Aggiornamento completato (o quasi) per i Grizzlies

Aggiornamento completato (o quasi) per i Grizzlies

I Memphis Grizzlies stanno cambiando il loro modo di giocare.

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Quando a fine maggio i Memphis Grizzlies hanno ufficializzato l’ingaggio di David Fizdale come nuovo allenatore, nell’aria si poteva avvertire una sensazione di cambiamento mai provata prima nello stato del Tennessee. Quando tre anni fa veniva sollevato dall’incarico di head coach Lionel Hollins, dopo aver incredibilmente raggiunto le finali di Conference per la prima volta nella storia della franchigia, cambiamenti radicali all’orizzonte non venivano ipotizzati; aver promosso il leader degli assistant coach David Joerger – addetto a curare la fase difensiva della squadra in maniera maniacale dal 2011 – lasciava presagire una continuità di filosofia che col tempo si era ormai consolidata: il famoso Grit & Grind, espressione all’origine coniata da Tony Allen in un’intervista post partita contro i Thunder datata febbraio 2011. Questo stile di gioco – o filosofia, dipende dai punti di vista – consiste nel mettere in campo una fisicità, una difesa aggressiva e asfissiante, che ha come obbiettivo quello di portare gli avversari a giocare male, massimizzando così le caratteristiche di giocatori presenti a roster come Tony Allen (The Grindfather) e Zach Randolph, amanti di questo particolare approccio alle partite che li contraddistingue in maniera netta da tutte le altre squadre della lega, generando paragoni con team come i Detroit Pistons dei Bad Boys e i New York Knicks degli anni ’90.

L’era del Grit & Grind è iniziata nel 2011, con quella famosa intervista di Tony Allen, e si è conclusa a maggio 2016, nonostante il gruppo sia rimasto intatto nei suoi interpreti principali; questo perché il nuovo volto al timone, Fizdale, non ha intenzione di proseguire con questa mentalità che non può portare una squadra NBA, attualmente, a ottenere grandi risultati sia nel breve che nel lungo termine.

“Ho parlato con tutti i ragazzi e hanno capito a che punto è la lega. Se pensiamo di andare a giocare negli anni ottanta e di vincere tutto, ci sbagliamo di grosso. E loro lo hanno capito e penso che andremo ad avere un gruppo impegnato a giocare ad un ritmo più veloce.” www.grizzlybearblues.com

Chi è David Fizdale?

È un 42enne con zero esperienza da allenatore capo, ma che è nel giro dell’NBA da ben quattordici anni, dove ha recitato sempre il ruolo di assistant coach, prima ad Atlanta (2004-08) e poi a Miami (2008-16) dove si è guadagnato la stima di gente come Erik Spoelstra, Pat Riley, Dwyane Wade e LeBron James, ma in generale di tutte le persone coinvolte nell’organizzazione, che gli hanno riconosciuto il merito di aver contribuito maniera netta alla crescita esponenziale degli Heat, sfociata con i 2 titoli guadagnati nell’era dei Big 3. I Memphis Grizzlies hanno creduto in lui dopo essersi liberati di Dave Joerger – finito ai Sacramento Kings dopo un rapporto mai sbocciato con l’owner Robert Pera – e questo ha provocato reazioni positive sui social proprio dalle ex stelle della sua precedente squadra; tra i più bei tweet c’è sicuramente quello di Mario Chalmers, con un passato recente da giocatore dei ‘Grizz: “Fizz to Memphis huh. Grande coach e ancora meglio come persona. Contento per il mio ragazzo Fizz”.

Un episodio divertente avvenuto subito dopo la presa di Fizdale ha coinvolto un giornale locale di Memphis, che ha associato il suo volto a quello di Juvan Howard – da notare, a loro discolpa, l’estrema somiglianza tra i due -, ex bandiera dei Miami Heat, dal 2013 membro del coaching staff di Erik Spoelstra. La confusione generatasi è sintomo della poca popolarità del nuovo allenatore, apparso però molto sicuro di sé nella consueta conferenza stampa che la squadra ha indetto per introdurlo come parte integrante del nuovo progetto. Per tentare di mettere una pietra sopra sulla situazione comica che ha coinvolto il nuovo volto della franchigia, il general manager Chris Wallace lo ha presentato ai media proprio come Juvan Howard, fra le risate generale dei presenti.

 

Fizdale o Juwan Howard? www.larrybrownsports.com

La prima offseason 

Aver iniziato a maggio ha sicuramente aiutato Fizdale nell’inserimento nel Tennessee; pianificare il futuro insieme alla dirigenza lo ha subito fatto sentire coinvolto a 360° nelle meccaniche del team, soprattutto in ottica Draft, dove i Grizzlies si presentavano con due scelte, diventate poi quattro, dopo la trade con i Boston Celtics. Sono stati selezionati Wade Baldwin IV (17), Deyonta Davis (31), Rade Zagorac (35) e Wang Zhelin (57). Gli ultimi due sono delle scommesse a lungo termine – entrambi i giocatori hanno deciso di non effettuare subito il grande salto oltreoceano – che la franchigia ha deciso di prendere vista l’abbondanza di giocatori presenti a roster; i primi due, invece, sono elementi dal grande potenziale che potrebbe portarli ad essere dei cornerstones pieces per i Grizzlies che verranno. Baldwin IV è una guardia molto atletica che ha bisogno di essere disciplinata. La sua stazza (6’4″) e apertura alare (6’11”) sono basi solide per plasmare il prodotto di Vanderbilt in un incubo per le difese avversarie, oltre che a un discreto two way player. Al college ha dimostrato di essere anche un buon tiratore da tre punti, abilità che potrebbe consentirgli in futuro di giocare più minuti sul parquet di gioco assieme a Mike Conley. Davis invece è stato considerato da Chris Wallace come una potenziale steal, un giocatore potenzialmente da lottery che è crollato di posizioni nella notte del Draft. Così come Baldwin, è dotato di una statura (6’11”) e di una apertura alare (7’2″) sopra la media per l’NBA; la sua velocità e la sua capacità di difendere anche sui piccoli in situazioni di pick-and-roll possono far molto comodo ai ‘Grizz, interessati anche dalle possibilità di ampliare il suo range di tiro – a Michigan State si è fatto piacere anche per la fluidità del suo jumper.

Lo step successivo è stato avventurarsi nella free agency con due grandi obiettivi: confermare Mike Conley e andare alla ricerca di un esterno pericoloso dall’arco. Entrambi sono stati centrati con successo: la point guard titolare dei Grizzlies delle ultime 9 stagioni è stata rinnovata al massimo salariale (153×5). Un contratto faraonico, il più ricco mai siglato da un giocatore nella storia della NBA. Non poteva fare altrimenti Memphis per trattenerlo, perché la località non entusiasmante dove il giocatore decide di mettere dimora, deve essere per forza di cose compensata da un cospicuo guadagno. Succede quasi sempre in questo sport, a meno che una squadra facente parte dei cosiddetti small markets abbia una cultura vincente come i San Antonio Spurs, o ospiti uno dei giocatori più forti di tutti i tempi come LeBron James.

Guardando il bicchiere mezzo pieno, i Grizzlies hanno quanto meno evitato di ripartire da zero, anzi: sono riusciti anche ad attrarre quell’esterno espressamente richiesto dal nuovo coach, ossia Chandler Parsons, che li ha preferiti ai Portland Trail Blazers, prendendo una scelta che lui stesso ha definito come «la più difficile della mia vita». Le fiches investite sul 28enne sono state parecchie – massimo salariale da 94.5 milioni di dollari per quattro anni – ma i soldi spesi su di lui potrebbero essere ripagati se l’ex Mavericks si dimostrasse integro fisicamente, visto che il ragazzo è reduce da due operazioni al ginocchio negli ultimi due anni, e ancora adesso non si è ripreso del tutto.

Alla terza squadra NBA in sei anni, sulla carta è quel giocatore che è sempre mancato ai Grizzlies negli ultimi tempi. È un giocatore molto completo, un’ala piccola in grado di saper tirare bene da tre punti, di attaccare il canestro, di condurre un pick-and-roll grazie alla sua buona visione di gioco, che potrebbe portarlo ad essere un playmaker occulto, garantendo così anche maggiore imprevedibilità agli schemi offensivi della squadra. “Sarà il mio LeBron James, il mio Dwyane Wade,”- ha dichiarato Fizdale a CBSSports in un’intervista durante l’offeseason, esaltando l’importanza che potrà avere il suo nuovo innesto, pari a quella di giocatori del calibro di James e Wade, senza ovviamente paragonare il suo talento al loro. “Sarà il ragazzo che inserirò in ogni situazione offensiva immaginabile. E’ un 6-9, 6-10, che sa portare palla, tirare, gestire un pick-and-roll, fungere da rollante, giocare in post. Ci sono tantissimi modi in cui posso utilizzarlo. È veramente unico”.

Tra i volti nuovi della squadra, che ha mantenuto per intero il nucleo principale degli ultimi anni, troviamo Troy Williams. Undrafted, prodotto di quella Indiana che ha raggiunto le sweet 16 nello scorso torneo NCAA, è un esterno molto versatile, dotato di grande esplosività e di un buon feeling per la fase difensiva. Ha iniziato bene la stagione, tanto da guadagnarsi uno spot in quintetto nel back-to-back contro i Miami Heat, siglando 18 punti nell’ultima partita vinta in Florida. Un ragazzo molto interessante che Fizdale ha intenzione di sviluppare, così come Andrew Harrison, che a detta di molti non doveva manco far parte dei 15 giocatori finali nel roster, e James Ennis, che in estate ha firmato un biennale da 6 milioni di dollari con la franchigia, nonostante il suo tentativo non andato a buon fine di conquistarsi un posto in squadra l’anno precedente – è sceso in campo solamente 10 volte, finendo poi per navigare tra Iowa e l’illusione Pelicans. Entrambi stanno trovando un minutaggio consistente, ripagato con prestazioni positive, soprattutto da Harrison, diventato momentaneamente il backup di Conley. Infine, tramite sign-and-trade è arrivato Troy Daniels, guardia dotata di un ottimo tiro da tre punti.

La nuova versione dei Grizzlies sul campo

Come abbiamo già anticipato in precedenza, Fizdale è un allenatore dai principi di gioco totalmente diversi rispetto a quelli di Joerger. La sua pallacanestro ideale vede la squadra alla costante ricerca di situazioni offensive che permettono di trovare canestri facili nel minor tempo possibile. Spingere il quintetto a giocare ad un pace più alto gli piacerebbe, anche non è tra le sue priorità assolute. Più che di pace, per lui, si deve essere in grado di portare la palla da una parte all’altra del campo, esplorando opzioni immediata da utilizzare quando la difesa si deve ancora schierare. La velocità con cui si effettua un tiro, quindi, non è fondamentale.

Pace ma soprattutto space, perché le spaziature in campo sono di vitale importanza: per questo la sua prima mossa è stata declassare Zach Randolph dallo starting 5 – sesto uomo di lusso, con compiti analoghi a giocatori come Al Jefferson e Jahlil Okafor oggi – per inserire JaMychal Green, stretch-four che sin dal primo allenamento lo ha conquistato a tal punto da fargli spendere parole importanti in quasi ogni intervista fatta in estate. “È esattamente quello che l’NBA sta cercando in questo momento. È incredibilmente versatile, può cambiare sui pick-and-roll, è molto atletico, è lungo e può creare ottime spaziature, grazie alla sua abilità di mettere i tiri a campo aperto. Si muove bene senza palla, ha un grande IQ. Può essere il Shane Battier che è stato per noi ai Miami Heat, perché sa fare tantissime cose sul parquet di gioco” – ha dichiarato a Gametime quest’estate.

Il suo quintetto vede quindi quattro giocatori inizialmente fuori dal pitturato più uno dentro, come va molto di moda adesso nella lega. Il preludio per l’addio alla costante ricerca del post basso? Assolutamente no. Cambia solamente il modo di approcciarsi a questa play type. Mentre prima si cercava sempre di dare coinvolgere in post ad inizio possesso il GasolbarraRandolph di turno, per poi chiuderlo con Conley palla in mano, adesso la situazione viene ribaltata. I movimenti pregevoli spalle a canestro dei due lunghi vengono sfruttati a fine azione, in modo tale da non dare alle difese l’opportunità di collassare su di loro. Questo significa maggiori responsabilità offensive a Conley, che ha la possibilità di attaccare sin da subito, effettuando giocate in quantità maggiore rispetto al passato.

In questa azione la palla gira, poi a 8 secondi dalla fine Conley chiama un pick-and-roll per Gasol che funge da rollante per ricevere palla, cercare il contatto spalle a canestro con un pessimo difensore come Okafor, per poi effettuare un gancio in post ad altissima efficienza.

Aver dato più libertà in attacco a Conley sta al momento dando i suoi frutti: il ragazzo viaggia a 19.5 punti di media, ben 5 in più rispetto alla passata stagione. Gli assist al momento rimangono pressoché invariati rispetto ai suoi standard (5.8), anche perché Memphis è al momento è la 25esima squadra per assistenze nella lega (19.7), però è evidente come il ragazzo sia coinvolto di più e meglio in ogni azione della squadra. L’obiettivo di Fizdale sin da inizio stagione è stato quello di farlo diventare un All-Star a tutti gli effetti, a prescindere dalla sua convocazione o meno alla parata delle stelle.

Il maggiore utilizzo del lato debole negli schemi offensivi è la diretta conseguenza dell’approccio alle partite voluto dal nuovo coaching staff. I giocatori cercano di trovare soluzioni immediate per fare canestri facili; per questo si muovono molto su questa parte del campo di proposito. Tutto ciò beneficia anche Conley, che si vede sgravato di responsabilità costanti in fase di playmaking.

Conley per iniziare questa azione da palla in punta a Zach Randolph, poi penetra verso canestro sfruttando il blocco di Gasol. ZBO non riesce ad assisterlo, e così da palla allo spagnolo; nel frattempo, Mike blocca l’uomo di Green (quest’ultimo taglia) e sfrutta quello successivo dello stesso ZBO, che poi va con decisione verso il ferro per due punti facili.

La novità però più rilevante è l’incremento di tiri da tre punti presi rispetto al passato. Al momento sono 25.1 quelli provati a partita, ben 7 in più rispetto alla passata stagione – 26esimi l’anno scorso, davanti solo a Nets, Heat, Wolves e Bucks. Questo dato è decisamente migliorabile, soprattutto quando la squadra avrà a disposizione a pieno regime Chandler Parsons, il miglior tiratore del gruppo. I numeri prima citati, però, fanno riflettere su quanto sta cambiando il modo di interpretare le partite dei Grizzlies, anche dai giocatori più old school come Gasol, coinvolto adesso in tantissimi pick-and-roll ma soprattutto pick-and-pop, per aggiungere al suo già infinito arsenale offensivo situazioni che normalmente non siamo abituati a vedere. In questa stagione ha già messo a segno 23 triple su 56 (41%). Curiosità? Nella sua intera carriera ne aveva messe a segno 12, provandone solamente 63.

Conley chiama il blocco a Gasol che lo effettua per poi ricevere lo scarico dietro la linea dei tre punti. Non sembra vero, ma il tipo di situazione qui proposta sta diventando ormai routine per questi due.

Al momento il record recita 11 vittorie e 6 sconfitte. Questa nuova Memphis sembra promettere meglio rispetto al passato, nonostante l’età avanzata dei membri principali del core, che non sembra preoccupare Fizdale, attratto dalle possibilità di mescolare i giocatori che hanno fatto la storia della franchigia con qualche giovane leva, portatrice di novità. Come al solito, la chiave del loro successo dipenderà dagli infortuni, diventati una maledetta costante negli ultimi anni, fino a portarli a riscrivere nella passata stagione il record per giocatori impiegati (28). Una cosa però è certa: questi Grizzlies hanno iniziato un processo di modernizzazione che sembrava impronosticabile prima dell’approdo del nuovo coach, che ha riacceso entusiasmo in una piazza che si era ormai arresa all’inevitabile fine di un ciclo durato ben sei primavere. E già di per sé, questa, è una piccola vittoria.

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