Attualità e NBA, quando lo sport è specchio della società

Attualità e NBA, quando lo sport è specchio della società

Le ultime manifestazioni in NBA esprimono la potenza della Lega in tema di attualità.

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La NBA negli ultimi anni è sempre stata attenta a quello che accade al di fuori del parquet, concentrata costantemente sui fatti di attualità.

Se sotto l’egida di Stern si cercava sempre di tenere separate sport e attualità, dall’avvento di Adam Silver la Lega professionistica lascia sempre più libertà ai giocatori e agli addetti di dire la propria su tutto, di schierarsi politicamente, di unirsi in una lotta “silenziosa”.

La NBA fa politica.

Se partiamo da questo, lo schieramento ufficiale di LeBron James per Hillary Clinton alle prossime elezioni è qualcosa di decisivo per tutto ciò che rappresenta l’Ohio e i neri statunitensi che vedono la stella dei Cavs come un esempio da seguire. Anche se poi il #23 ha smentito che l’abbia fatto per influenzare le votazioni, ha dichiarato, quasi antiteticamente: “L’ho appoggiata perché è ciò in cui io e la mia famiglia crediamo, è ciò che vogliamo, sperando che avvenga”. L’Ohio, da sempre, è uno Stato sempre in bilico tra repubblicani e democratici (sostanzialmente chi ha vinto in Ohio è poi stato l’inquilino della Casa Bianca), quindi la decisione di LeBron peserà non poco, anche perché lì ci sono 18 Grandi Elettori.

L’amico di LeBron, Dwyane Wade, ha visto invece  Trump riprendere la morte di sua cugina per convincere i neri a votare per lui. Ma le critiche gli sono piovute addosso a valanga.

La protesta di Kaepernick e un suo compagno || weresist.org

Proprio sulle violenze si sviluppa l’altro problema che attualmente sta colpendo la NBA e che si protrarrà sui campi lungo tutta la stagione, se qualcosa non cambierà: è la protesta di alcuni giocatori durante l’inno degli Stati Uniti. Tutto è partito da Colin Kaepernick, giocatore di football dei San Francisco 49ers che rimane seduto quando viene suonato e cantato lo “Star-Spangled Banner” prima di ogni partita. Intervistato a riguardo, ha così risposto a NFL Media, spiegando: «Non starò in piedi per dimostrare il mio orgoglio per la bandiera di un Paese che opprime i neri e le minoranze etniche. Per me è più importante del football, e sarebbe egoista guardare dall’altra parte. Ci sono cadaveri per le strade, e persone che la fanno franca» riferendosi ai fatti, sempre più numerosi, di aggressioni di bianchi, spesso anche in divisa, verso i neri, in una rivisitazione contemporanea della storia più buia del secolo scorso negli Stati Uniti.

David West, neo giocatore degli Warriors, ha ammesso di essere stato lui il primo a contestare l’inno già dai tempi dei New Orleans Hornets quando stava in ultima posizione e due passi dietro rispetto ai suoi compagni. A Marc J. Spears di The Undefeated ha inoltre attaccato: “Vogliamo parlarne dell’educazione per noi neri? E della mortalità infantile? Noi muoriamo. I neri hanno la più bassa aspettativa di vita. Sveglia, ragazzi! E del sistema della sanità cosa diciamo? Ci sono troppi problemi… E non posso iniziare a parlare dei problemi di ogni cittadino. Non posso se degli stronzi non pensano minimamente che io sono un essere umano. Come posso parlarti del progresso e di come gli uomini interagiscono se non ci riconosci la nostra esistenza? In qualche modo noi abbiamo avuto quel diritto e quindi siamo tutti uguali, tutti sullo stesso piano. Questo è ciò che sento dentro di me”.

Su questo argomento, molte squadre hanno voluto mostrare un segno di protesta, come dimostrato da Knicks e Rockets prima della sfida giocata contro, ma anche Wizards, Raptors, Blazers e Celtics uniti in un abbraccio per tutta la durata dell’inno. A significare, forse, l’unità degli statunitensi verso Kaepernick e contro le (inutili) offensive armate della polizia.

“Ci fa sentire bene questo abbraccio”, ha detto Jared Sullinger in questa intervista. “Alla fine della giornata sappiamo cosa è giusto e cosa è sbagliato. E sappiamo anche che quello che sta succedendo attualmente negli Stati Uniti è sbagliato […] Non stiamo progredendo, semmai stiamo regredendo […] E’ triste vedere queste cose e voglio che tutto ciò cambi. Per me il cambio sta nel mostrare alla gente informazioni che di solito non riesce a vedere“.

Jason Kidd, attuale coach dei Bucks, ha voluto però chiarire che il loro abbraccio durante l’inno non sta assolutamente a mostrare che si tratti di una protesta, come dichiarato a Nick Friedell di ESPN: “Non stiamo protestando. Stiamo solo mostrando che siamo uniti. Non c’è alcuna protesta in questo”. Questa idea è seguita e condivisa anche dal neo arrivato a Brooklyn, Jeremy Lin.

Nick Young, invece, non ha fatto tanti giri di parole e ha ammesso di schierarsi dalla parte del quarterback dei 49ers:

A supportarlo anche una voce ben più autorevole come Kareem Abdul-Jabbar, che sulle colonne del Washington Post ha scritto: “Quello che dovrebbe inorridire gli americani non è la scelta di Kaepernick di rimanere seduto durante l’inno, quanto il fatto che abbiamo ancora bisogno di concentrarci sulle diferenze razziali a quasi mezzo secolo da quando Muhammad Ali venne squalificato a vita dalla boxe per le sue posizioni oppure dall’ostracismo pubblico verso Tommie Smith e John Carlos e i loro pugni alzati, senza contare le varie minacce di morte a chi voleva difendere i propri diritti”.

Anche il consulente dei Raptors Wayne Embry si è inserito nella discussione, dando una spiegazione storica a questa protesta. Hall of Famer, lui giocava in tempo di segregazione e quei momenti bui della storia americana li ha vissuti sulla propria pelle: “Se ripenso a quegli anni, durante le marce eravamo tutti uniti con differenze di sesso, gruppo etnico o religioso”, ha riferito al solito Marc J. Spears di The Undefeated. “Usavamo il motto ‘We Shall Overcome’, ripreso dalla marcia di Marthin Luther King in Alabama dalla città di Selma fino a Montgomery nel 1965. I nostri giocatori hanno solo voluto mostrare un segno di solidarietà ed unità: questa è la spiegazione del gesto”, messo in scena durante gli inni (canadese e statunitense) nella prima gara di preseason contro Golden State. Embry, primo GM di colore in NBA nel 1972, ha poi speso parole nei confronti del gesto di Kaepernick: “Mi hanno chiesto se sarei stato in piedi durante l’inno e ho confermato, ma questa scelta deriva solo per onorare il nostro inno e la nostra Costituzione e per quello che stanno a significare“.

Tutte queste proteste sono nate dalle varie uccisioni di neri indifesi da parte della polizia, ma anche per mettere un freno a molte scene di violenza troppo spesso consentite: su questo si pongono i due compagni di squadra agli Heat Wayne Ellington e Justise Winslow secondo i quali la protesta di Kaepernick serve, ma poi non deve fermarsi lì. Winslow infatti ha dichiarato: “E’ sicuramente importante essere consapevoli di questa situazione. Ma bisogna anche saper cosa fare con questa consapevolezza: dobbiamo andare in mezzo alla gente e mostar loro qual è la via migliore per arrivare a quella consapevolezza“. Ellington, invece, per spiegare ai ragazzini delle scuole che ci sono vari modi per sistemare una discussione ha portato ad esempio la morte di suo padre, ucciso con due colpi di pistola alla testa dopo un litigio: “Ci sono tante opportunità là fuori per ognuno di voi. Ci sono tanti modi differenti per risolvere i problemi, i contrasti. Tuttavia abbiamo bisogno di vivere tutti insieme. Di volerci bene, quindi. In questo nasce il bisogno di trovare un modo per aiutarsi gli uni con gli altri e questo è quello per cui sono qui”.

sports.inquirer.net

Adam Silver ha dimostrato di non aver nessun timore ad usare il pugno duro contro Charlotte. La città, nelle ultime settimane tristemente famosa per le proteste sanguinose contro i poliziotti che hanno ucciso un giovane disarmato, si era assicurata l’assegnazione dell’All Star Weekend di febbraio 2017, ma l’attuazione di una legge discriminatoria contro i transessuali ha costretto il commissioner della NBA a spostare la manifestazione a New Orleans per la terza volta negli ultimi nove anni. Questa legge obbliga le persone transgender ad utilizzare i servizi igienici pubblici appartenenti al sesso che compare sul loro certificato di nascita. Silver più volte ha dato l’ultimatum al Governatore del North Carolina ma questi non ha mosso un dito e quindi Silver ha deciso per la misura “drastica”.

D’altronde Silver è colui che, appena insediato al posto di David Stern, tolse di fatto la franchigia a Sterling in seguito alle dichiarazioni razziste nei confronti di Magic Johnson. Il pugno duro ha già dimostrato di saperlo usare per migliorare la NBA, poiché ha capito che la immagine della stessa organizzazione si ripercuote efficacemente in tutti i suoi tifosi e followers.

esquire.com

Un altro fronte caldo, ma sul quale la NBA non si muove ancora con decisione, è quello che riguarda le presunte molestie di giocatori verso le donne. In questi giorni si sta seguendo il processo che vede imputato Derrick Rose e nel caso venga decretato colpevole le parole di Jeff Van Gundy, ex allenatore NBA ed ora opinionista TV, ritornerebbero in auge. JVG, infatti, ha attaccato la Lega di essere in prima linea su molti temi attuali, ma non si è ancora espressa su questo: certamente ha ammesso che la squalifica di Darren Collison è già un inizio, ma ai microfoni di ESPN ha poi continuato rincarando la dose. “La mia proposta su questo tema è che ogni crimine commesso contro una donna dovrebbe portare a squalifiche di una stagione per la prima volta, e se accade nuovamente sei squalificato a vita dalla NBA”, ha affermato il 54enne, che poi ha pure aggiunto: “Alla conferenza a cui ho assistito (sulla violenza sulle donne, ndr) ho imparato una cosa su tutte e cioè che questo non accade per errore. E’ una scelta. Scegli di commettere un atto violento…quindi io penso solamente che non dobbiamo fare altro che condannare severamente questi gesti”.

Per tornare alle violenze sui neri, lo stesso Rose fu uno dei primi ad indossare la maglietta “I Can’t Breathe” (non riesco a respirare, ndr) riferito alle ultime parole proferite da Eric Garner, ragazzo di Staten Island picchiato a morte da un poliziotto ormai due anni fa. Fu poi seguito da un po’ tutti i giocatori NBA e la Lega decise di non multare i giocatori – tutti dovrebbero vestire abbigliamento Adidas nel riscaldamento pre-partita – schierandosi di fatto dalla parte dei giocatori e del ragazzo ucciso.

Il mondo sembra regredire sui diritti basilari che ogni uomo dovrebbe possedere e gli Stati Uniti stanno vivendo un momento molto caotico sotto molti punti di vista, tuttavia la linea di Silver ha mostrato molta libertà sui temi più importanti, schierandosi apertamente per la difesa delle minoranze etniche e religiose e della comunità LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender). Può fare di più, e quasi certamente lo farà, ma una cosa è sicura: la NBA è al giorno d’oggi un punto di riferimento per i diritti civili e con queste prese di posizione non può che dare il buon esempio per tutti i sostenitori sparsi ormai indistintamente in tutto il mondo.

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