L’Italia dei fenomeni alla ricerca della sua anima (ancora)

L’Italia dei fenomeni alla ricerca della sua anima (ancora)

Una straordinaria generazione di cestisti italiani ha forse l’ultima possibilità di posizionarsi nella storia del nostro basket, ma per farlo, alcuni dovranno scordare se stessi.

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Se nessun uomo è un’isola, la nostra squadra è perlomeno un arcipelago. Un gruppo di giocatori di talento, cresciuti in ambiti diversi, ognuno o quasi da uno specifico settore giovanile, e una grandissima difficoltà a metterli insieme, elemento che ha minato i risultati di una delle generazioni più promettenti di sempre.

Ieri sera contro la Croazia questo era evidente. I giocatori italiani quando ricevono palla, fermano l’azione, guardano, palleggiano e solo se non riescono a penetrare allora la passano. Il tiro che scaturisce da queste condizioni non è quasi mai un tiro facile, è un atto eroico, difficile, il miglior candidato all’errore.

L’impressione era ancora più profonda guardando la Croazia. Una squadra buona, di talento, giovane, con giocatori che si muovono armoniosamente in campo, palla che gira velocemente e l’impressione che, quando si riceve, sia automaticamente pronto il passaggio successivo.

Saric ha fatto tre canestri fotocopia nel secondo quarto, in isolamento sul post basso. Ma, ancora, una soluzione studiata. Ogni azione croata proviene da tre-quattro passaggi e anche se i lunghi non hanno mani necessariamente educatissime, c’è la coscienza che alla fine Bogdanovic, Saric o Hezonja dovranno tirare.

Non che questo li abbia fatti vincere. Anzi. La ragione sta però nella difesa italiana, che, facendo violenza sulle caratteristiche dei giocatori, è stata inaspettatamente efficace nei momenti chiave. Non che sia stata una fidesa “buona”, ma è stata grintosa, tanto che il vantaggio finale è stato scavato con Melli in campo, invece di Bargnani. Il buon Nicolò ha saputo occupare l’area e ha dimostrato di essere pronto a sacrificarsi e lottare su ogni pallone.

melli

In una parola: un gregario.

In una squadra di stelle infatti il problema è chi lavora, chi fa le cose importanti, sporche. In una squadra non ci possono essere più di due stelle, un lungo e un piccolo, e se per noi sono Gallinari e Belinelli, Hackett, Datome e Melli possono completare la cosa più simile alla Death lineup che il basket possa mettere in campo adesso come adesso in Italia.

Chi entra dalla panchina deve capire il suo ruolo, soprattutto per come si delineerà in queste partite. Contro la Croazia è apparso chiaro a tutti che Melli dà una dinamicità e una voglia di lottare che altri non danno. Bargnani si impegna come un matto in difesa, proprio perché quei concetti faticano da sempre a entrargli in testa. Le stoppate che ha rifilato ai lunghi croati non devono ingannare, la stoppata per servire deve far recuperare il pallone. Aradori è il nostro grande irregolare, ma in una squadra che abbonda di talenti irregolari sarebbe meglio qualche volta avere un “regolare”.

Gentile, dovrebbe ogni tanto pensare che non sempre puoi entrare 1vs4 e farcela. Se c’è un raddoppio o un triplo, dovresti pensare che uno o due sono liberi, invece si incaponisce come se ci fosse una necessità di farlo.

È quella sindrome eroica che nei momenti chiave ci perde. Entriamo contro due o tre difensori e pensiamo di poter segnare, poi sbagliamo di pochissimo e ci lagniamo perché la sorte maldestra ci ha creato problemi. Ma i problemi ce li creiamo con quella insopportabile tendenza a voler fare qualcosa di speciale. Messina si sbracciava, gridava, ma i giocatori sono gli stessi di Pianigiani e gli errori sono gli stessi. Il miglioramento in difesa c’è, ma sembra dipendere più dalla voglia di Melli e Hackett, che a un cambio in profondità della personalità.

Messina usa Tonut in certi momenti chiave. Si parla di briciole, mezzi minuti, ma la logica di Tonut invece di Della Valle risiede proprio nella disposizione a essere un giocatore più di “ruolo”, disposto a fare una cosa ben precisa, un tiro, una difesa, che a riproporsi come l’ennesima stella in grado di salvare il mondo.

italy

Spesso di dimentichiamo che la nazionale è una squadra, non semplicemente un’accozzaglia di gente di talento, e come squadra deve ragionare. Quindi ci devono essere le stelle, i portaborse, quelli che si arrabattano a prendere un rimbalzo, a fare un blocco. È che il gioco non è questione di eroismo, i tiri difficili sono belli a vedersi, ma sono anche i più difficili da far entrare ed è meglio prendere spazio facendo un passaggio veloce, che usare il cervello per farsi venire in mente una soluzione più appariscente.

La nazionale più talentuosa della storia, infatti, non è necessariamente la nazionale più vittoriosa della storia. La vittoria viene da uno strano mix di volontà, classe, grinta e talento. Viene anche da gruppi forti e omogenei, e la Croazia, pur sconfitta, dimostrava di esserlo. I giocatori in campo si muovevano in modo simile, ma dimostravano un talento e fondamentali notevoli. Noi, invece, pur avendo degli ottimi talenti, avevamo in campo cinque giocatori che rappresentano ognuno un unicum, una specie a sé, che cerca di affermare la propria unicità che perdersi in un concetto di squadra.

Il che non è male in assoluto. Basta riuscire a tirare fuori il meglio anche in questa situazione. Ma non possiamo illuderci che un quintetto possa essere fatto solo di fenomeni. Le Italie vincenti avevano radici solide nelle grandi Varese e Milano negli anni ’80 e negli anni ’90 partì da un gruppo triestino che diede DePol e Fucka nei momenti decisivi.

In assenza di una scuola, dobbiamo affidarci al talento, ma accettare che oltre il talento debba esserci anche la capacità di fondersi in una squadra che in qualche modo annega il meglio dei singoli campioni. Cioè: qualcuno deve rinunciare a se stesso, per fare in modo che il meglio della squadra possa uscire e se non sarà lui a farlo, cambiando la sua natura, sarà il coach a decidere, e Messina non ha grossi problemi a farsi capire

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