Area 51 – Ovvero: come la NBA ha imparato a non preoccuparsi e ad affidarsi al superuomo

Area 51 – Ovvero: come la NBA ha imparato a non preoccuparsi e ad affidarsi al superuomo

Il basket è lo sport pioniere all’interno della scoperta di nuovi mondi, ma qualcuno vuole approfittarsi della situazione…

di Domenico Laudando
nytimes.com

‘’Lo vedi il logo della squadra sul parquet, figliolo? Quello piazzato vicino alla linea di centrocampo dal quale lo spilungone ha appena tentato di far canestro? Ecco, quando ero giovane un lungo calpestava quello stemma solo se, ritenuto dannoso per gli schemi offensivi dal suo allenatore, era piazzato lì in attesa che l’azione d’attacco si sviluppasse con al più la licenza di prendere una bella rincorsa dopo il tiro e tentare il rimbalzo d’attacco. Erano tempi pieni di certezze’’ – disse un padre accarezzando a tratti la testa del primogenito, con l’impulso irrefrenabile di strattonargli i capelli come se servisse a farlo diventare più alto che poteva.

Scollinata la metà del secolo, in un’epoca dove il progresso sembra quasi muoversi di coscienza propria portando ad enormi scoperte ed innovazioni, fino a quando questo viene strumentalizzato al fine di farci credere che la scoperta di nuovi mondi sia più necessaria del miglioramento di quello in cui viviamo, la lega nazionale di pallacanestro americana raggiunge un’espansione che nessuno avrebbe mai potuto immaginare solo 30 anni addietro. Ma, come già qualche mente illuminata aveva ipotizzato circa cent’anni fa, ad ogni passo avanti nell’abbattimento di alcune barriere, ne sono seguiti due indietro nell’innalzamento di altre. Ad oggi, anno 2051, in NBA vige un clima di intollerabile repressione all’indirizzo dei giocatori di bassa statura, rei di aver contaminato il gioco negli anni della prima copiosa colata di popolarità in ogni angolo del pianeta e sovvertito un fantomatico ordine dove, per diritto naturale, il dominio è dei lunghi e la componente testosteronica primeggia su ogni forma di funambolismo. L’assenza di abilità balistiche o di capacità di uscire dalla comfort zone pitturata, ha reso alcuni professionisti totalmente obsoleti, mentre solo in pochi sono riusciti a sopravvivere reinventandosi tiratori perimetrali, bloccanti ed esecutori di hand-off. In pratica, hanno vissuto delle briciole lasciate loro dai giocatori che al meglio hanno incorporato la filosofia dello small ball, in tutte le sue varianti. In mezzo a questa severa selezione naturale, su tutti a farne le spese era stato l’attuale Commissioner della lega: Dwight “Superman” Howard.

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“In mancanza di tigri, le scimmie si ergono a tali…ma sempre scimmie restano”. Tra le tante filosofie che l’ex centro dei Magic poteva assorbire dal vasto pensiero orientale, la mistificazione di questo illustre proverbio cinese era tornata molto utile allo scopo di imporre la sua legge, al punto di farne l’incipit del suo discorso d’insediamento alla carica di Commissioner: che si parli di basket o si parli di facoltà cognitive, il carattere monodimensionale di Howard era fatto noto. La creazione del mostro risale alla stagione 2019-2020 quando, uscito dal contratto con Washington e bocciato da ogni franchigia a cui si era proposto, decise di accettare l’espatrio nella ricca Cina, al servizio dei Guangdong Southern Tigers. Fin da subito dimostrò di non aver preso particolarmente bene il trattamento riservatogli dall’universo cestistico statunitense, accusato di essersi dimenticato della sua grandezza, prodigandosi in uscite discriminatorie nei confronti della natura ritenuta circense del prodotto offerto dalla lega, suggellato dalla discussa introduzione della linea da 4 punti.

Nel mentre, la sua quotidianità in terra orientale non stava andando come previsto: qualche sparuto scampolo di partita aveva lasciato presto il campo ad un’insolita attività di intrattenimento a pagamento, laddove il sedicente “Superman” veniva assoldato per sollazzare le giornate prima di rampolli delle alte cariche cinesi, poi di avvizzite latifondiste, mostrandosi in tutta la sua scultorea figura, con l’immancabile mantellina rossa e, povero lui, a volte solo con quella in dosso. L’umiliazione che ne derivava causò il montare di un sentimento di rivalsa sempre più crescente, tradottosi ben presto nell’identificazione di un nemico ben delineato: i backourt NBA.

La logica stringente della lotta sotto canestro come consacrazione del più forte doveva essere ripristinata, lo spettatore doveva tornare a guardare il cronometro dei 24 secondi durante l’azione, aspettandone il countdown verso lo 0.0, in attesa di qualcosa di sempre uguale che doveva avvenire, ed era il suo concetto di tempo assoluto, in contrapposizione a quello rapsodico del ‘’basket delle scimmie’’ che dava libero sfogo alla creatività all’interno di una struttura dai confini sempre più ampi che lasciava spazio all’erogazione di una vasta gamma di emozioni umane, il tutto a un ritmo tale che faceva dimenticare ci fosse un tempo prestabilito nel gioco. Era incapace di accettare il fatto che caratteristiche singole che storicamente si traducevano in meri individualismi, sotto la guida di ideologhi illuminati quali Kerr e Stevens, si erano accorpate per formare un nucleo funzionante ancor più di quello del monolitico ossequio di un’autorità accentratrice.  Si proponeva di essere un ‘’Superman’’, uno prodotto dalla comoda misinterpretazione delle teorie di Nietzsche, cosa che un altro uomo prima di lui si era proposto di fare in terra europea nella prima metà del ‘900. Nel ventennio trascorso in Cina, l’idea di quest’impresa lo faceva sopravvivere in una commistione di angoscia ed euforia. Due tasselli gli mancavano per l’attuazione del suo piano e per il rientro negli Stati Uniti: un esercito e un evento che creasse un’esigenza che lui era pronto a soddisfare. Se il primo era in via di formazione, dato che correvano voci del proselitismo che in patria si stava formando dall’Howard pensiero, il secondo rappresentava un bel rebus, e sfuggiva alla tanto cara idea di controllo.

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Chi avrebbe mai detto che l’aforisma più famoso tra quelli legati al basket, ‘’[…] l’unico sport che tende verso il cielo’’, figlio della lucida mente di Bill Russell, avrebbe rappresentato qualcosa di limitante nella sua traduzione fisica: il basket dal 2041 ha cominciato a tendere all’universo. Le colonne d’Ercole si sono spostate di un bel tratto quando gli sforzi della NASA hanno portato al rilevamento di un pianeta abitato a condizioni atmosferiche non particolarmente dissimili da quelle terrestri, individuato grazie alla scoperta di un varco dimensionale che rivoluzionò i concetti di spazio e tempo fino a quel momento conosciuti. La Guerra Fredda ha avuto la sua conclusione ufficiale quando, di fatto, gli Stati Uniti hanno fatto da ponte tra la nostra civiltà ed una planetaria che sembrava essere unicamente frutto dell’immaginazione di qualche mente sconnessa dal ‘’mondo reale’’.

Con grande disappunto dei più fantasiosi, le sembianze del popolo del pianeta Ölđߪℓℓ erano soltanto deducibili, in quanto l’occhio umano non era abituato alle proiezioni dell’altra dimensione e l’immagine restituita alla vista era quella di sagome sfocate. Uno dei pochi caratteri realmente tracciabili era quello dell’altezza: dopo un’accurata indagine, stando alla nostra unità di misura non v’era abitante al di sotto dei 2,11 m, con un ecosistema proporzionato alle dimensioni di chi lo abitava. Una rete di piena condivisione si era creata con il pianeta amico, in particolar modo di esportazione da parte della Terra, rappresentata dal paese che batte bandiera a stelle e strisce, fortemente interessato alle fonti inesauribili di energia pura e incontaminata presenti sul territorio del pianeta Ölđߪℓℓ, adottata come formula di pagamento. La tecnologia ha permesso di creare condotti spazio-dimensionali, ma anche canali dove far viaggiare immagini, e da lì si è creata la possibilità di vendere anche un prodotto televisivo ai nuovi amici, e la prima lega in grado di vendere i diritti a un mercato sovraplanetario è stata proprio l’NBA. Gli americani, la cui abilità strategica nell’espansione culturale era stata già ampiamente dimostrata in passato, nella scelta della forma di intrattenimento da sottoporre al fruitore alieno ha ponderato di esaltare un protagonista in cui a livello di morfologia lo spettatore si potesse specchiare, e l’unico sport in grado di essere rappresentato da tale modello era la pallacanestro.

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“[…] L’infinito ha forma fisica, abbiamo il dovere morale di avvicinarci il più possibile ad esso. L’universo ci richiede di entrare in certi parametri, e più il peso è leggero più urge scrollarcelo di dosso. Ci hanno trattato come gli edifici di Dresda, è il tempo di rimetterci in piedi e volgere solo e unicamente lo sguardo al cielo’’. Queste le parole furenti accompagnate da scroscianti applausi che nulla di buono lasciavano presagire. La sua era nasceva sotto il simbolo di una “H” (a suo modo di vedere la lettera distintiva dei grandi) stilizzata in modo da raffigurare due omaccioni connessi tra loro. Al punto che, come ultima disposizione sul letto di morte, Gregg Popovic(h) si fece modificare il nome eliminando la lettera finale.  Creatasi la domanda, Dwight Howard si era presentato con l’offerta: con il placet del governo centrale ha messo le mani sulla lega nel 2044, in quello che si è caratterizzato fin da subito come regime di carattere totalitario. Col solo pretesto di compiacere il grande fornitore alieno di energia, ha snaturato totalmente ciò che il gioco era diventato, imponendo una soglia minima di altezza sotto la quale un giocatore, qualora non volesse perdere il proprio posto all’interno della squadra, doveva sottostare a regole diverse rispetto ai compagni al di sopra dei 2,11m: divieto assoluto di palleggiare e regola dei 3 secondi fuori dall’arco dalla linea dei 7,25. Ovviamente la linea dei 4 punti fu abolita. La classe intellettuale che tante parole spendeva nel prevedere in direzione di quale scenario stesse andando la società, ne restò a corto.

Il problema era che c’era una folta schiera di lunghi atipici che popolavano la lega, ormai disabituati a battagliare in post basso in particolar modo nella metà campo offensiva. I coach erano costretti a mettere da parte i precetti che spopolavano da 30 anni, mettendo in cima al loro playbook il gioco 51, ovvero il pick and roll col lungo da palleggiatore e il piccolo da bloccante dal quale l’attacco si dipanava, il più delle volte con esiti grotteschi, non avendo il lungo la visione di gioco di un play di professione e con l’enorme difficoltà di concludere in area visto l’intasamento che si veniva a creare. A coloro al di sotto della soglia che si ribellavano a questa coercizione veniva comminata una drastica sanzione: era stato istituito una sorta di zoo chiuso all’interno di una grossa cupola di vetro sul pianeta Ölđߪℓℓ dove quelli della ‘’Resistenza’’ venivano indotti a fare il loro spettacolino da scimmiette suscitando l’ilarità degli avventori. Tutto ciò costituiva una misura momentanea in quanto passaggio graduale verso la definitiva eliminazione di chiunque al di sotto dei 2,11 m dai roster NBA.

Si può tentare di forzare un processo evolutivo, ma neanche il tempo di farlo e questo si ripresenterà sotto altra forma. Il 2051 è l’anno di espansione massima della lega sotto la ricetta Howard, ma nel sottosuolo sociale di un’America oppressa da una rinnovata forma di discriminazione, gruppi di sovversivi denominati ‘’Forza 15’’ stanno pianificando di rovesciare questo regime oscurantista, organizzando veri e propri seminari dove giovani del ghetto e teorici del gioco in giacca e cravatta cercano di creare il sostrato culturale per ripartire. Perché a nulla serve scoprire nuove dimensioni, se la supremazia di una limita la libertà delle altre.

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