12 ottobre – L’America, la terra promessa e il grande carro

12 ottobre – L’America, la terra promessa e il grande carro

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The first sight of the new world – https://upload.wikimedia.org
Alle due di notte del 12 ottobre 1492, ora spagnola supponiamo, Rodrigo de Triana, marinaio imbarcatosi sulla Santa Maria con Cristoforo Colombo, avvistò l’America. Di sicuro, Rodrigo NON disse “America”, ma qualcosa che forse era “Tierra” o “Cosa cavolo è quella montagna all’orizzonte”? Colombo era convinto che quella fosse l’Asia, o il Catai, chiamatelo come volete, insomma un posto in cui c’erano cinesi e indiani. Ci misero qualche anno a capire che non era così e quando lo capirono, ormai Colombo era fuori dal gioco e Amerigo Vespucci, un italiano specializzato, come tutti noi, nel prendersi meriti non proprio suoi, s’impose nel nome. Non sappiamo se prima avesse proposto “Vespuccia”, che sarebbe stato effettivamente non un granché. Per fortuna anche allora un po’ di marketing si faceva, e qualcuno pensò che “United States of Vespuccia” non sarebbe suonato un granché… Nel 1979, quasi 500 anni dopo, Rodrigo avrebbe faticato a vedere qualcosa nel traffico di New York. La sera dell’11 ottobre, tutto era tranquillo. Nessun vascello all’orizzonte. Ma quello da cui la NBA stava per essere colpita era la più grande botta di fortuna della storia. In un momento difficile, in cui le ultime due finali erano state, nello sbattimento generale, tra Seattle e Washington (a dire Brescia contro Reggina), si materializzarono sui campi della NBA due dei più grandi fenomeni della storia. Come se finalmente il commissioner della lega potesse gridare: “Terra!”, dopo una navigazione tribolata.
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Noti per essersi incontrati a ogni livello dall’università e aver maturato una di quelle amicizie che nasce dall’essere stati avversari tutta la vita, Larry Bird e Magic Johnson sono anche due interessanti storie a livello di mercato. I Lakers, nel ‘76, persero la guardia Gail Goodrich che andò ai New Orleans Jazz. Goodrich, uno dei migliori nel suo ruolo, provocò la necessità di compensare i Lakers con delle scelte. In particolare, la prima scelta del ’79, che, per l’ultimo posto dei Jazz di quell’anno, divenne appunto Magic. Larry invece venne scelto da Red Auerbach nel ’78 come Junior. Allora si poteva scegliere un giocatore al penultimo anno e lasciarlo ancora al college. Auerbach, inutile sottolinearne la capacità di leggere nelle carte misteriose del futuro del basket, aveva capito che Larry Bird era il giocatore intorno a cui ricostruire la squadra. L’NBA proveniva da una guerra intestina con la ABA che aveva lasciato morti e feriti metaforici sul campo e quattro nuove franchigie, e venne negli anni rivitalizzata da questa lotta tra due talenti unici, inseriti in quintetti straordinari. Si incrociarono la prima volta in finale nel 1984, l’anno che determinò una svolta nella lega. In una delle finali più belle della storia, destinata a imprimersi negli occhi di chi allora vedeva nel basket NBA una cosa a metà tra il circo e lo spettacolo di varietà, la finale tra Lakers e Celtics fu un picco, una vetta di un tipo di gioco, di un approccio al basket che gli anni successivi cambiarono profondamente. La rivoluzione del tiro da tre era appena cominciata, McHale poteva ancora fare i suoi perni, Kareem i suoi ganci, ma Magic e Larry erano i due che si fronteggiavano sul campo e che salvarono la lega, dando valore allo spettacolo e iniziando quell’era di sport show business che avrebbe fatto la gioia di Eddie Gottlieb (che sarebbe morto a dicembre di quell’anno) e fu affinata e potenziata dal marchio Jordan.
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In totale giocarono 19 partite in finale. Magic ne vinse 11 e Larry 8, ma nessuna fu davvero lasciata andare. I Lakers erano più forti, ma in loro c’era sempre la gioia di giocare uno contro l’altro come ragazzini. Magic vinse 5 titoli e Larry 3, ma diedero alla NBA una spinta iniziale che, da allora, non ha mai smesso di continuare a far andare avanti la lega, facendola diventare una fabbrica di miti degna di Hollywood. E in termini di miti, il 12 ottobre è anche il giorno in cui, nel 1999, il corpo esanime di Wilt Chamberlain venne trovato nella sua villa sulle colline di LA. Una morte stranamente discreta per un giocatore che aveva fatto di sé stesso una leggenda, giocando sull’eccesso in ogni area. Già un mito da ragazzo, a 17 anni in un try-out distrusse il pivot della squadra vincitrice dell’NCAA, che si ritirò umiliato. Gottlieb, il factotum di Philadephia, gli aveva messo gli occhi addosso e usò il concetto di draft territoriale per portarlo ai suoi Warriors. Le squadre avevano un’opzione di scelta su giocatori che andavano all’università entro le 60 miglia dalla città in cui giocavano. Gottlieb agì per farlo andare al college a Kansas e metterlo in un ateneo che non era entro quella distanza da alcuna città, poi propose di estendere la regola anche ai giocatori di High School. Certo dovette aspettare qualche anno, che the Dipper passò in giro per il mondo con i Globetrotters, ma alla fine a 25.000 $ si portò a casa il giocatore più fisicamente dominante della storia
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Russell può aver vinto undici titoli, ma nessuno di questi ha la forza iconica della foto di Wilt con il foglietto con su scritto “100”, nell’unica immagine della partita di Hershey del 2 marzo del 1962. Wilt fece 100 punti in un’epoca in cui la NBA impazziva per avere notizie e farsi notare. I Knicks non erano un granchè e i Warriors andavano a Hershey perché c’era un palazzetto e Gottlieb ci comprava la famosa cioccolata. Immaginare la gente, arrivata lì per passare una serata a guardare e cercare di capire il basket, che si accorge che qualcosa sta per succedere, in un angolo di America che nessuno conosce, è emozionante. I Knicks sapevano che Wilt poteva farlo, e si attaccarono a lui con tutto, lo tennero, gli fecero falli, e lui segnò, per una volta, 28 tiri liberi. Paul Arizin, di solito uno trattenuto, un giocatore storico con un titolo nel ’56 e uno dei grandi affinatori del tiro in sospensione, gridava e incitava Wilt, come se tutta la squadra, senza dire niente, senza prevederlo, fosse lanciata nel far fare a Wilt QUEL record. Al Cervi schiumava rabbia sulla panca dei Knicks mentre McGuire, il coach dei Warriors, sapeva di non dover parlare troppo perché Wilt, come LeBron e pochi altri, non si allena, è lui che costruisce il gioco come un sistema solare intorno a sé. Passò il resto della nottata nel suo club di Harlem e la sera dopo era di nuovo a giocare. Nel ’67 fece una media di 7 assist a partita e nel ’68 superò gli 8. Era così, se voleva fare una cosa sul campo la faceva, perché era il più forte. Vinse solo due titoli, perché c’erano i Celtics a imporre la dittatura più distruttiva della storia. Strano che proprio il cuore avesse ceduto, ma è la fragilità dei big men, che fisicamente sono un passo avanti nella definizione della specie, ma possiedono un cuore che agisce con le logiche di tutti i cuori. Non si può pensare che un cuore normale, due atri e due ventricoli, abbia la forza di spingere il sangue in tutto quel corpo. Alla fine cede, nemmeno si spezza, no, semplicemente rallenta e nel sonno si porta via anche un uomo che è stato più uomo, più giocatore, più star di qualsiasi altro. Così, intorno alle due di notte in cui Rodrigo De La Serna gridò “Tierraaaaaa!” 507 anni prima, Chamberlain raggiunse una terra sconosciuta persino a lui, che non era abituato ad arrivare secondo. Forse Rodrigo, vedendolo dall’altra parte, capì qualcosa di ciò che aveva visto quella notte, come se un flash, un’immagine del futuro dell’America lo avesse colpito nel buio, dal cassero della Santa Maria. Non sappiamo che fine fece Rodrigo; sappiamo dove sono Larry e Magic, per fortuna, mentre Wilt ci manca, ci manca davvero. Ma mentre lui è andato avanti, l’NBA continua a fabbricare miti cestistici, e se ancora siamo qui a guardare il gioco di là dell’oceano come la stella polare (the Big Dipper era uno dei soprannomi di Wilt), il merito è suo e di quegli altri due, che un 12 ottobre vennero avvistati da lontano in arrivo sui campi, senza poter immaginare cosa sarebbe stato dopo.

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