Cento di queste stagioni: Allen Iverson

Cento di queste stagioni: Allen Iverson

Non esisterebbero eroi senza antieroi.
La sua vita, la sua miglior stagione e il suo elogio alla disobbedienza.

Io sono un giocatore di football, il basket è per le signorine.’

Sapete chi disse questa frase? O ancora meglio, conoscete ‘La Risposta’?

E se La Risposta fosse essa stessa la risposta…? Va bene ok, la smetto. Tanto è fin troppo facile…

Ebbene si fu proprio lui, Allen Iverson. Per tutti, ‘The Answer’.

Non so voi, ma per me è uno di quei giocatori che solo a nominarlo mi parte un brivido lungo la spina dorsale. Esagerata? Può essere, ma ognuno ha i propri eroi.

Dovrei essere imparziale e metterlo sul piano di tutti gli altri giocatori, ma oltre a non essere in grado, non credo nemmeno si possa fare. Lui non è mai stato sullo stesso piano degli altri, era almeno 20 cm sotto e 10 ‘spanne’ sopra.

Beh, mi è stato chiesto di scrivere qualcosa sulla sua miglior stagione… Eh, la fate facile voi.

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Ecco, prendete per esempio questa immagine. Uno è ‘Dio travestito da MJ (cit.)’. E quello che gli sta facendo un ‘Ehi guarda qua, guarda là, guarda qua, guarda là… vabbè io vado, ciao’ è il nostro uomo.

Ah, e quella è la sua stagione da rookie.

Quindi ora potete immaginare la mia difficoltà. Compito ingrato, il mio.

Ma bando alle ciance, per quanto riguarda la sua vita non c’è molto da dire che non sia già stato detto e scritto. Classico cliché del ragazzo che viene dal ghetto. Precisamente da  Jordan Drive ad Hampton (Virginia)…

Violenza, droga e infanzia difficile, da manuale proprio.

Si insomma ‘Puoi togliere un ragazzo dal ghetto, ma non il ghetto da un ragazzo.’

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Bla bla bla… vabbè se siamo tutti d’accordo io pescherei dagli imprevisti ‘Andate direttamente a Parco della Vittoria senza passare per la prigione’ (Noi. Perché lui ovviamente le caselle se le è fatte tutte invece), approdando diretti alla stagione 2001.

La stagione dei 31 punti di media a partita.

La stagione da MVP.

La stagione che corona il rapporto di amore e odio tra lui e coach Larry Brown (che in confronto i Roses… si devono scansare proprio).

La sua stagione. Quella dove maturò ma senza mai perdere però la sua natura.

Si maturò. Iniziò ad ascoltare. Non saltò più gli allenamenti (lunga pausa scenica…). E così facendo fece maturare anche tutta la squadra. Pur rimanendo comunque ‘una squadra di imbianchini che giocano intorno a Michelangelo’, come mi disse una volta qualcuno.

La Regular Season quindi parte con 10 vittorie consecutive e finisce con il primo posto nell’ala Est dell’NBA. Complice anche l’arrivo in febbraio di Mr. NotInMyHouse, Dikembe Mutombo Mpolondo Mukamba Jean-Jacques Wamutombo, per gli amici Gianni (già all’epoca 35enne).

Ma non solo.

Brown coach of the year, Mutombo defensive player of the year e il nostro Allen MVP, com’era giusto che fosse.

philly.com

 

Arriviamo alla parte davvero interessante. I Playoff.

Al primo turno, così per la serie ‘Via il dente via il dolore’ trovarono i Pacers, per mano dei quali nella stagione precedente erano tornati a casa al secondo turno. Quindi per pareggiare i conti 3-1 e tutti a casa.

Sotto a chi tocca.

I Raptors. Stavolta per la serie ‘Nessun dorma’ invece.

Anche perché parliamo dei Raptors di nientepopodimeno che Vince Carter.

Quindi i Sixers dovettero spingere un po’ di più. E per spingere un po’ di più intendo che Allen in gara 2 ne mise 54. CINQUANTAQUATTRO.

Vince rialzò mettendone 50. CINQUANTA.

Vi basti sapere che si arriva a Gara 7 (machevelodicoafare) a colpi di #celhopiugrossoio.

A 87-88, 2” dalla sirena con Vinsanity che tenta il Buzzer beater, che come direbbe Piccinini però ‘Non va’.

 

 

Si arriva anche alle finali di Conference.

Con i Bucks dell’altro Allen. Per gli amici Jesus Shuttlesworth.

Seconda scelta di Spike Lee per fare da protagonista in He Got Game.

Seconda si, perché la prima fu, un po’ come in quel lontano draft del ’96, Iverson. Perché voi avreste avuto una scelta migliore per quel personaggio?! Ah ecco, lo immaginavo..  Beh lui rifiutò dando come spiegazione questa: ”È la prima estate nella quale ho un po’ di soldi in tasca e voglio divertirmi”. Allen uno di noi!

Ma torniamo alla serie, anche in questo caso per la categoria ‘Dormiremo solo dopo morti’.

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Sette gare. Con negli occhi la stanchezza di chi combatte contro la vita da sempre, con nel cuore la voglia di rivincita e con la schiena spezzata da una stagione da MVP.

44pt. nell’ultima partita e si arriva in cima alla montagna, ad un passo dal toccare il cielo.

 

Le Finals.

Voleva il titolo. Meritava il titolo.

Mancava un solo step. Solo che quello step erano i Lakers di Kobe e Shaq (‘Il numero uno e numero due della pallacanestro americana’ come disse l’Avvocato poco prima dell’inizio di gara 1).

Los Angeles con le sue colline soleggiate, le sue ville mastodontiche, le scintillanti star di Hollywood, tutta quella ricchezza ostentata… Questo fu quello che si trovò tutto intorno Iverson quella sera allo Staples Center.

Così lontano da tutto quello che era la sua vita, ma così vicino al punto in cui voleva arrivare.

I Lakers imbattuti da sessantasettegiorni partono con l’eco dei pronostici che li danno vittoriosi per 4-0. Forse sottovalutando però il cuore di Iverson.

Ora raccontarvi di quella serie non è cosa facile, anzi. Ma credo che si possa racchiudere tutta l’essenza sia di gara 1 sia dello stesso Allen, in queste sue parole:

La vera pressione non è questa. Non è affrontare i Lakers in finale. Questa piuttosto è una gioia, un sogno che si avvera. La vera pressione è quella che conosci se vieni da dove vengo io, dove sai che non arriverai ai 26 anni perché verrai sotterrato prima, quella è pressione. Affronto ‘big guys’ tutto l’anno e se mi sbattono a terra, non faccio altro che rialzarmi, ogni sacrosanta volta. Non gioco a basket con i centimetri, gioco con il cuore e il mio è uno dei più grandi della Lega… Quindi ben venga la palla a due e diamo inizio alla festa.

 

Gara 1 non inizia nel migliore dei modi, con Allen che tira con la stessa precisione e cura usata da Giurato nel scegliere le parole giuste al momento giusto, i Lakers che scappano sul 21-9 e con la testa già ai festeggiamenti a bordo piscina.

Poi tutto cambia, e Allen inizia a fare il serio. Chiude all’intervallo con 30 punti. Nel terzo quarto i Sixers sono incredibilmente sopra di 15.

Parità 94-94, a 2″ dalla sirena, con Lue che non molla i polpacci di Iverson ed Eric Snow che si ritrova la palla tra le mani e non sapendo cosa farsene prova il tiro. Tiro degno del miglior pizzaiolo. Per ora.

Si va quindi all’Overtime.  E come dissero Flavio e Federico, in quell’overtime ‘Si vede di tutto‘.

Si vede anche La scena. Lue che dopo un crossover da manuale eseguito da Iverson e un canestro ancora meglio, si ritrova con il culo per terra e viene letteralmente scavalcato da Allen…

C’era Tyronn Lue per terra sì, ma per Iverson poteva esserci chiunque altro, poteva esser un ostacolo qualsiasi dei tanti incontrati nella vita fino a quel momento. Il suo sguardo in quell’istante racchiude tutto ciò che fu per lui quella partita. Come a dire alla vita: ‘Hai visto? Per stavolta ho vinto io, Bitch!.

 

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Quell’overtime fu una battaglia aperta fino alla fine. A 10.5″ palla di nuovo in mano a Eric Snow che stavolta sa benissimo cosa farsene.

107-103. FINE.

La battaglia la vince lui stavolta, con 48 punti.

Ma la guerra… Quella no purtroppo.

Perché si sa, la vita a volte fa veramente schifo, ma i Lakers di quell’anno no e la storia dell’NBA non è opera di Walt Disney.

Occasioni così ti capitano una sola volta nella vita, anche meno se vieni da dove viene lui.

Eroi che si travestano da antieroi ne esistono pochi.

Giocatori come lui invece, non ce ne saranno più.

 

L’abbraccio tra MJ e Allen dopo la sua elezione nella Hall Of Fame. Non piangevo così dalla fusione tra Goku e Vegeta. static.vibe.com

 

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