Il giorno di Italia – Messico, la bellezza del basket essenziale

Il giorno di Italia – Messico, la bellezza del basket essenziale

La bellezza del gioco non è un optional: le grandi squadre giocano bene. L’Italia spesso se lo dimentica, come se la vittoria fosse una cosa a sé e non importi come arriva. Ma quello che basta per Tunisia e una brutta Croazia, può non bastare nel momento in cui si deve vincere contro qualcuno di forte, perché uno forte fa sempre un grande basket.

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cerco un centro di gravità permanente”

(F. Battiato)

Gli occhioni di Manuel Raga guardano il campo con una nota di nostalgia. Dal basso del suo metro e ottantotto, Raga si giovava di un’elevazione prodigiosa per il tempo e un ottimo tiro dalla media, cose che, a ben vedere, rappresentano ancora oggi l’identikit del giocatore di successo. Ma adesso, il suo Messico, dopo una vittoria con l’Iran e una sconfitta abbastanza netta con la Grecia, si trova davanti l’Italia per provare a raggiungere l’obiettivo, o per meglio dire il sogno, di una partecipazione olimpica.

A dire il vero sembra difficile. I messicani giocano un basket coraggioso, cercano il tiro da tre e difendono alla morte, ma il talento è limitato e solo una versione amletica dell’Italia, incerta com’è sembrata in certi momenti con la Croazia, può davvero pensare di lasciargli un varco.

 

Manuel Raga
Manuel Raga

 

Queste sono le partite più facili, da perdere. Si entra tranquilli, anche se Messina lo sa e metterà il pepe sulle code dei suoi giocatori, ma certe cose sono inevitabili. Bisogna saperlo, bisogna doparsi emotivamente per mettere in campo il meglio di sé, e questo meglio deve essere in attacco.

Insomma, se non si riesce a giocare un buon basket contro il Messico, quando? Se non si riesce a dare un po’ di ordine e a fare le cose bene, senza usare la scusa della sostanza, che piace a noi italiani (ma se vinco allora che bisogno c’è di giocare bene? Non possono giocare male? Difendere e basta?)

Beh, no. La partita con la Croazia ha detto diverse cose. Posto che la Croazia non ha impressionato, non è una squadra da fare 12 punti a quarto, illudersi che si possa vincere cercando tiri eccezionali a ogni azione è sbagliato. Il titolo di un vecchio libro di Dan Peterson è “basket essenziale”, e all’essenzialità del gioco i nostri devono tornare. Hanno spesso la tendenza a cercare la soluzione eroica, a pensare troppo, tenere la palla in mano e cercare un palleggio che non serve a nulla.

Non c’è da fare di più, ma di meno. Togliere le “cavolate”, le cose complesse e ritornare a concetti di gioco semplici: passare la palla, finire il ribaltamento da un lato all’altro senza fermarla inutilmente al vertice del tiro da tre, sapere che se si viene raddoppiati o triplicati uno libero c’è e bisogna beccarlo, se si vuole favorire l’1vs1 isolare davvero il giocatore prescelto.

 

 

La natura di “stelle” dei nostri li porta a pensare di avere la tecnica per fare cose difficili, ma il segreto dei grandi tecnici non è che fanno cose difficili, ma che sanno in ogni momento farne di facili, rendono il complicato semplice, slegano il problema ingarbugliato. Poche cose sono eleganti come il gioco di Spanoulis, un grande assente, ma capace di andare per linee dritte con un’andatura caracollante da ragioniere.

Quindi, Gallo, se vuoi palleggiare e penetrare fallo subito, non aspettare mentre il pubblico si chiede cosa farai. E Beli, se porti palla avanti, liberatene e taglia. Fate qualche passaggio, liberatevi, ci sono i movimenti senza palla, non sono una malattia, si possono usare.

Picasso diceva che da piccolo disegnava come un classico e ci mise tutta la vita per tornare a disegnare come un bambino. I nostri giocatori hanno una loro dimensione ma devono tornare a fare le cose semplici e immediate con decisione. Da un passaggio veloce, un ribaltamento, nascono tiri migliori che dall’attesa in punta al tiro da tre.

La difesa comincia a esserci, ora ci deve essere l’attacco, perché contro la Grecia o un’altra Croazia, non potremo permetterci di giocare come le prime due partite. La Grecia ha un play vero in Calathes, giocatori di alto livello e un Giannis che si allevano come un bambino da far crescere con calma, non un frutto ma un albero intero di frutti che raccoglie in sé le caratteristiche di un giocatore totale: alto, dinamico, tiratore, passatore, atleticissimo.

I nostri, che promettevano meravigliosamente, hanno passato l’età di Giannis a contorcersi nei loro dubbi, costruendo squadre irriducibili a un principio di gioco, incompresi dai loro allenatori, che non sono riusciti a mettere in piedi uno straccio di gioco. Certo, un play che prenda la palla come Calathes, che tenga le redini con forza, non farebbe male, ma non ce l’abbiamo. Hackett, all’americana, può prenderla adesso, dopo un anno a imparare dal migliore di tutti in Europa all’Olympiacos, pretendendo di essere lui la mente pensante della squadra.

 

 

D’altronde, Battiato si accontentava di UN centro di gravità, due sarebbero stati troppo e avrebbero reso il sistema instabile.

Resta da chiedersi come mai, dopo tanti anni, questi giocatori non riescano a giocare decentemente insieme. Fanno campionati per nazionali buoni, ma quando si tratta di uscire dal mucchio e vincere, i limiti di gioco escono tutti. Cambiati allenatori e ambiente, ma non è bastato, finora.

Allora, per una volta, diamola a loro la fiaccola, quella dell’umiltà, quella della voglia di lottare. Tocca a loro. Gli allenatori non c’entrano, ormai, se non per non fare danni. Il Messico non è un avversario difficile, se non lo rendiamo tale noi, e dobbiamo renderci conto che batterlo deve avvenire giocando un buon basket, che è un concetto universale fatto di condivisione, responsabilizzazione, aiuto reciproco, circolazione di palla.

La bellezza, la bontà del basket, non sono concetti superficiali. Le grandi squadre sono anche “belle” nel loro modo di stare in campo e nel farlo con naturalezza. Se i nostri giocatori non ci arriveranno, non potranno mai raggiungere gli obiettivi che si sono prefissati, se se li sono prefissati, ma che di certo noi ci aspettiamo, dalla squadra più talentuosa della storia.

Con buona pace di Manuel Raga.

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