Bold predictions – Perchè i Timberwolves sono destinati a fallire…

Bold predictions – Perchè i Timberwolves sono destinati a fallire…

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Nel 1983, i Timberwolves sarebbero stati dei contender. Un asse play pivot forte (Rubio – Pekovic), giocatori atletici (Towns e Wiggins), esperienza e panchina (Prince, Muhammad, Martin). Contro i Sixers di Moses Malone sarebbero stati un avversario in grado di rispondere ai punti di forza di quella grande squadra. Peccato che siano passati trent’anni e di acqua sotto i ponti della filosofia cestistica ne sia passata anche di più. Intendiamoci, i Wolves sono la squadra preferita degli appassionati. Riflettono quell’idea di gioco un po’ ageè, vecchia scuola, con il pivot, l’ala forte, l’ala piccola, la guardia e il play. Inoltre, mantenuti in un’eterna giovinezza dai ripetuti fallimenti del loro approccio, hanno sempre il giocatore di domani, quello che sarà grande, ma che deve rassegnarsi a un ruolo di principessa scomoda con cui nessuno si vuole sposare.

da bleacherreport
Sono anni che, guardando il roster dei Wolves, ci diciamo che è l’anno buono, o sarà al massimo il prossimo, ma una filosofia di gioco costruita come si faceva trent’anni fa’, oggi, per forza, non porta a nulla. È una verità scomoda, ma a cui conformarsi significa imboccare un sentiero vincente. I Wolves, al loro meglio, possono essere dei Grizzlies. La differenza di vittorie con Memphis è dovuta alla peggiore efficienza difensiva, ma la crescita futura è zavorrata da una cronica anemia di tiri da tre punti, fatti e segnati. I Wolves hanno 681 tentativi di tiri da tre, la metà dei Rockets primi e poco più della metà dei Warriors secondi. La percentuale è tra le ultime della lega e la shotchart mostra una quantità impressionante di tiri presi dove non si dovrebbero prendere: in zone in cui il tiro è difficile ma dà solo due punti.
fonte: statmuse.com
Dati Pekovic, peraltro tornato da poco, Towns e Garnett, i Wolves hanno una tendenza a cercare il tiro in area, ma, in mancanza di alternative fuori, la difesa può starsene chiusa nella più moderna delle versioni “bulgare” possibili. Un cattivo attacco, poi, diventa una cattiva difesa, per cui gli avversari, non stancati da linee di passaggio monotone e concentrate in certe zone del campo, possono andare in attacco senza quella sensazione da testa che gira, che nasce dall’aver vanamente inseguito per 20 secondi un proiettile che volava da un lato all’altro del campo. Ben diversa la shochart dei Warriors, che si concentrano sull’arco e dentro l’area. Una polarizzazione agli estremi resa possibile dal numero di tiratori pericolosi, che puniscono ogni raddoppio e costringono la squadra avversaria a rincorrere il pallone, lasciano l’area da tre secondi più libera.
Fonte: Statmuse.com
La testardaggine con cui i Wolves selezionano giocatori antistorici, rasenta la follia o l’ammirazione. Avere un play che virtualmente non tira da tre, una stella giovane (Wiggins), che sa tirare ma non è un tiratore puro, due lunghi tradizionali e Prince, nel basket di oggi, equivale a dire al mondo che per i prossimi tre anni non si andrà da nessuna parte. Non basta il tragico destino di Saunders a giustificare questa cronica mancanza di risultati. È un malessere profondo di una squadra probabilmente inadeguata in ogni suo ambito tecnico. Gli aiuto allenatori schierano T. R. Dunn, guardia dei Nuggets anni ’80, un buon difensore in una squadra che non difendeva, Jack Sikma, un hall of famer nel ruolo di centro, e Terry Porter, play dei Blazers finalisti nel ’90. L’impressione è che lo staff tecnico non abbia la capacità di calarsi nel basket di oggi e continui, continuerà, a perpetuare gli errori che hanno portato la squadra a non giocare gli ultimi 10 play-offs. Probabilmente, questo destino da eterna incompiuta, che per colpa del basket liquido dei Warriors di oggi non riesce proprio a diventare vincente, fa comodo o non provoca abbastanza perdite economiche da causare un’alzata di sopracciglio della dirigenza. È facile immaginare le riunioni dello staff e le soluzioni che vengono proposte (“più palloni sotto”, ad esempio…), ma è anche facile vedere come nessuna di queste, nel breve o nel lungo, possa portare variazioni. Lo spirito perdente questo è, perdente, non ci sono ragioni particolari. È come un prodotto lanciato sul mercato al momento sbagliato, una macchina da scrivere contro Windows. Lasciato sul terreno dallo scorrere della storia, il basket fordista, da catena di montaggio dei cinque ruoli codificati, arranca contro il basket atomico imposto dal tiro da tre e dalla polarizzazione dei ruoli nei tre esterni e due interni. Confrontiamo una macchina a vapore con la reazione a catena della fissione nucleare, idee di basket che non capiscono, semplicemente, la direzione che ha preso il gioco. Questa bella addormentata rimarrà senza sensi ancora a lungo, inutile immaginare risvegli a breve sull’onda di Wiggins o di Towns. Non ci sono semplicemente le basi. Occorre aggiungere almeno una decina di tiri da tre a partita, di cui sei dentro (per migliorare l’anemica percentuale di oggi), e l’unica strada potrebbe essere impacchettare Pekovic e Rubio per scelte e tiro. Ma questa è proprio la cosa che la maggior parte delle squadre non farà: permettere che i Wolves accettino la metamorfosi e, invece di cercare di diventare orsi, corrispondano alla loro natura di lupi. È necessario anche cambiare la guida tecnica e prendere qualcuno che abbia una visione del basket di domani. È un lavoro più profondo di quanto si pensi, che richiede di cambiare i concetti base di tutte le parti della squadra, dal campo al back office. Per quanto ci piaccia vedere Pekovic attaccare dal post basso o Towns imporre la sua fisicità, non è questo che risolleverà le sorti di Minnesota, ma solo un profondo lavoro di ristrutturazione e ribaltamento delle idee di gioco che, purtroppo per i minnesotiani, non avverrà in poco tempo. Non basta il bacio di un principe a risvegliare una bella addormentata che vive ancora nel basket di trent’anni fa…

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