Amarcord: Manute Bol, il cestista che uccideva i leoni

Amarcord: Manute Bol, il cestista che uccideva i leoni

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Fu soltanto dopo avere compiuto il suo sedicesimo compleanno che Manute, figlio di un uomo alto 203cm e di una donna che toccava i 208, su suggerimento di un cugino di Khartoum, cominciò a giocare a basket, nonostante l’opposizione del padre. Andò così a Wau, centro di 80.000 abitanti, e cominciò a tirare e palleggiare, finché provò a schiacciare. Tanto per alimentare il conflitto tra verità e leggenda, è lui stesso a sostenere che, ricadendo dalla sua prima schiacciata, si ruppe un dente con la rete del canestro. L’anno seguente raggiunse il cugino a Khartoum e guadagnò un posto nella squadra locale. A causa di un matrimonio fallito e della difficile situazione che un nero aveva a Khartoum, città con una grandissima comunità araba, Manute decise di accettare la proposta di Don Feeley, osservatore della Fairleigh Dickinson University, e volò negli Stati Uniti. Non sapeva una parola della lingua inglese, e si dice non sapesse né leggere né scrivere al momento del suo sbarco negli States.

Non senza difficoltà, anche a causa delle sue ristrettissime competenze linguistiche, trovò un college disposto a farlo giocare nel Connecticut, a Bridgeport. Bol ripagò la fiducia concessagli con un’unica stagione da 22,5 punti, 13,5 rimbalzi, 7,1 stoppate e il 60% al tiro. Queste cifre gli valsero la chiamata al draft NBA, che quell’anno fu composto da 7 giri: Manute fu scelto con la numero 31, al secondo turno, dai Washington Bullets. La stagione da rookie resterà probabilmente la migliore mai giocata dal centro sudanese: nelle 80 partite giocate, Bol produsse 3,7 punti, 6 rimbalzi e 5 stoppate in 26,1 minuti di gioco, rubando perfino il titolo di miglior stoppatore della lega a Mark Eaton, che dovette cedere il trono per l’unica volta nelle cinque stagioni che intercorrono fra la 1983-84 e la 1987-88.

Bol era ormai un’icona dello sport statunitense, ma nonostante questo e nonostante le qualità di grandissimo stoppatore, non riuscì a migliorare in fase offensiva e il suo utilizzo a Washington calò nel corso delle due stagioni seguenti. Nel 1988-89 approdò per la prima volta alla corte di Don Nelson a Golden State. Il tanto eterno quanto stravagante allenatore decise così di piazzare Bol dietro una linea da tre punti per espandere il suo arsenale offensivo. I risultati non furono un granché e il sudanese chiuse la stagione con un misero 22% dall’arco, percentuale destinata a scemare nel corso degli anni insieme al numero dei tentativi e dei minuti giocati. Nella stagione 1988-89, Manute passò 22 primi a partita sul campo di gioco, che gli furono sufficienti per rispedire al mittente 345 tiri e per vincere il secondo premio di miglior intimidatore della stagione. La carriera NBA dell’uomo che uccideva i leoni intraprese, dopo questo riconoscimento, un declino inesorabile tra Philadelphia e Miami. Bol ebbe anche l’opportunità di mostrare il suo valore cestistico sui parquet italiani quando fu ingaggiato da Forlì, che nel 1996 militava in A1. Le sue prestazioni però non furono ritenute all’altezza e l’africano fu tagliato dopo due sole partite.

Finita la carriera cestistica, Manute si attivò politicamente in Sudan, terra alla quale era ancora molto legato e che non smise mai di visitare regolarmente durante la sua carriera NBA. Il territorio dello Stato africano è squarciato ormai da vent’anni da una guerra civile tra l’Esercito Popolare di Liberazione del Sudan e il governo musulmano. Quest’ultimo tollera e sostiene lo schiavismo dei neri, cristiani o di altre religioni, che popolano la regione meridionale dello Stato; per questo è combattuto da gruppi ribelli, che furono finanziati anche dal gigante dell’NBA. Nel 1997, però, appoggiò un piano di pace rifiutato dall’Esercito Popolare e perse l’appoggio dei ribelli, ritrovandosi costretto in un piccolo appartamento a Khartoum con due mogli e molti parenti. In un’intervista, nel 2001, dichiarò di voler tornare nella sua terra d’origine per vivere in una grande fattoria che gli togliesse ogni preoccupazione economica.

Questo suo desiderio non fu mai esaudito e Manute si stabilì a Kansas City. Tornò in Sudan parecchie volte, ma in un viaggio per una campagna elettorale di un presidente di regione si ammalò e ricevette una cura sbagliata all’ospedale di Nairobi, in Kenya. Questa costò al gigante la sindrome di Stevens-Johnson, una malattia della pelle che, unita a problemi al fegato, lo portò alla morte, nell’ospedale dell’Università della Virginia, il 19 giugno 2010.

Riposa in pace, Manute.

 

Terminologia:

Dinka: uno dei gruppi etnici più importanti dell’Africa, tribù di pastori che si procurano da vivere allevando bestiame, specialmente mucche. Generalmente sono altissimi; si racconta che il bisnonno di Manute arrivasse a 234cm.

Manute: nella lingua Dinka, Manute significa “benedizione speciale”.

Sindrome di Stevens-Johnson: grave reazione allergica  all’utilizzo di farmaci, che si manifesta con la necrosi e lo sfaldamento della cute e delle mucose, spesso accompagnati da febbre alta e vomito.

Altre curiosità:

Manute Bol è stato il giocatore più alto ad avere mai calcato i parquet dell’NBA fino al 1993, quando il suo primato fu pareggiato da Gheorghe Muresan.

Nel 1987, Washington scelse Muggsy Bogues al draft, che con i suoi 160cm è tutt’ora il giocatore più basso ad avere mai militato in una squadra NBA. I Bullets si trovarono così nel roster, contemporaneamente, il giocatore più alto e più basso della storia della lega.

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