Serbia – Croazia: Underground e i caratteri eterni dell’anima slava

La faccia senza tempo alla Keaton di Aza Petrovic, quella da vincente di Sasa Djordjevic, e la nostalgia di Mirko Novosel per un tempo in cui gli uomini, per lui, erano più uomini.

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“Quell’espressione un po’ così
e quella faccia un po’ così
che abbiamo noi,
quando arriviamo a Genova.”
Paolo Conte, “Genova per noi”

Paolo Conte direbbe che Aza Petrovic è uno che ha “la faccia un po’ così”, di uno che arriva in un posto più grande di lui. Non è mai stato uno dal sorriso facile, o che cedesse ai sentimenti. Crescendo con in casa Drazen, la parte dell’espressività in famiglia se l’era presa il più piccolo, che in campo faceva il diavolo a quattro e non accettava mai di perdere.

Ma Aza era un gran bel giocatore. Una guardia con abilità da costruttore di gioco, buon tiro e passaggio, uno che sarebbe morto per quel che diceva l’allenatore. Ed è anche un buon allenatore, uno che sa tirare fuori la squadra dal suo gruppo di giocatori applicando regole semplici, il buon gioco slavo che nasce da una scuola che parte dalla base fisica, motricità e così via, e poi sale fino alla tecnica cestistica.

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Sasa invece è uno abituato al bel mondo, e glielo si legge in quel suo cipiglio, in quello sguardo non rassegnato che sottintende l’abitudine a vincere. Lui a Genova, una Genova mitica, quella di Paolo Conte, ci sarebbe stato a casa, in centro a prendere un caffè con i notabili della città.

Certe cose non le puoi cambiare, gli atteggiamenti, il modo di essere. Aza si porta dentro un ingrediente incancellabile di vecchia Jugoslavia. Sembra uno dei protagonisti dei film di Kusturica (“Ti ricordi di Dolly Bell?”, “Papà è in viaggio d’affari”, “Underground”), con la faccia eternamente tirata dalla fame e la smorfia di quello che è certo nulla andrà mai a cambiare, ma che al tempo stesso trova sempre un modo di farcela.

Djordjevic è invece un prodotto dell’ultima grande nidiata slava, quando si era scoperta l’NBA e la più forte squadra del mondo veniva smembrata dagli odi etnici e dalla più sanguinosa guerra che si ricordi. Sasa è più moderno, azzimato, ha conosciuto le grandi squadre e il basket europeo anni ’90. Ha nove anni in meno di Aza, è sprizzato fuori dalla Jugoslavia nel Partizan prima e poi nelle più grandi squadre europee, acquistando la mentalità vincente e prepotente, di chi orbita nelle grandi squadre e prende confidenza con la vittoria.

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Aza, a guardarlo, sembra più un lavoratore del parquet. Novosel, in un’intervista velenosa, ha detto che Aza è adatto alla singola partita ma non al lungo periodo. Se non si conoscesse la contorta mentalità slava non si potrebbe capire questa ulteriore pugnalata del maestro nei confronti di uno degli allievi più leali. Aza accettò che suo fratello gli facesse ombra nel grande Cibona, rassegnandosi al ruolo di ruota di scorta, equilibratore del genio eclettico di Drazen, e Aza lo fece molto bene, con intelligenza, tenendosi dentro chissà quale fuoco che lui vedeva bruciare nel giovane di famiglia.

Questa abitudine a tenersi dentro le cose forse non piace a Novosel, che nella nazionale slava tenne a bada caratteri come Slavnic, Delibasic, lo stesso Petrovic, Dalipagic, tutta gente che per vincere avrebbe sbranato un agnellino, cosa che Aza, forzatamente, lasciava fare ad altri.

Ma ora, al povero Aza, bisogna pure concedere l’onore delle armi. La sua nazionale si è presentata a Torino come un work in progress ed è uscita dalle Olimpiadi come uno dei gruppi più promettenti del basket europeo. Gli è solo mancato Milos, il più Kusturiziano di tutti, un personaggio simile al Nero di Underground, o a Kusturica stesso, che porta nel suo sconfinato talento e nel suo carattere balzano il marchio del genio slavo ma non quello della scuola slava.

Perché, se guardiamo con attenzione, quello che manca a Teodosic è proprio quella selezione naturale della vecchia Jugo, in cui il confronto tra i migliori produceva giocatori col carattere d’acciaio, dei Drazen, dei Kukoc, che nei clinic giovanili si scannavano in campo costringendosi a essere migliori, per dare a ogni scuola (Partizan, Stella Rossa, Cibona, Jugoplastika), quel valore che era dato solo dal talento brunito al fuoco del confronto costante.

(Photo by Tom Pennington/Getty Images)
(Photo by Tom Pennington/Getty Images)

E Sasa lo sa. Per questo non lo mette in campo per tutto il quarto quarto, ma solo alcuni minuti, lo costringe a distillare dal talento solo quello che gli serve, gli assist illuminanti, dei veri e propri traccianti nel cielo monotono del basket, che lo rendono quello che lui è, cioè quell’affascinante numero primo del talento, che tanto gli americani vorrebbero nelle loro squadre, ma non riuscirebbero mai a capire.

Aza guarda la partita finire sbracciandosi, gridando, non si rassegna, fino all’ultimo secondo insegue la possibilità della vittoria. Teodosic fa le giocate decisive, ma, come deve essere con lui, le fa di lato, di nascosto, non come Drazen. Non si prende il tiro decisivo, lo passa agli altri. E qui, la differenza con i grandi slavi viene a galla tutta.

La scuola è sempre lì, i fondamentali ci sono, ma manca qualcosa a loro divisi. Sasa avrebbe preso la partita per la mano e avrebbe condotto la squadra fino alla vittoria, con quel suo sguardo assassino quando si tratta di vincere. Aza, in fondo, anche lui avrebbe tirato fuori dal cuore il tiro decisivo. Chi ricorda lo sguardo di Kukoc, con la palla in mano, a guardare movimenti che solo lui capisce in area, la palla su quei magici polpastrelli, capisce che lì c’era qualcosa di più, non di magico, ma un percorso, un’idea di basket che era possibile solo in quell’ambiente.

In fondo questo manca a Mirko Novosel quando, in quell’intervista al giornale sloveno, ha parlato di un Teodosic perdente e di un Petrovic non adatto a guidare una squadra nel lungo periodo. Mirko parla dalla profondità di una grande scuola, in cui lui, Nikolic, Zeravica, Maljkovic, Ivkovic, guardavano al basket come una scienza esatta in cui inserire i talenti dei loro giocatori.

Bosniaci, Serbi, Croati, Montenegrini, Sloveni, Macedoni, formavano un DNA cestistico unico, un gradiente chimico gestito da menti finissime, che riuscivano a mettere in campo il talento incastonato in un sistema che lo esaltava, non lo mortificava e, nei casi estremi, a lui lasciava la bacchetta del direttore d’orchestra. Una tavola degli elementi, che agli occhi nostri era un qualcosa di incomprensibile per la sua capacità di ricreare sempre i propri componenti. Quando uno si ritirava, ecco il nuovo pronto a subentrare. Via Radovanovic, ecco Divac. Via Delibasic, ecco Petrovic.

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Oggi le squadre separate si portano dentro qualcosa di quella scuola, croati e serbi in particolare, ma senza quell’ingrediente del confronto continuo, a ben vedere il vero segreto del grande basket slavo, che creava squadre imbattibili. I talenti ci sono, e sono forti, ma sono al piano di sotto. Rimane la domanda di cosa sarebbe quella squadra unica, con Teodosic, Bogdanovic croato, Hezonja, Saric, Bogdanovic serbo.

Roba da Kusturica, sogni a cui pensare al tramonto bevendo un bicchiere di slivovitz al suono della fisarmonica di Bregovic, mentre la Jugoslavia di Underground si stacca dal resto del mondo per restare una terra dei sogni cestistica, un ideale mai più raggiungibile ma ancora tanto forte da aver lasciato singole scuole che arrivano alle finali e dominano in Europa e, forse, alle Olimpiadi.

Con tutta la pace per Mirko Novosel, che guarda un basket di cui capisce ancora tutto, e forse vede già il domani di cui vorrebbe essere parte.

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