Lakers Issues: La Sottovalutata Abilità di Rinnegare Sé Stessi

I Los Angeles Lakers affrontano per la prima volta in era moderna le insidie della tediosa procedura di rebuilding a fronte di un marchio ancora consolidato nell’iperuranio del mondo NBA. A fronte di questa discrepanza, le scelte di questa offseason indirizzeranno un nuovo corso, ma servirà imparare a saper perdere.

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“Mamba Out”. Ci siamo lasciati così, o meglio, la Los Angeles del basket (sponda Lakers, ma specificare è da maliziosi) si è lasciata così: 60 pietre preziose del giocatore più rappresentativo del nuovo millennio in maglia gialloviola e un addio. Kobe Bryant non c’è più. Bene? Male? Male, malissimo per noi che in cuor nostro eravamo convinti che il 24 fosse per sempre. Bene per i Los Angeles Lakers intesi come azienda, che finalmente avranno l’opportunità di programmare e programmarsi senza l’ingombrante personalità di KB24 tra i corridoi dello Staples. La criticità, il nocciolo dell’annosa questione risiede nel fatto che per i gialloviola si tratta di una prima volta in era Kupchak, e, come per tutte le prime volte, la curva di apprendimento potrebbe richiedere tempi dilatati e qualche, comprensibile, errore di valutazione. Facile no? Rebuilding, accumulare scelte, studiare sui manuali di Sam Hinkie, largo ai giovani, eccetera eccetera. No. Non è così facile. Il brand Lakers è ancora, dati Forbes alla mano, l’impero economico più profittevole e glitterato di tutto il panorama cestistico mondiale. The Hollywood’s way. Il maestro David Lynch nel capolavoro Mulholland Drive (2001) era brillantemente riuscito ad evidenziare un’anticamera di decadenza nelle flashing lights di LA, apparenza contro sostanza. I Lakers vivono, si dimenano e soffrono in questo solco: da una parte il buon senso, dall’altra le conseguenze che l’essere Lakers comporta, il tutto e subito.

Per dirla à la David Lynch

In questa crisi di identità, questa dissociazione psicopatologica, c’è il futuro dei Lakers. E c’è l’implicita scelta da operare in offseason: andare a caccia dei pesci grossi dello stagno NBA oppure dare tempo al tempo, rinnegare il glitter e dunque sé stessi, e investire su un nucleo giovane, di prospettiva, magari da puntellare con qualche aggiunta mirata e in linea con questa filosofia green? Partiamo dal presupposto che se un Kevin Durant o un’altra star planetaria sui generis decidesse (e ad oggi c’è lo zero virgola tantissimi zeri e poi un numerino basso basso in fondo alla fila di zeri) di sposare la causa LAL allora sarebbe impossibile (e sbagliatissimo) dire di no, ma nel secondo tier, nella seconda fascia di free agent disponibili (Derozan, Whiteside tra i nomi associati ai lacustri) c’è tutta una serie di giocatori che potrebbe dare un qualcosina nel breve-medio periodo, ma che sicuramente non consentirebbe ai Lakers di abbracciare un destino segnato e scritto nelle stelle: vincere. Soprattutto tra le molteplici insidie che la Western Conference continua a presentare. L’ipotesi di addolcire la pillola ad una delle fanbase più esigenti con una stagione da 40-45 vittorie ed una prematura eliminazione ai playoffs grazie ad un paio di Derozans (e ci scusi DeMar, ma si è scelto lui come capro espiatorio) è allettante, ma probabilmente è arrivato il momento di fare terra bruciata e ricominciare, trust the process direbbe qualcuno.

“Proprio lui!” cit.

La scelta di puntare su coach Luke Walton dovrebbe teoricamente essere coerente con questa interpretazione: giovane, ex lacustre che ben conosce i valori della cultura gialloviola, ma che vuole implementare una pallacanestro più vicina ai canoni moderni, frizzante, orizzontale, simile a quella che lo ha visto protagonista a Golden State. Da non sottovalutare anche lo storico da player development coach di Luke Walton, altra caratteristica che dovrebbe sposarsi, sempre in linea teorica, con un roster così giovane e che necessita di coordinate tattiche, tecniche, ma soprattutto di approccio mentale ai devastanti ritmi che una stagione NBA prevede e richiede. Un pochino allenatore, un pochino maestro, un pochino tutor, una mezza via tra Robin Williams ne L’Attimo Fuggente e Paul Gleason in Breakfast Club. Insomma, auguri, ci sarà da divertirsi.

 

LA SITUAZIONE

I Lakers avranno a disposizione oltre 64 milioni di dollari per operare in free agency in quest’estate, un patrimonio importante, ma nulla vieta di usarne solo una parte, fare acquisizioni mirate per bilanciare il roster e garantirsi la flessibilità in caso di opportunità di mercato, senza snaturare i connotati di un gruppo che ha il potenziale di diventare un qualcosa nel medio-lungo periodo, a patto che gliene venga data la possibilità. Non è e non deve essere una maniacale questione di fare colpo sui big names, la strada da battere risiede nel proseguire il processo di valorizzazione del talento a disposizione per proporsi come progetto credibile e maturare asset ipoteticamente in grado di migliorare il parco giocatori, una volta disponibili sul mercato giocatori d’interesse che rappresenterebbero un autentico (e non effimero) upgrade. La stagione appena trascorsa sarebbe stata l’ideale per dare il via al rebuilding process, ma la compresenza della statua di cera Byron Scott e il farewell tour di Kobe Bryant hanno impossibilitato le manovre di ripartenza in quel di Hollywood, ma con l’anno meno uno agli archivi si può finalmente cominciare a fare sul serio. Il triumvirato che avrà il compito di tenere alto l’onore dei Los Angeles Lakers in questo periodo di transizione è composto da D’Angelo Russell, Julius Randle, Jordan Clarkson e dalla seconda scelta assoluta, con tutta probabilità lo swingman da Duke Brandon Ingram, che i Lakers sembrano preferire addirittura a Ben Simmons, ormai promesso a Philadelphia. Ottantatré anni in quattro.

Youngbloods moving tha rock

Sarà interessantissimo vedere come Russell riuscirà a rispondere a parte delle critiche che ne hanno travolto la stagione da rookie. Sono necessari miglioramenti in termini di continuità mentale, di approccio (vedere il controverso affaire Young) e soprattutto nel rendersi presentabile nella metà campo meno nobile dove Russell ha più volte dimostrato di essere l’anello debole del sistema difensivo dei Los Angeles Lakers. Un pochino di lavoro in palestra per migliorare la reattività della muscolatura degli arti inferiori dovrebbe portare benefici nel tenere un paio di scivolamenti in più. Resta da capire se D’Angelo può proporsi come portatore di palla primario su una base di 36, 40 minuti (le 3.1 perse per 36 minuti non sono un biglietto da visita troppo lusinghiero) oppure se dovrà limitarsi ad un ruolo da comboguard con mansioni prevalentemente realizzative. Quel che è chiaro è che quella manina mancina, quella sensibilità, quell’handling scuola quasi Seattle, è un ben di Dio e sprecarlo sarebbe un sacrilegio, ma non dipende solo da Walton e soci. Numerosi rumours dicunt che il ragazzo stia lavorando in palestra con rinnovata dedizione, giusto crederci.

Do you remember?

Secondo tassello nel backcourt dei saranno Los Angeles Lakers è Jordan Clarkson, sorpresissima di questo biennio vista la posizione (46), a cui è stato prelevato dal college basketball. Nella stagione appena conclusasi JC ha chiuso a 15.5 punti a sera con 4 carambole con il 34.7% dalla lunga, dimostrando di poter interpretare al meglio il ruolo di incursore/realizzatore da pick’n’roll nonostante qualche cronica lacuna in termini di letture e conseguente overdriving. L’obiettivo è continuare su questi livelli, anche perché nei riguardi di Clarkson i Lakers godono di una situazione salariale favorevole. Oltre a potersi garantire la possibilità di pareggiare qualunque offerta, è virtualmente impossibile che il secondo degli Swag Brothers lasci Venice Beach a causa della Gilbert Arenas Provision, che limita le offerte esogene ad un massimo di 5.6 milioni per il primo anno (early bird rights) consentendo di fatto ai Lakers di poter scegliere se sfruttare questa particolare struttura di costo per risparmiare sul primo biennio oppure sancire una relazione contrattuale più lunga al prezzo di mercato. In ogni caso, JC non si muove. E non è un male per Kupchak.

Ultimo console del triumvirato “green” sarà Julius Randle, energica PF scuola Calipari, quindicesimo per doppie doppie a referto (34) nella speciale classifica di riferimento. Randle continua a palesare enormi defezioni a livello tecnico sebbene stia lavorando per estendere il range e diventare così un papabile stretch four (oggi siamo al 27.8% da tre con soli 0.6 tentativi a sera, ma è lecito aspettarsi che buona parte della maturazione del numero 30 dei Lakers passi per i miglioramenti in questo fondamentale). A questo si aggiunge un indole non sempre professionale quando è chiamato a lavorare in fase difensiva, ma anche qua, la mano di Walton e staff sarà cruciale nello sviluppo del ragazzo e, in senso lato, della truppa dei lagunari. Anche in questo caso, comunque, vige la regola non scritta del “give a shot“, quantomeno provare a dare spazio agli youngbloods di mettersi in mostra prima di lanciarsi in panic mode su free agents dal dubbio valore nella situazione, ancora così provvisoria, di questi Lakers.

 

LA FREE AGENCY

I nomi che negli ultimi mesi sono stati avvicinati alla gloriosa canotta purple and gold sono quelli che infiammano i tabloid americani, ovvero principalmente Kevin Durant e il figlio di Compton, Demar Derozan. Se per KD le chance sono pressoché nulle (OKC in nettissimo vantaggio su Warriors ed eventualmente Spurs), ci sono numerosi rumours che vorrebbero il ritorno di DD nella natìa Los Angeles. Derozan ha dichiarato più volte di avere come assoluta priorità una permanenza a Toronto, ma si sa, le vibrazioni della California sono spesso irresistibili. La domanda che attanaglia chi vi scrive (e non solo) è: ha senso per Los Angeles riproporre una situazione simil-Bryant con un polo accentratore sugli esterni togliendo di fatto spazio alla maturazione dei Russell, dei Clarkson e degli Ingram? No, non ha senso. Derozan ha dalla sua un’età (26) compatibile con quello che sarebbe un progetto di rilancio della franchigia, ma inevitabilmente ripresenterebbe annosi problemi (possessi, spaziature, responsabilità) che ritarderebbero l’esplosione dello young core a disposizione. Come fare un piccolo passo in avanti per farne uno e mezzo indietro. Discorso diverso invece potrebbe valere per un Hassan Whiteside. LA necessita di un rim protector compatibile con Randle ed in grado di aiutare sulle negligenze del reparto esterni e sebbene il profilo tecnico di Whiteside sembri complementare, permangono dubbi sulla tenuta mentale senza senatori del calibro di Dwyane Wade e Udonis Haslem, per citarne un paio. Escludendo per motivi anagrafici gli Horford, i Conley, i Gasol, gli Howard (e ci mancherebbe!) la coperta si accorcia. Nomi caldi per la connection con coach Walton sono Harrison Barnes (anche se Golden State dovrebbe pareggiare qualunque offerta) e Festus Ezeli, in questo caso sì che il cerchio comincerebbe a quadrare, profili giovani, atletici, poco invadenti dal punto di vista tecnico e tattico, un pochino come fatto dai Portland Trail Blazers nella stagione appena conclusasi.

Per la prima volta nella loro storia i Los Angeles Lakers dovranno dimostrare a sé stessi di essere in grado di rinnegare tutto quello che li ha rappresentati nel tempo, proprio perché solo così torneranno a rappresentare il significato di una franchigia, di una città che vive sul glitter, nel glitter, ma soprattutto per il glitter. E per vincere titoli NBA. Dallo Zen Master alla Zen Mode, diciamo così.

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