Derrick Rose – il lungo viaggio verso il sè

Derrick Rose – il lungo viaggio verso il sè

I 50 punti di Rose rappresentano il ritorno di un grande giocatore, molto diverso da come eravamo abituati a vederlo.

di Massimo Tosatto

“I shall set forth for somewhere”

Robert Frost

In gara uno dei playoffs del 2012, Derrick Rose si trovò a restituire in una volta tutta l’ipoteca che il suo modo di giocare aveva messo sul suo corpo. Contro Phila, dopo un’ottima partita, a un minuto e mezzo dalla fine, Derrick palleggiava oltre la metà campo. Ciondolava, appoggiando il ginocchio in un modo strano, forse sentiva già qualcosa.

È probabile che a quel punto il legamento restasse attaccato con un brandello di muscolo. Noi vedevamo un grande giocatore al suo meglio, mentre il ginocchio sentiva il peso di troppe battaglie combattute oltre il limite fisico di sopportazione. Ma qualunque cosa sentisse, il senso del dovere di Derrick Rose, il suo essere un bravo ragazzo, un soldato obbediente, non gli permetteva di uscire. Derrick sfidava il suo corpo, quello con cui aveva vinto innumerevoli duelli contro la gravità, lo spingeva oltre i suoi limiti.

Si incuneò sulla destra dell’area piccola, circondato dalla difesa di Philadelphia e si arrestò per fare il suo tiro in sospensione. Ma non si rialzò. Cadde maldestramente. Il crociato anteriore sinistro rotto all’improvviso. Mentre Derrick si rotolava per terra il gioco continuò, forse i suoi compagni e avversari non erano abituati a pensare che Rose potesse fermarsi, ma quando capirono che non si sarebbe rialzato, il dottore e la squadra si avvicinarono preoccupati.

Rose a terra dopo l'infortunio al crociato
Rose a terra dopo l’infortunio al crociato

Quel giorno iniziò un lungo viaggio.

Il viaggio di Derrick non era stato lunghissimo fino ad allora. Nato nel South Side di Chicago, in quell’area che aveva dato i natali anche a Dwyayne Wade, Derrick era cresciuto circondato dall’amore della famiglia, che capì presto di dover circondare il suo talentuoso ragazzo, per proteggerlo dai rischi di un quartiere noto come uno tra i più violenti d’America.

E Derrick costruì la propria persona per vivere in quei luoghi. Il volto incapace di esprimere emozioni, i sentimenti chiusi dentro di lui per non mostrare debolezze, come Dwyane, sempre con quella smorfia impassibile che non fa capire cosa pensi.

Perché in quei posti uno sguardo, un sorriso nella direzione sbagliata, ti espongono al capriccio di qualche gang o di qualche spacciatore, che non ci mette più di un attimo a estrarre una pistola e a mettere fine alla tua vita. Come accadde a Benjamin Wilson, leggenda dell’high school locale, quando venne freddato nel 1984 da Billy Moore, un adolescente in giro con una pistola, in circostanze mai del tutto acclarate.

Derrick indossò il 25 alla scuola superiore, in omaggio a Wilson, portandosi dentro il senso di morte che aleggia in quei quartieri, esponendola in modo perfino scaramantico davanti a sé con il volto invisibile di un fantasma.

Dopo la scuola superiore e l’università, con relativo scandalo dovuto alle votazioni truccate per attribuirgli i minimi accademici e metterlo in campo, l’NBA, con i Bulls di casa, in cui divenne lo homeboy che porta avanti la torcia della propria città.

In quell’attimo dei playoffs del 2012, tutto si strappò. Il titolo di MVP del 2011, una squadra potenzialmente da titolo, costruita da coach Thibodeau intorno a lui. Traballava già da tempo, a dire il vero, dal momento in cui Derrick giocò 39 partite nel 2011-12, mostrando segni di affaticamento alle giunture. Thib non poteva rinunciare a lui, sentiva che poteva portarlo ancora un po’ più in là, per caricargli addosso la squadra.

È come quando fai galoppare il tuo cavallo nel deserto perché è la tua unica opzione. Lui va avanti senza fermarsi, non si rende conto di soffocare, fino a quando non stramazza al suolo. E Derrick stramazzò al suolo come un cavallo azzoppato.

Rose combatté più di un anno per tornare a giocare. Nella stagione 2013-14 scese in campo, ma si ruppe il menisco destro. L’anno successivo ricominciò a giocare con continuità, ma gli occhi di tutti pensavano sempre all’MVP, ai suoi salti, e non capivano perché non ci riuscisse più.

Con le stelle è così. Fino a quando fanno sognare le adorano, poi, quando cadono e ridiventano umane, tutto l’amore per loro svapora, come se il limite che hanno toccato fosse un tradimento del sogno che incarnavano. Non giocò male, tenne quasi venti punti di media con punte oltre i 30. Ma il Derrick che i tifosi amavano non sarebbe più tornato, e questo non potevano perdonarlo.

Nell’estate del 2016, i Bulls mandarono Rose ai Knicks, la franchigia peggiore per ricostruire la propria vita. Anche qui, non giocò male. Anche se i punti uscivano dalle mani, mancava lo hype, l’emozione. Derrick cominciò a farsi crescere i capelli, a fare treccine, si fece disegnare dei tatuaggi. L’anno dopo, a Cleveland, toccò il fondo della propria carriera. In crisi, venne scambiato con Utah e, dopo due giorni, waived, come si dice da quelle parti, rimase senza squadra.

Derrick+Rose+Cleveland+Cavaliers+v+Washington+bKEPPmoH72Gl

Thibodeau, un originario del Connecticut che sembra Victor Mc Laghlen in un film di John Ford, non ha mai dimenticato Derrick, tanto che, in quel frangente, lo chiamò a Minnesota, per dare profondità al settore guardie. A Minnesota D-Rose ritrovò Jimmy Butler e Taj Gibson, due compagni al tempo dei Bulls, e deve essersi sentito un po’ a casa, elemento fondamentale per un uomo, non più un ragazzo, che è sempre stato attorniato dall’affetto dei suoi.

Tuttavia, il D-Rose che atterrò in Minnesota  ne aveva passate tante, senza mai arrendersi. Era cresciuto, si era forgiato. Non era solo il giovane meraviglioso che vola a canestro, ma un giocatore che aveva pagato il suo debito col gioco attraverso anni di sofferenze.

La sera di Halloween del 2018, come un redivivo che torna da un viaggio tra i morti, ecco Derrick sfoderare il suo record di punti, in una partita combattutissima e decisa solo all’ultimo secondo, da una sua stoppata su un tiro da tre. Il palcoscenico di Hollywood si può preparare, il ritorno del figliol prodigo da papà Thib che sventra il vitello grasso e Jimmy Butler che non si rassegna a essere quello buono, che è sempre rimasto, ma per cui non si fa mai festa.

A fine partita Derrick esplode in un pianto. E questa è la cosa più strana, quella che ci riconcilia con lui. Quando si infortunò, e nel suo recupero, il suo volto rimaneva impassibile, senza lacrime. Le lacrime sono cose da adulti, da persone cresciute che non hanno paura di esprimere i propri sentimenti. E questa è la conquista di Derrick: permettersi di piangere, essere finalmente un uomo e non più un meraviglioso ragazzo capace di giochi fantastici, che però minano il suo corpo.

Il viaggio iniziato con quel legamento spezzato non è ancora finito, ma ha trovato un suo primo completamento in questa partita eccezionale, in cui Derrick ha segnato 50 punti dominando in lungo e in largo. Rose resterà nella storia come il prototipo del play guardia grande scorer, penetratore e fisicamente prominente. Nel solco di Gus Williams, di Kevin Johnson, poco prima di John Wall. Un giocatore molto diverso da Steph Curry e dai grandi tiratori, ma in buona serata sempre mortifero.

Un giocatore, anche, che resta nei cuori dei tifosi che l’hanno ammirato nei suoi primi anni, meravigliati dai salti e dalla volontà di dominare il gioco. Oggi sappiamo il prezzo a cui quelle imprese arrivavano, un prezzo che Derrick ha pagato interamente, guadagnandosi la sua libertà di uomo, dopo un lungo cammino e trovando se stesso ad attenderlo, quando i riflettori da stella si sono spenti su di lui.

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