Perché Team USA non vincerà l’oro a Rio

I tempi di Barcellona ’92 sono lontani, la Nazionale statunitense sta vivendo l’ennesimo calo che potrebbe costarle caro.

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Le aspettative sono tutte le volte quelle: vittoria, e mi raccomando che lo scarto sia ampiamente in doppia cifra.
Da quando i professionisti dell’NBA scendono in campo con la scritta “USA” sul davanti, l’idea di tifosi e addetti ai lavori è che in ogni gara il risultato sia scontato, battere gli avversari quasi una formalità; tra il 1992 e il 2000 è più o meno stato sempre così, poi la serie di flop a Indianapolis 2002, Atene 2004 e Giappone 2006 e quindi il ritorno al dominio globale tra il 2008 e il 2014.
In questa edizione delle Olimpiadi però il giochino sembra essersi rotto di nuovo, vuoi per le assenze eccellenti (Steph Curry e LeBron James, per citarne un paio) o vuoi per la scarsa alchimia tra i compagni di squadra (4/12 sono all’esordio con la Nazionale)…

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Coach K è ufficialmente all’ultimo ballo con Team USA, con Popovich già alla porta: le qualità dell’allenatore di Duke sono innegabili e lungi da noi anche il solo pensiero che non gli interessi vincere l’ennesimo oro, però in un caso come il suo sarebbe anche umano essere stanchi e/o appagati.
Il livello dei giocatori poi non si può dire proprio altissimo, se non altro considerando il bacino da cui può pescare la Nazionale americana: solo 3 dei 10 più votati per il titolo di MVP stagionale sono a Rio in questo momento e nei ruoli di playmaker e centro, storicamente fondamentali per la riuscita di una buona squadra, i soli Irving e Cousins non possono certo tirare la carretta per 40 minuti; le loro riserve sono Kyle Lowry e DeAndre Jordan, che non saranno gli ultimi della pista ma neanche Chris Paul e Anthony Davis, giusto per nominare altri due illustri assenti.
Lo stesso Cousins poi è molto discontinuo, costringendo coach Krzyewski a giocare per svariati minuti con Green da unico lungo (sull’instabilità di Jordan basti citare il 44% ai liberi e i quasi 3 falli in meno di 17 minuti di media). Lo puoi fare finché trovi un certo tipo di avversari, ma contro “cristoni grandi e grossi” (cit. Kareem) la medaglia può avere un rovescio sgradevole.

Da Jimmy Butler e DeMar DeRozan non si chiede tanto di più rispetto a quello che stanno dando, cosa che invece non si può dire di Klay Thompson, gemello fantasma del #11 dei Warriors: 4/26 dal campo nelle prime quattro uscite per lui, che cifre a parte sembra un corpo estraneo nel già frammentatissimo gioco degli americani.
Già, perché la qualità del gioco espressa da Team USA mette in campo le ragioni dei detrattori dell’NBA: tanta individualità e poca voglia (e capacità?) di passarsi la palla e di muoversi, quando lontani da essa. Fisicamente gli americani sono ancora un gradino sopra al resto del mondo, tecnicamente anche ma solo se si considerano le loro eccellenze, ma come gioco di squadra probabilmente non sono nemmeno da prime 10.

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In attacco tendono ad accontentarsi dell’amato 1vs5, mentre in difesa le rotazioni in aiuto hanno successo più per la velocità di esecuzione che per automatismi perfezionati in allenamento. Per di più la propensione difensiva manca completamente a questa squadra, che abbassa il culo e mette pressione agli avversari per non più di 3/4 azioni consecutive, dopo di che si accontenta del minimo sindacale.

Durant, Anthony, George e il suddetto Irving paiono essere gli unici a mantenere i loro standard, la squadra si appoggia su loro quattro che non a caso hanno i minutaggi più alti nel roster e sono gli unici in doppia cifra di media per quel che riguarda i punti a referto.
È l’ennesimo paradosso degli americani, che sembrano avere bisogno della collezione di figurine per vincere in campo internazionale mentre le altre Nazionali cercano i giusti equilibri, necessitano di gregari, magari lasciano anche a casa qualche stella per il bene comune. Team USA no, loro senza le superstar fanno sempre fatica, forse devono compensare proprio questa carenza di chimica nel gioco di squadra con picchi di talento, isolati e inarrivabili per i comuni mortali.

Il primo posto nel girone per gli USA non è in dubbio, ma già con Australia e Serbia se la sono dovuta sudare ben oltre le aspettative; d’altronde gli americani restano sempre inchiodati al primo posto nel ranking FIBA e sono “quelli da battere” per antonomasia, contro di loro tutti danno il 110%.
Già dai quarti di finale però la faccenda si complicherà, soprattutto se dovesse essere la Spagna la prima avversaria dei turni a eliminazione diretta…

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