Il basket alle Olimpiadi – come il gioco si fa storia

L’evoluzione del basket alle olimpiadi non riflette solo l’evoluzione del gioco ma di tutto quello che avviene intorno.

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Eccelle l’acqua su tutto in natura

e l’oro, come fuoco se risplende

acceso nella notte,

batte il prestigio di ogni altra ricchezza.

E se davvero tu vuoi cuore mio

famosi rendere i premi e le gare

stella lucente non cercar del sole

più calda nell’aria deserta,

nè mai d’una gara diremo

che quelle corse ad Olimpia raggiunga.

(Pindaro, Olimpiche I)

Niente è come una finale olimpica.

Tutti sanno che cos’è.

Olimpiade, fin dall’antica Grecia, significa un afflato universalistico a radunare tutto lo sport del mondo, con l’ambizione di fermare tutte le guerre per il periodo delle competizioni.

Purtroppo, non è possibile, in questo tempo, fermare le guerre nel mondo. Ma ancora oggi l’olimpiade è un evento diverso da un campionato mondiale, diverso da un campionato NBA o da un’eurolega. Non necessariamente di un livello più alto, anzi, l’esigenza di raccogliere squadre da ogni continente può diminuire le performance, ma con un fascino che manca a qualsiasi altra competizione.

Il basket alle olimpiadi è stato ammesso nel 1936, molto prima della pallavolo (1964), e ancora sotto gli occhi del suo inventore, James Naismith. Per sua natura, ha avuto un destino simile a quello dell’hockey, che, nelle competizioni invernali, è diventato il luogo d’elezione del confronto della guerra fredda e successivamente si è aperto ai professionisti.

All’inizio non capito, nella prima edizione, ha rapidamente guadagnato importanza prima grazie alle squadre americane, poi a un evento pazzesco e mai più ripetuto a Monaco, e infine, dopo la fine della Guerra Fredda, si è aperto agli spazi infiniti del gioco NBA.

Se vogliamo giocare con i tempi, possiamo dividere la storia olimpica del basket in quattro fasi:

  1. Gli albori: le olimpiadi del 1936 e del 1948
  2. USA vs URSS: dal 1952 al 1988, il basket olimpico è uno showdown tra le due superpotenze, che sul campo, non solo cestistico, sublimano un confronto culturale, sociale, politico e, soprattutto, militare.
  3. I pro: da Barcellona ’92 a Sidney 2000 l’entrata in campo dei professionisti rende impossibile il confronto
  4. Il basket globale: nel 2004 l’Argentina vince l’oro a Atene, battendo in finale l’Italia. Comincia una nuova era, i pro capiscono che devono impegnarsi allo spasimo per vincere.

La storia olimpica del basket è ricca di eventi e personaggi, e da lei ramificano altre mille storie. Come un poema epico, la rincorsa alla forza degli americani, un tempo irraggiungibili, ci ha fatto arrivare oggi a una situazione se non di equilibrio, in cui almeno si può pensare di combattere.

Fase I: le origini: Berlino 36 Londra ‘48

http://kuhistory.com

L’importante è partecipare”

De Coubertin

Il basket arriva ai giochi nel 1936 a Berlino, le olimpiadi forse più controverse della storia. Il regime nazista vuole rendere i giochi olimpici un esempio del fulgore della Germania e Goebbels organizza le cose in grande. Si inventa la cerimonia dell’accensione del braciere e rende tutto il contorno molto più evidente. Assume la cineasta espressionista Leni Riefenstahl per produrre un film dalla competizione olimpica ma inciampa in Jesse Owens, che diventa la vera icona dei giochi rubando la scena agli atleti tedeschi.

Per paradosso, il regime per sua natura più razzista di sempre produce il film che esalta la prima figura universale di atleta di colore. Scherzi della storia.

In questi scherzi della storia, esordisce il basket, sotto gli occhi del suo fondatore, James Naismith, che si reca a Berlino per vedere le partite del “suo” gioco. È un’olimpiade del basket molto strana, almeno ai nostri occhi. Il gioco si svolge all’aperto, i palloni sono chiusi da un’ingombrante cucitura che rende complicato palleggiare.

Per migliorare l’approccio al gioco, l’organizzazione tedesca localizza il campo di gioco su dei campi da tennis in terra rossa, forse perché la pallina rimbalza quindi anche la palla da basket. Ulteriore controindicazione, durante le olimpiadi piove spesso, ma questa non viene vista come una ragione per non giocare, quindi alcune partite, e in particolare la finale, si giocano sotto un vero diluvio.

In finale si affrontano Stati Uniti e Canada, le due nazioni di Naismith, nato in Canada appunto ma che ha lavorato sempre negli Stati Uniti. Il gioco che Naismith vede svolgersi sotto i suoi occhi è molto diverso da quello che aveva immaginato, ma non importa, l’istruttore di educazione fisica della YMCA ha il privilegio di vedere la sua invenzione assurgere al livello più alto, e non è una cosa che sia successa a molti altri.

Per la cronaca, vincono gli Stati Uniti, che inaugurano un filotto di 8 competizioni olimpiche senza sconfitte, fino alla finale del 1972 a Monaco. Ancora olimpiadi tedesche, ma un altro mondo.

Allenatore di quella squadra americana era James Needles, che operava nella AAU (Amateur Athletic Union), lega amatoriale americana, in cui giocarono molti dei protagonisti olimpici in quanto non professionisti, insieme agli atleti di college. Con lui in squadra il suo pivot della Universal Pictures, Frank Lubin.

Lituano di origine, Lubin approfitta delle olimpiadi per fare un viaggio nel paese di nascita del padre. In Lituania entra in contatto con il locale movimento cestistico e fa’ parte della nazionale, con cui vince gli europei del ’39. Pivot gigantesco per il tempo (si fa per dire, un paio di metri scarsi), Lubin aveva imparato i fondamentali a UCLA e poi con Needles stesso nella AAU. Lubin rimase in Lituania fino al 1939, quando fuggì allo scoppio della guerra tornando avventurosamente in USA, dove continuò a giocare fino agli anni ’50.

L’Italia chiude settima, con una bona squadra guidata da Decio Scuri in panchina, allenatore a cui fu poi intitolato un torneo giovanile italiano.

Le olimpiadi del 1948 a Londra, ben dodici anni dopo Berlino, sono i giochi della ricostruzione. Un’Europa che si sta velocemente riprendendo dalla guerra localizza a Londra, quasi in risposta diretta a Berlino, i giochi della rinascita. Un grande cestista italiano, entrato poi alla Hall of Fame di Springfield, vince l’oro. Peccato che sia nella pallanuoto, sport in cui Cesare Rubini è ugualmente capace, arrivando a essere uno dei pochi che ha il privilegio di essere entrato in due hall of fame mondiali.

La nazionale italiana arriva con Elliot Van Zandt, che li ha portati a vincere la famosa partita al velodrome di Parigi dopo che gli italiani erano stati sconfitti pesantemente dai francesi al Vigorelli. Van  Zandt, sergente dell’esercito americano, continua a ripetere “fundamentals, fundamentals, fundamentals”. Leggere i nomi di quella squadra fa girare la testa: Tracuzzi, Primo, Stefanini, Romanutti. Ma qualcosa si è rotto nel rapporto tra l’allenatore e la squadra e le cose non vanno bene. Non aiuta essere in un girone con Brasile, Canada, Uruguay e Ungheria, fatto sta che la nazionale si classifica diciassettesima.

La lezione di Van Zandt, però, non andò perduta. Tracuzzi e Primo, due dei suoi pupilli, divennero allenatori importanti e aiutarono a forgiare la grande generazione degli anni ’70 e ’80 dalla panchina.

Per la competizione, gli Stati Uniti furono ancora più forti di tutti. Gli americani schieravano le stelle di Kentucky, (Alex Groza, Cliff Barker e Kenny Rollins), che per due anni avevano dominato la NCAA. Gli USA veleggiarono verso la finale senza incontrare veri ostacoli e vinsero nettamente 65-21 contro la Francia.

I giocatori americani appartenevano alla NCAA in parte, e alla AAU, come nel 1936. La BAA (Basketball Association of America) battagliava all’est per ottenere rilevanza e fondare finalmente un campionato professionistico, ma ciò non importava molto al CIO. E non gli importò ancora per i successivi 44 anni.

http://www.bigbluehistory.net

I giocatori di Kentucky però entrarono nella NBA e per due anni anche lì imposero la loro legge. Ma nel 1951 Groza e gli altri di Kentucky vennero accusati di aver truccato le partite, facendo in modo di perdere con scarti inferiori al previsto per conto di scommettitori, il cosiddetto point shaving. Maurice Podoloff, l’inflessibile commissioner della NBA, non ebbe pietà e li radiò dal basket professionistico per sempre.

Tra i giocatori americani di quel tempo c’era anche Vince Boryla, un vero uomo per tutte le stagioni, che attraversò le successive 60 annate di basket pro in tutti i ruoli: giocatore, allenatore, general manager.

Il 1948 chiude un’epoca breve del basket olimpico, vissuta giocoforza a cavallo della più sanguinosa guerra della storia. Il movimento non vede ancora arrivare quello che sta per succedere: il concetto di “guerra fredda” è ancora da venire, ma un orso russo, anzi, sovietico, si sta risvegliando da un lungo letargo, e non si potrà fare a meno di vederlo, per i 40 anni a venire.

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