Storia Olimpica: il confronto tra superpotenze

Dal ’52 all’88 USA e URSS monopolizzano lo scontro olimpico sublimando tramite lo sport la loro lotta fuori dal campo, con storie, personaggi e idee cestistiche profondamente diverse.

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Fase II: 1952 – 1988, il confronto tra le superpotenze.

“La politica è la continuazione della guerra su un altro piano.”

Otto Von Bismarck

L’apparizione dell’Unione Sovietica, o URSS, sul palco olimpico nel 1952, rappresenta a modo suo la chiusura di un periodo dello sport e della politica e l’apertura di una scena completamente nuova. Fin da subito, i sovietici aggredirono lo sport come una guerra privata, in cui il risiko del medagliere sanciva, alla fine delle competizioni, il vincitore nella costante guerra privata con gli Stati Uniti.

I sovietici non sono alle Olimpiadi per vincere ma per affermare il loro sistema di vita, alternativo a quello capitalista, e gli atleti diventano emblemi di una lotta contro l’Occidente, in cui la loro vittoria diventa la sconfitta del resto del mondo. Ciò si estende ai paesi dei due blocchi, così che ogni edizione dei Giochi, fino alla dissoluzione del comunismo nel 1989, può essere letto in controluce di questo confronto, in cui il terzo mondo (Africa, Asia, Sud America) si prende una parte minore, lasciata ai loro sport, come il fondo e il mezzofondo per gli etiopi e i keniani.

A Helsinki nel 1952, l’atleta dell’edizione è il cecoslovacco Emil Zatopek, che completa la mai ripetuta tripletta 5000, 10000 e maratona.
Gli americani del basket arrivano con la solita squadra formata in parte da universitari e in parte da atleti amatoriali, sotto la guida dello sconosciuto Warren Womble. I sovietici si presentano rinforzati dagli atleti lituani e lettoni, convolati sotto le ali protettive dell’Unione Sovietica nel 1939 con il patto Molotov-Ribbentropp e “dimenticati” subito dopo la guerra.

L’allenatore è Stepan Spandarjan, proveniente da Mosca. Spandarjan guida una squadra mista, che usa in particolare lettoni come Valdmanis, georgiani come Korkia, estoni come Kullam. Un melting pot alla sovietica, molto efficace, anche per via del talento fisico dei baltici che li rendono gli unici avversari credibili degli americani.

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Un’Italia in crescita ha cacciato per ragioni forse mai troppo chiare Van Zandt e si presenta con Vittorio Tracuzzi come allenatore, appena sceso dalla sua carriera di giocatore. L’Italia non riesce però a risalire la china e viene eliminata nel torneo di qualificazione finendo di nuovo diciassettesima.

La finale è, manco a dirlo, tra USA e URSS. Nei quarti, gli Stati Uniti avevano vinto di 30 punti. In finale, Spandarjan decide una tattica meramente ostruzionista: tiene palla per interi minuti (non c’era ancora il limite dei 30 secondi), e il primo tempo finisce 15-17 per gli Stati Uniti. Nel secondo tempo Clyde Lovellette si sveglia e mostra lampi della sua futura carriera da Hall of Famer, portando gli Stati Uniti alla vittoria per 36-25.

Nel 1956, a Melbourne, gli americani portano la solita squadra di amatori, basata sui Phillips 66ers e un paio di universitari americani. In questo caso, gli universitari sono due giocatori di San Francisco che avranno una certa importanza negli anni a venire: Bill Russell e K.C. Jones, stelle dei Boston Celtics. Il resto dei giocatori proviene ancora dalla AAU, la lega amatoriale americana, l’unica riconosciuta dalla FIBA.

In genere, nella AAU giocano atleti dell’Ovest. La NBA a quel tempo finisce nel Midwest, a Cleveland, Saint Louis, e gli stipendi non sono tali da giustificare l’abbandono dell’Ovest per andare a Est. Quindi il serbatoio della squadra è nel far west, dove il professionismo non è ancora arrivato.

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I russi fanno esordire un centrone, tale Janis Krumins, un tipo alto circa 2,24 m, ma a riposo 2,18.
Janis è cresciuto nelle foreste lettoni dove, dall’età di 13 anni, lavora raccogliendo resina dagli alberi. La vita all’aria aperta ha dato a un corpo enorme una forma perfino proporzionata. Janis non è agile, naturalmente, ma è un uomo di una calma incredibile, molto timido, e sarà fino all’inizio degli anni ’60 la colonna portante della nazionale sovietica, letteralmente, vincendo anche tre coppe dei campioni con l’ASK Riga.

Gli americani arrivano facilmente in finale, dove incontrano ancora i sovietici e vincono, 89-55. Russell però ha una giornata dura contro Janis Krumins, segnando “solo” 13 punti contro i 4 del lettone (tutti su tiro libero, in cui Janis aveva il 90% grazie al suo tiro dal basso).

Nel 1960, alle olimpiadi di Roma gli americani schierano una delle squadre più forti di tutti i tempi. Le guardie titolari sono Oscar Robertson e Jerry West, uno dei backcourt più forti di tutti i tempi, all’ala Terry Dischinger e sotto canestro gli altri Hall of Famer, Jerry Lucas e Walt Bellamy.  In panchina altri futuri giocatori NBA: Bob Boozer, Adrian Smith e Darrall Imhoff (che ebbe la sventura di essere dal lato sbagliato la sera dei 100 punti di Wilt Chamberlain).

A Roma si qualifica di diritto anche la squadra italiana che rilancia il movimento. Giomo, Iellini, Vittori, Lombardi, Pieri, Gamba, Alesini, Calebotta, Gavagnin, Riminucci, Vianello e Canna, allenati dal professor Paratore, sono un gruppo di enorme talento che riesce a mettere in difficoltà persino gli americani. E le personalità non mancavano in questa squadra.

Nello Paratore, l’allenatore, è un italiano nato ad Alessandria d’Egitto, che con l’Egitto ha vinto un titolo europeo nel 1949. Navigatore di mille mari, diventa assistente allenatore negli Stati Uniti e poi allenatore della Nazionale femminile, da cui il salto in quella maschile nel 1956, dopo l’abbandono di Jim McGregor. Con lui un gruppo di giovani fantastico, tra cui spicca Gianfranco Lombardi, detto Dado, un grande attaccante che metterà in difficoltà anche West e Robertson; Sandro Gamba, non a caso, con Lombardi uno dei grandi allenatori e conoscitori del basket negli anni 70-80, Giulio Iellini, Pieri, il play della Simmenthal campione europea nel ’66, e l’angelo biondo, Sandro Riminucci, ancora oggi detentore del record di punti in una partita in Italia nella massima serie con 77 (Carlton Myers ne segnò 81, ma in A2).

I sovietici arrivano ancora con Stepan Spandarjan in panchina e l’ossatura dell’ASK Riga in campo, con Miznieks, Valdmanis e Krumins. È un tempo strano. I sovietici e gli americani non si conoscono per nulla, di ognuno volano solo notizie vaghe. Le squadre in sé non si conoscono, non si sa quali siano le caratteristiche dei giocatori, non c’è scouting che non sia vedere una squadra avversaria giocare dal vivo.

Gli americani, però, sono troppo forti. Questa Nazionale è troppo forte. I cinque partenti saranno tutti Hall of Famer e All-Star, in panchina Pete Newell è un mago dei fondamentali, l’insieme della squadra americana è il meglio messo in campo da una nazionale almeno fino al 1984 e poi al 1992.

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La formula della competizione prevede una sola partita tra URSS e USA, che finisce 88-57 per gli USA. In una sua intervista West ricorda l’entrata di Krumins in campo e che quando correva si sentiva letteralmente il parquet sobbalzare. I sovietici difendono duro, all’europea, ma non può bastare.

Gli americani suscitano ammirazione per gli atleti straordinari che allineano. Lucas e Bellamy rappresentano un connubio di forza, agilità, intelligenza cestistica avanti di vent’anni rispetto al nostro basket. West e Robertson domineranno la NBA fino agli anni ’70 e in definitiva non si può nulla.

L’Italia gioca due buone partite contro gli Stati Uniti. Nella seconda perde di 112-81, con un primo tempo finito “solo” 56-48. Di fronte ai fortissimi americani gli italiani non si tirano indietro. Lombardi nelle due partite segna 17 e 23 punti, mettendo i due assi nel ruolo di guardia almeno in difficoltà.

L’Olimpiade di Roma è un momento magico per l’Italia dello sport e non solo. Punto di arrivo di una ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale, rappresenta una rinascita sportiva e non solo. La squadra di basket è solo la punta dell’iceberg: Nino Benvenuti vince nel pugilato, Livio Berruti una finale combattutissima dei 200 metri, Beghetto e Bianchetto nel tandem.

Roma rappresenta uno scalino nella consapevolezza olimpica. La grandiosità della messa in scena, le strutture, tutta una città immersa nella classicità, messa a servizio della causa olimpica. I Giochi successivi cresceranno in questa consapevolezza, trasformando l’Olimpiade in un’occasione di profondo cambiamento della città che la ospita.

Gli Stati Uniti vincono agevolmente ancora a Tokyo nel ’64 e a Città del Messico nel ’68. Nel ’68 in finale arriva la Yugoslavia che avvia la sua prima grande generazione cestistica: Korac (che morirà di lì a poco in un incidente a Padova dove giocava), il grande giocatore slavo degli anni ’60, alleva un gruppo in cui emerge Kreso Cosic insieme con Pero Skansi.

In quelle due Olimpiadi l’allenatore sovietico è Aleksander Gomelsky. Allenatore dell’ASK Riga e poi del CSKA, Gomelsky è uno dei grandi personaggi del basket europeo e sovietico, di cui attraversa i mari perigliosi per quasi quarant’anni. Allenatore intelligente e capace di capire gli uomini,

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Ma l’anno chiave è il 1972. L’ottimismo di Roma era rimasto fino a Tokyo, ma già a Città del Messico la strage degli studenti a Piazza delle Tre Culture e le rivendicazioni delle pantere nere Tommy Smith e John Carlos sul palco dei 100 metri, avevano contribuito a rendere il clima più cupo, un’atmosfera che avrebbe dovuto preparare per il decennio successivo, colmo di sentimenti di rivolta e di terrorismo.

A Monaco, l’organizzazione terroristica Settembre Nero sequestra un gruppo di atleti israeliani, rimane barricato nel villaggio e poi ottiene un aereo con cui fuggire. All’aeroporto, la polizia tedesca assalta i sequestratori e il risultato è una strage che macchia indelebilmente i Giochi stessi.

Quando, il 9 settembre alle 23.00, la finale tra Stati Uniti e Unione Sovietica inizia, sulla panchina sovietica siede Kondrasin, dato che le autorità temono che Gomelsky possa chiedere asilo politico in Israele ed è rimasto prudenzialmente a Mosca. Gli assi sovietici sono i due Belov, peraltro non imparentati: Aleksandr il leningradese, pivot, biondo, dinoccolato, ma che con la palla in mano si muove magicamente, e Sergei, il siberiano, l’asso del CSKA, dotato di un arresto e tiro infallibile, un vero assassino silenzioso in campo.

Sulla panchina americana Henry Iba, leggenda della NCAA, già vincitore nelle ultime due Olimpiadi. Iba guida la squadra più giovane della storia degli Stati Uniti. Gli americani sono convinti di non aver bisogno del meglio per vincere, sono fortissimi, credono, e sicuri di sé. Ma la difesa sovietica è implacabile, il primo tempo si conclude con i sovietici avanti 26-21, e nel secondo tempo prendono anche 10 punti di vantaggio.

Gli americani si riprendono giocando contro l’idea di Iba di fare sempre almeno 5 passaggi. Rientrano e tornano in vantaggio, 50-49, a tre secondi dalla fine. Il minuto finale non è mai stato chiarito completamente. Kondrasin chiede di giocare 3 secondi perché dice di aver chiesto il minuto durante i liberi di Collins, gli arbitri prima negano, poi accordano. Si ripetono tre rimesse, con scuse diverse, anche perché William Jones, inglese, potentissimo presidente FIBA, si alza in persona dalla sua sedia e indica chiaramente agli arbitri cosa fare.

Alla fine, un passaggio lungo da rimessa finisce nelle mani di Aleksander Belov che segna il canestro della vittoria, e infligge agli americani la prima sconfitta olimpica. Come partita, la finale di Monaco è stata indagata troppe volte per parlarne in questa sede, basti però dire che fu il primo indizio di una debolezza americana, o di una crescita del resto del mondo, che per la prima volta metteva in difficoltà gli USA.

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A Montreal ’76, infatti, gli Stati Uniti smossero il leggendario Dean Smith dalla panchina di North Carolina e gli diedero la miglior squadra universitaria possibile, che infatti vinse in finale contro la grande Yugoslavia. L’Italia fece un ottimo quinto posto, mettendo le basi per l’edizione del 1980.

Nell’80, le tensioni Est/Ovest sono al loro massimo. Ogni sera si va a dormire con l’idea che qualcuno schiacci il tasto atomico. L’URSS, deputato a ospitare le Olimpiadi, invade l’Afghanistan e gli Stati Uniti decidono di non partecipare. Nell’edizione dimezzata l’URSS è il primo candidato a vincere, ma non sa ancora che si troverà davanti un’Italia, nel frattempo passata da Giancarlo Primo a Sandro Gamba, forse al suo meglio di sempre, almeno prima dell’Europeo di Nantes.

L’Italia gioca contro l’URSS una delle migliori partite della sua storia. Meneghin danza tra i lenti lunghi sovietici con la grazia di un ballerino, prende rimbalzi e segna, domina la partita come solo lui sapeva fare. Sacchetti si attacca a Belov e lo annulla e tutti gli altri lottano su ogni pallone. Una partita da medaglia, che tale diventa, d’argento, in quanto battuti dalla Yugoslavia in finale. L’Italia arriva al suo miglior risultato olimpico fino allora, con il peggior record di squadra: perdendo ben 4 partite! Misteri delle formule, ma anche delle vittorie insperate.

Nel 1984, l’URSS boicotta le Olimpiadi di Los Angeles e gli Stati Uniti fanno esordire Jordan. Il cambiamento sta avvenendo sotto i nostri occhi e non ce ne accorgiamo. Lontano, l’URSS alleva la miglior nidiata di lituani di sempre, mentre la Yugoslavia presenterà, dopo le Olimpiadi, le novità di Drazen Petrovic e di tutta una nuova generazione che sconvolgerà i ranking del basket mondiale.

Jordan,Ewing, Perkins, Mullins, fanno loro l’Olimpiade sotto la guida di Bobby Knight, l’irascibile coach di Indiana. L’Italia arriva quinta, con il canto del cigno di una grande generazione di giocatori e in finale gli Stati Uniti battono una Spagna che comincia a essere un player importante nel basket mondiale.

Quello che succede tra l’84 e l’88 è una rivoluzione silenziosa, di cui si sottovalutano i segni. Nell’86, nel minuto più folle della storia del basket, l’URSS batte la Yugoslavia ai Mondiali in semifinale, rimontando 9 punti in un minuto con tre triple di Sabonis – Kurtinaitis – Valters. L’URSS perde poi in finale contro un’ottima squadra americana, ma è solo il riscaldamento della grande generazione russa.

Nell’87, nella finale ai Panamericani, gli USA sono spazzati via da un Oscar leggendario, che nel secondo tempo della finale infila 35 punti tirando da distanze a cui gli americani non si aspettano che possa segnare. Gli si attaccano in due, in tre, ma non capiscono qualcosa di più importante: che il tempo è andato avanti e che un nuovo basket è arrivato, il tiro da tre ha cambiato il modo di giocare e i giorni per il grande centrone immobile e lento, nel basket dei grandi spazi del tiro, sono contati.

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Per questo, a Seul ’88, non si accorgono che quella squadra sovietica li ha studiati e capiti fino in fondo. Gomelsky ha promesso ai suoi che se vinceranno potranno giocare all’estero e questo è come mettere una carogna di fronte a un avvoltoio. Sabonis lotta con David Robinson alla pari, gli esterni vincono nettamente contro i pari statunitensi. URSS e USA non si affrontano da quella partita del 1972 e ancora una volta l’URSS ha ragione di loro.

Kurtinaitis segna 28 punti, Sabonis ne aggiunge 13 con 13 rimbalzi, ma è un’idea di basket a vincere, un’idea che i laboratori dell’Est Europa, Yugoslavia e URSS, hanno studiato attentamente. Il tiro da tre ha cambiato gli equilibri alto/basso, esterno/interno, e questo gli americani non lo hanno capito. Quando Divac e Petrovic andranno in America, come Volkov e altri, si troveranno a disagio, avendo a che fare con un basket molto tradizionale, che non ha in fondo capito quello che sta succedendo.

Oscar ha tirato con un 35/63 da tre in tutta la competizione, Kurtinaitis ha fatto 4/10 in finale. Un gioco allargato, vario, che solo dopo molti anni gli americani cominceranno a capire, forse non a caso quando le lezioni di Petrovic, Kukoc e Stojakovic li costringeranno a vedere il basket con lenti diverse dalle loro.

La finale si gioca tra URSS e Jugoslavia, ed è un meraviglioso canto del cigno. I sovietici, con più esperienza, hanno ragione dei giovani slavi, e le uniche due nazionali ad aver giocato alla pari e aver vinto Olimpiadi oltre agli USA, dicono addio al basket e allo sport olimpico.

Non ce ne rendiamo conto, ma il crollo del comunismo è dietro l’angolo. In tutte le sofferenze che questo comporterà, la fine di due ibridi multietnici straordinari, di due scuole cestistiche che hanno significato filosofie, pensiero, cestistico e storia cestistica, non sono nulla. Ma per noi appassionati che abbiamo visto la loro grandezza a ogni livello, è una perdita enorme, che ci priverà, a Barcellona ’92, di uno scontro epico con le stelle dell’NBA.

Ma questa è già un’altra storia e, in fondo, un altro mondo.

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