olimpico di Atene 2004, sperando che sia di buon augurio per la Nazionale che da questa sera inizierà a dar battaglia a Torino. L’Olimpiade manca ormai da troppo tempo – proprio 12 anni – e i ragazzi ce la metteranno tutta per riportare l’Italia nel panorama cestistico mondiale.

E’ il turno di Roberto Chiacig, uno dei quattro friulani presenti alla spedizione dell’Italia dei canestri in terra omerica. Centro vecchio stile, dominatore del pitturato, Ghiaccio vanta un’esperienza decennale con la Nazionale azzurra costellata dalla conquista dei tre metalli più preziosi dello sport: oro agli Europei del 1999, argento ad Atene 2004 e un bronzo agli Europei svedesi del 2003.

Chiacig, lei ha militato in molte squadre della penisola italiana ma è universalmente noto con il soprannome di Ghiaccio. Vi è qualche riferimento ad uno suo particolare aspetto caratteriale?

No, la motivazione di questo soprannome che ormai mi contraddistingue è molto più semplice. La maggior parte delle persone hanno sempre trovato difficoltà a pronunciare il mio cognome che suona non molto italiano. Per questo, a Treviso, durante il periodo delle giovanili, mi chiamavano Chiaccio che poi col tempo è diventato Ghiaccio.

Oltre alle tante squadre di club ha avuto una longeva carriera con la canotta azzurra, quali sono i ricordi più dolci della sua esperienza in Nazionale?

Ho fatto parte del giro della Nazionale per quasi dieci anni e per me è sempre stato un onore indossare la canotta azzurra anche perchè credo sia l’obiettivo massimo per uno sportivo quello di rappresentare il proprio paese ad una manifestazione più o meno importante. I ricordi più belli sono legati al gruppo del quale ho avuto la fortuna di fare parte. Un gruppo che si era consolidato nel tempo, che non è mai cambiato sensibilmente nel corso degli anni, con l’inserimento o l’esclusione di pochi giocatori a seconda delle annate. Per quanto riguarda il 2004, ricordo benissimo il post partita della semifinale contro la Lituania. Ricordo le emozioni dell’ultimo minuto di gioco mentre ci avvicinavamo sempre di più ad una medaglia olimpica ma non ho ricordi precisi del resto della partita che ho vissuto tutta d’un fiato essendo stata particolarmente tesa e punto a punto,

In quella Nazionale di Atene 2004 ritrovò Charlie Recalcati con cui aveva appena vinto il primo, storico, scudetto senese. C’è qualche differenza fra il Recalcati coach di club e quello della Nazionale italiana? 

Recalcati è un allenatore che ha sempre collaborato molto con i propri assistenti. A Siena accadeva con Pianigiani così come in nazionale c’era un confronto costante con Fabrizio Frates. Charlie ha sempre gestito i gruppi in una certa maniera, cercando di imporsi il meno possibile. Quella del 2004 era una Nazionale il cui nucleo fondamentale era nato con Tanjevic per poi crescere sempre di più. Era un gruppo che si conosceva molto bene e, sotto questo aspetto, Recalcati ha avuto poco lavoro da svolgere. Pianigiani, ad esempio, ha trovato un gruppo che si conosceva molto meno e gli sforzi, in questo verso, sono stati maggiori.

Da Recalcati a Messina. E’ l’uomo giusto per riportare l’Italia cestistica alle Olimpiadi dopo dodici anni di assenza?

L’Italia dispone di giocatori come Datome e “gli NBA” che possono fare la differenza ma che, al contempo, devono essere gestiti in una certa maniera una volta inseriti in gruppo. Messina è il coach adatto per creare e gestire questo gruppo. Ha polso, gode del rispetto assoluto da parte dei giocatori e in questo momento ha più carisma di qualsiasi altro allenatore italiano. Serve una ferrea disciplina per gestire una squadra con tanto talento come la Nazionale odierna e per evitare che qualcuno provi ad emergere tentando di vincere la partita da solo.  Nel 2004 eravamo tutti dei gran lavoratori e questo ci permetteva di mettere quel qualcosa in più quando magari il talento faticava a venir fuori.

Dunque, quanto conta in una competizione brevissima come un Preolimpico trovare un’identità di squadra ben definita?

Direi che è fondamentale anche perchè il talento da solo non basta. Quando ci siamo qualificati alle Olimpiadi, non avevamo nessuna chance di conquistare la medaglia di Bronzo. Davanti avevamo la Francia di Tony Parker ed altri Nba e, sulla carta, nessuno avrebbe scommesso mezza lira su di noi. Ma la pallacanestro è bella perchè, molto spesso, vince la squadra che ci crede di più. Anche per questo Preolimpico, occorre che la Nazionale si senta in grado di poter vincere. Sono quattro partite secche e, al di là di sorprese clamorose, ci giocheremo la qualificazione con la Grecia. La strada verso Rio non è impossibile ma bisogna che il gruppo si crei velocemente.

Qualcuno imputa a questa nazionale una non eccelsa applicazione difensiva, lei cosa ne pensa?

Ho sempre creduto che la difesa sia solo una questione di mentalità. Per me non esistono squadre brave o meno brave in difesa, ma soltanto squadre che hanno o meno la volontà di difendere. Tutti i giocatori risultano buoni difensori se hanno voglia di rimanere concentrati. Torniamo sempre lì. In questa Nazionale il talento necessario all’attacco non importa cercarlo chissà dove ma bisogna semplicemente tirarlo fuori perchè di sicuro non manca; ciò che bisogna valutare è vedere se l’intensità e la voglia di vincere che si rispecchia nella difesa sia presente o meno. Se un giocatore ha fame, difende con intensità e mette in difficoltà gli avversari con l’aggressività.

Per questo Preolimpico, Ettore Messina ha convocato due centri come Marco Cusin e Riccardo Cervi. Si può ormai ritenere ci sia stata un’estinzione per quanto riguarda quel tipo di centro che ormai viene denominato “classico”. Quali sono, secondo lei, le cause che hanno portato a questa mutazione nel ruolo di centro?

Credo che le cause vadano rintracciata nel modo in cui adesso i ragazzi vengono cresciuti nelle giovanile. A mio parere, sui lunghi italiani, non viene più fatto un lavoro mirato per insegnar loro a giocare spalle a canestro. Sono cresciuto a Treviso imparando determinati movimenti per implementare il mio gioco spalle a canestro oltre a lavorare costantemente su altri fondamentali come gancio e piede perno. Ho avuto la possibilità di allenarmi e giocare con Riccardo Cervi per quasi un anno e mezzo e posso dire che possiede potenzialità e doti atletiche per sfondare a livello europeo ma, nel suo bagaglio tecnico, c’è pochissimo gioco spalle a canestro. Adesso, certi dettagli si tralasciano anche perchè plasmare un giovane è ormai diventato una rarità, preferendo puntare su giocatori già pronti e funzionali al momento. E’ sempre più difficile dunque trovare ad esempio un Michele Mian il quale, con il lavoro e la voglia di mettersi in mostra, è giunto in Nazionale partendo dalla Serie B con Gorizia che lo aveva allevato fin dalle giovanili.

Le altre interviste:

Carlo Recalcati
Giacomo Galanda
Matteo Soragna
Massimo Bulleri
Luca Garri
Michele Mian
Denis Marconato
Gianmarco Pozzecco

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