Andre Miller, il papà di un’epoca che non c’è più

Andre Miller, il papà di un’epoca che non c’è più

Nel giorno della festa del papà, compie gli anni uno dei giocatori più sottovalutati di sempre.

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Quella di sabato prossimo contro Golden State sarà presumibilmente la sua 1300° partita in NBA, una soglia che solo altri 19 giocatori hanno raggiunto nella storia. È anche il nono miglior assist-man ogni epoca davanti (tra gli altri) a Chris Paul, Bob Cousy, Larry Bird…
Eppure Andre Miller è, è stato e sempre sarà un mezzo signor nessuno.

Non solo è un giocatore d’altri tempi, ma anche un uomo che rifugge le luci della ribalta, rinnegando le sue origini californiane: assente da ogni tipo di social network, si sa pochissimo della sua vita privata, che nelle ultime 17 (diciassette) stagioni si è reincarnata in 9 diverse divise.
Può anche vantarsi di essere l’unico giocatore con almeno 16.000 punti, 8.000 assist e 1.500 rubate a non aver mai partecipato a un All-Star Game. D’altronde, non sarebbe proprio roba da lui.

washingtonpost.com

Piccole abitudini come quella di allacciarsi le scarpe dietro alle caviglie, di non tirarsi su le calze fino in fondo per tenere un cuscinetto tra le dita dei piedi e le scarpe, o d’indossare le stesse calze al contrario (quest’ultima l’ha riciclata dal figlio, a cui davano fastidio le cuciture sulle dita dei piedi), sono ignorate dai più.

Miller non è uno di quelli che vive di pallacanestro 365 giorni all’anno, anzi d’estate stacca la spina e prima di metà agosto non riprende un pallone in mano; ma la sua professionalità come cestista è esemplare, e la sua maniacalità nello studiare i video delle partite è risaputa tra gli addetti ai lavori.
Il suo gioco è sempre stato quello di un’altra epoca, fin dagli esordi: lento, limitato atleticamente e con poco tiro da fuori, a non conoscerlo ci si chiederebbe come ha fatto a restare per così tanto nella lega. Basta vederlo giocare però, per comprenderlo: è letteralmente un Maestro del gioco, il tipico playmaker che fa sempre la cosa giusta al momento giusto, quello che ti stupisci quando gli capita (cosa rara) di perdere un pallone.

La sua specialità è il post basso, altra peculiarità ormai desueta nel basket moderno. Spalle a canestro snocciola una serie di movimenti che soppiantano ampiamente le sue carenze fisico-atletiche e non è stato raro che portasse vicino a canestro avversari anche più grossi di lui, per farli andare al proverbiale bar tra piede perno, finte e quant’altro.

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Per questo Andre Miller è il padre di un gioco che non c’è più, che in effetti era già sparito quando lui ne era portabandiera.
Leader non lo è mai stato, per lo meno non come ce lo si aspetterebbe. Silente in campo e fuori, tra gli altri ha visto crescere Carmelo Anthony, Brandon Roy, John Wall, e per tutti è stato esempio e mentore; a inizio di questa stagione era, insieme a KG, la chioccia dei giovani terribili di Minnesota.

La salute gli ha permesso di stare in campo molto a lungo (nelle sue prime 14 stagioni ha dovuto saltare per infortunio solo 6 gare), ma la sua carriera non gli ha concesso di raccogliere quanto probabilmente gli sarebbe stato dovuto: ha raggiunto infatti i Playoffs per 10 volte, passando per un solo anno al secondo turno.
Il suo approdo a metà stagione in quel di San Antonio è l’occasione della vita, per quel che riguarda la corsa all’anello; qui ha ancora meno responsabilità che negli anni passati, ma siamo sicuri che in allenamento ancora la spiega a Tony Parker & co.

Comunque vada l’ennesima rincorsa al titolo degli Spurs, l’oggi 40enne Andre Miller dovrebbe essere ricordato come uno dei migliori di sempre, per lo meno nel suo ruolo.
Non lo sarà, e forse è anche meglio così: ci piace pensare che le pietre preziose brillino più a lungo se rimangono nascoste.

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