Basket evoluzionistico – il sorgere del “4” dominante

Basket evoluzionistico – il sorgere del “4” dominante

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La stagione 2005-2006 dell’NBA verrà probabilmente ricordata come la stagione del requiem del grande centro. In quella stagione uno Shaquille O’Neal per l’ultima volta presentabile ha supportato un Dwyane Wade trascendentale alla conquista del titolo, in 6 tiratissime gare. Con O’Neal, un Mourning recuperato dopo i gravissimi problemi di salute creò una coppia di lunghi semplicemente devastante, in un canto del cigno di un ruolo che già allora era profondamente cambiato. Non sfugge infatti che in quell’anno i Suns dominavano la Pacific e i Nuggets di George Karl iniziavano una lotta con la logica del basket tradizionale, che non portò dividendi in termini di vittorie ma solo di visione moderna del gioco. Più recentemente Steve Kerr ha saputo iniettare lo small ball di pragmatismo vincente, fondendo gli elementi innovativi con una visione difensiva che era l’anello mancante per innalzare il Larry O’Brien Trophy.
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Dal 2005-2006, delle squadre vincenti faticheremo a ricordare i centri. Si può infatti dire che una vittoria viene costruita intorno a Fabricio Oberto? O a Kendrick Perkins? O Andrew Bynum? Chiaramente, sono dei tasselli di una squadra ma non gli elementi decisivi per renderla vincente. Se andiamo ancora più indietro, c’è di nuovo Shaquille ai Lakers, e prima David Robinson agli Spurs e Hakeem ai Rockets. Per trovare una serie di grandi centri in finale dobbiamo tornare agli anni ’80, quando i duelli erano tra i grandi big man del tempo: Kareem, Moses Malone, Robert Parish, Jack Sikma. Al tempo si diceva che solo questi quattro giocatori potevano cambiare gli equilibri, ma nessuno era un esterno, pure in una lega con Magic e Larry. Ma questo non significa rimpiangere il basket dei tempi andati, perché l’estinzione del pivot americano corrisponde a un gioco completamente diverso, in cui il focus si è spostato su altri ruoli e altre situazioni in campo. Il pivot antico e leggendario non si è infatti estinto per mancanza di talento, bensì perché inutile. Storicamente, questo spostamento in finale NBA si legge chiaramente nella stagione 1990-91, quando in finale si affrontano Blazers e Pistons. Duckworth contro Laimbeer è un duello che tecnicamente non ha oggettivamente nulla d’interessante.
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Un 1vs1 dei due, con tutto il rispetto, non riempie nessun sogno. È come se il gioco si fosse adattato da solo ai cambiamenti. I Blazers avevano Williams e Kersey come ali, molto fisici e rapidi, mentre i Pistons schieravano Laimbeer, il primo lungo a tirare stabilmente da tre, che Daly decise di usare come non si era mai fatto, Rodman e Salley sotto canestro, due atipici come non ce ne sono mai stati, e Thomas-Dumars-Aguirre come esterni a dominare il gioco. È uno shift di cui non ci si rende conto. Si incolpano gli allenatori di non saper creare dei lunghi, si trova Rodman poco elegante, Laimbeer grezzo anche se con un buon tiro, Duckworth segna ma non ha “bei” movimenti. Ma non si capisce che quel che era “irregolare” con il tempo diventerà la norma. In un modo affascinante il gioco si è già adeguato. Dalle high school e dalle università cominciano a uscire giocatori diversi e quelli che ne approfittano maggiormente sono i “4”. Sempre all’ombra dei grandi pivot, le ali forti hanno occupato una terra di mezzo nel basket per lungo tempo, in cui dovevano lasciare spazio per il movimento del lungo e non pestare i piedi alle guardie. Visti come macchine da rimbalzi e difesa, spesso dovevano ancorare la squadra e supplire alla mancanza di velocità del lungo. Nella storia cestistica si ricordano relativamente poche ali forti: Dolph Schayes a Syracuse negli anni ’50, Ed Macauley a Boston e a Saint Louis, Elvin Hayes a Washington e Houston, Kevin Mc Hale a Boston. Il “4” deve sgomitare per farsi spazio di fianco al “diplodocus” pivot, le cui percentuali bulgare (Artis Gilmore tirava al 62-63%, Dawkins in Italia all’80%) sono troppo preziose per la squadra. Ma tutto cambia con l’inizio degli anni ’80. Forse già il gioco di Westhead ai Lakers doveva farci immaginare qualcosa: il fast break sempre. Poi Riley che ha l’illuminazione di dar via un penetratore per un tiratore, Nixon per Scott, ed ecco i titoli dei Lakers.
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Oggi il “4” è il ruolo centrale di una squadra. La sua capacità di sopravvivere nella “terra di mezzo” che una volta era un difetto, oggi è un vantaggio e le sue ridotte dimensioni lo rendono un asset molto valido nel basket rapido di oggi. Inoltre, se il basket moderno ha relegato il lungo nel metro ideale intorno al canestro a prendere alley-oop, ha però permesso di sdoganare dei grandi “irregolari”, che allenatori capaci sono stati in grado di utilizzare al meglio. I Lakers dell’ultimo repeat avevano Gasol, Odom e Bynum come lunghi. Gli Spurs Duncan, Diaw e Splitter. Aumentano i giocatori agili e dalle buone mani, che negli spazi dilatati all’interno dell’area da tre punti possono massimizzare le capacità della loro visione di gioco. Nei Warriors vincenti del 2015, Green è stato la grande novità. Un lungo sui generis, non molto alto, ma rapido, saltatore, con tiro e passaggio. Un giocatore universale che ricorda forse certi slavi degli anni ’80 e non necessariamente uno da playground anni ’10 del XXI secolo. Negli Spurs, Boris Diaw è la figura del giocatore inventore da post basso e alto, e all’occorrenza tiratore. E Bosh negli Heat, dal canto suo, è stato usato con grande abilità da Spoelstra anche come unico lungo.
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Per questo Kevin Love è in fondo molto prezioso per i Cavs. Blatt sa benissimo che nel basket di oggi le spaziature, la tecnica, e un anno in più di gioco insieme possono fare quella magia che serve alla sua squadra. Love corrisponde al Green dei Warriors, solo che non lo sa ancora. Cresciuto in un ambiente cestistico tradizionale, in una edizione dei Timberwolves che faceva innamorare gli appassionati ma deludeva i tifosi (troppo old style, avrebbero forse vinto il titolo nell’85, ma non nel 2015), deve ancora scuotersi di dosso quel modo di vedere il basket come un asse play-pivot su cui è costruito il resto. In un basket multidimensionale l’accoppiamento tra Mozgov e Thompson, oltre a Varejao (ma cominciano a essere troppi per un’area sola), può dare quel mix di velocità, rimbalzo e tiro che è necessario per vincere qualcosa. Gli Spurs, per non sbagliare, hanno preso il miglior “4” sul mercato, LaMarcus Aldridge, e sperano di mandarlo a ripetizione del sistema di Popovich per prepararsi all’uscita di Duncan, tra una decina d’anni. I Knicks hanno preso un lettone da cui sperano di ottenere qualcosa, Porzingis, se riescono a renderlo almeno di qualche millimetro più spesso. I Pelicans saranno costruiti su un Davis che, se riesce a liberarsi dalla fissazione di essere un centro, potrà diventare un giocatore alieno ai concetti odierni di basket.
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Che si parli di “Small ball” o di triple post alla Jackson, tuttavia, il risultato è lo stesso. Il gioco si è spostato fuori dall’area, verso l’esterno, e il risultato è che il pivot si trova ancora più a ridosso del canestro, come se, attratto dalla forza centripeta dell’anello, dovesse fare da contrappeso al resto della squadra con la sua propensione al rimbalzo d’attacco e al gioco sopra l’anello. DeAndre Jordan, Monroe, Chandler, non prenderanno mai la palla lontano dal canestro, non hanno alcuna utilità laggiù. L’area più libera permette al pivot più movimento per posizionarsi a rimbalzo. L’appassionato tradizionale trasecola a vedere tutti quei rimbalzi offensivi, ma sono anche questi il frutto del gioco. L’area non può più essere intasata da una zona bulgara dei bei tempi e i tre secondi difensivi costringono a seguire l’attaccante. Quindi l’1 contro 1 a rimbalzo è difficile da fermare, per il difensore che non ha la mentalità da rimbalzista puro. Ma il “4” dominante è solo uno degli elementi del basket moderno che cambiano la visione del gioco. Spesso l’appassionato da lungo tempo fatica a riconoscere il suo gioco. Lo schizofrenico rincorrersi di azioni e di errori spiazza chi era abituato a un basket di percentuali, di schemi, di play lettori di gioco che si facevano un punto d’onore il far segnare gli altri. Ma è il basket di oggi, baby, con i giocatori di oggi. In DVD potremo riguardare Kareem, Pat Ewing e Wilt quante volte vogliamo, ma il basket, come ogni altra cosa umana, va avanti e si fa influenzare dai concetti che si sviluppano intorno. Vita liquida, lavoro flessibile, uscire dalla zona di conforto, sono concetti che mettono a disagio chi pensava che il mondo non sarebbe mai cambiato. Ma il cambiamento arriva dappertutto, anche quando non vogliamo, e fa tutto da solo, a un ritmo incessante, che è il suono del basket evoluzionistico.
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