A 68 anni ci lascia John Johnson, umile stella del titolo ’79 di Seattle

A 68 anni ci lascia John Johnson, umile stella del titolo ’79 di Seattle

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A 68 anni, in un appartamento di San José (California), John Johnson ha appeso le scarpette al chiodo nella partita della vita. Non era un campionissimo dell’NBA, non era un super talento dai record leggendari, non ha rivoluzionato il gioco, ma se qualcuno ama Seattle, non può dimenticarsi che l’unico titolo della franchigia (datato 1979) è passato anche per le sue mani. E in fondo, anche chi vuole semplicemente avvicinarsi alla pallacanestro, non può rimanere indifferente all’ immagine di “JJ”. E’ passato alla storia come giocatore che sapeva fare tutto, ma non aveva un talento innato; aveva piedi agilissimi, eppure stupiva tutti per come potesse muoversi, nonostante i suoi due metri tondi tondi. Allora chi meglio di lui può spiegarci che il basket è innanzitutto impegno, sudore, sacrificio, prima ancora che talento, o predestinazione?

Ecco: questi sono gli ingredienti del giocatore modello, quelli non sono mai mancati in Johnson, giocatore che nel sistema svizzero congegnato da coach Bill Russell – tra un Gus Williams, un Fred Brown e il suo omonimo Dennis (MVP di quelle Finals, scomparso nel 2007), tra il centro Jack Sikma e Lonnie Shelton – seppe dare un grosso contributo, nella stagione che vide il riscatto oltre la storia. Vittime furono gli allora Washington Bullets, trionfatori dodici mesi prima in una finale dolorosa per i Sonics, chiusa soltanto alla settima, la riscossa passò anche per il forte senso del gruppo: non c’era una stella che fosse una, da Bob Cousy a Larry Bird, da Magic Johnson a Kareem Abdul-Jabbar, eppure i suoi 11 punti, 5 rimbalzi e 4,4 assist di media in quella stagione furono decisivi, determinanti, come per tutti i tasselli di quel mosaico perfetto, oggi visto con grande nostalgia.

Classe ’47, nativo di Carthage, profondo Sud Mississippiano, Johnson cresce a Milwaukee e si consacra ad Iowa. Nel 1970 il grande salto nel circo pro, con la settima chiamata assoluta dei Cavs al draft, è l’inizio di una carriera impreziosita da due apparizioni da All Star, due stagioni a Portland (1973-75), quindi Houston (1975-77), infine Seattle (1977-82), tappa regina della sua vita sportiva, inevitabile ultima tappa di un viaggio che – come tanti in questo sport – ce lo rendono anche più umano, per questo più bello.

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