Basket evoluzionistico: basket liquido e basket solido

Basket evoluzionistico: basket liquido e basket solido

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Zygmunt Bauman, che probabilmente non ha mai visto una partita di basket dato che per la maggior parte della sua vita è stato uno stimato filosofo, teorizza che nel mondo di oggi assistiamo a uno “scardinamento” dell’individuo dalle posizioni che gli erano assegnate. Le relazioni tra le persone diventano più labili, in modo analogo a come una sostanza passa da uno stato solido a uno stato liquido.
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I collegamenti stabiliti da tempo, le classificazioni, perfino i pregiudizi, vengono ribaltati e ci troviamo in una modernità che non ha più un “essere”, bensì un “divenire” costante in cui il nostro ruolo è costantemente ridefinito, in un flusso che non si ferma mai. Lui chiama questa caratteristica della società: “modernità liquida”. Come termine, “liquida” va molto di moda e tra qualche anno potrebbe essere nello stesso posto in cui oggi si trovano “sinergia”, “osmosi” e simili, mutuate dalle leggi della fisica senza conoscerne bene il significato, ma che si adattano bene a una realtà che non è più, come si dice, “quella di una volta”. Che non lo sia è vero, ma che nulla non sia mai come “era una volta” è altrettanto ovvio, solo che il passo dell’innovazione è talmente rapido che il cambiamento ormai si denota a occhio nudo. Anche il basket è investito da una costante onda di novità, inutile negarlo. L’affermazione del gioco moderno da D’Antoni in poi equivale, grossolanamente, alla visione di un “basket liquido”, in cui tutto ciò che pensavamo deve essere ribaltato. È che il peso delle innovazioni non si capisce mai subito. All’inizio, il basket si giocava nelle gabbie. Poi, si sono tolte le reti laterali ed è rimasto il campo, come sospeso in una dimensione vuota prima della prima fila di sedie. Dopo, come innovazione radicale, è venuto il tempo in cui si è abolita la palla a due dopo ogni canestro. Per quanto sottovalutata, probabilmente la rimessa dal fondo dopo il canestro è stato un evento più radicale dell’introduzione di un limite di tempo. Quest’ultima, nata dopo uno scandaloso 19-18 dei Pistons, allora di Fort Wayne, sui Lakers di Mikan, in cui i Pistons avevano tenuto palla letteralmente per interi quarti d’ora, ebbe il merito di accelerare il gioco e aumentare i punti, ma il passaggio forte nelle segnature era avvenuto dopo l’abolizione della palla a due, quando si era passati da una media di 30-40 punti a 80-90 a partita. Fatto sta che ognuna di queste innovazioni ha avuto un impatto sul basket, anche se questa ha comportato tempo per arrivare a sfruttarne tutte le potenzialità e capire quanto radicalmente potesse cambiare il gioco.
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Negli ultimi trent’anni l’innovazione principale in campo è rappresentata dal tiro da 3 punti. Bisogna ammettere che all’inizio non sapevamo bene come trattarla. Quando Stan Pietkawitz in un All-Star game ne segnò sette da 3 punti, in Italia tutti pensarono che, alla fin fine, non cambiava nulla, la gente avrebbe sempre tirato da lì solo che ora gli davano un punto in più. Ma il tiro da 3 punti ce ne ha messo di tempo per cambiare davvero il basket. Intanto perché ha dovuto nascere il giocatore cresciuto in quell’ambiente, che incorporasse nelle sue coordinate spaziali il fatto che quell’arco è come l’orbita di un pianeta, come il record del mondo di salto triplo e che tutta la sua vita deve dipendere da come vive su quel margine, perché può essere il modo in cui vive o la superficie dell’acqua in cui affoga.
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Quando Bill Laimbeer ha cominciato a mettersi sull’arco e a metterla intorno al 35% da tre, i lunghi hanno cominciato a capire che la vita stava cambiando. La retorica per cui il pivot deve stare sotto canestro a prendere i rimbalzi ha subito dei colpi, perché quel punto in più è diventato un martello che picchia nelle teste, un’eco violenta, che col tempo è arrivata dove non pensavamo arrivasse. Poi sono arrivate le squadre che vincevano con pivot oggettivamente scarsi, poco più che paracarri per blocchi, roba alla Luc Longley, e lì gli occhi avrebbero dovuto aprirsi un po’. Chiaro che poi ha vinto anche Shaq e, obnubilati dalla sua grandezza, ci siamo illusi che tutto tornasse normale, ma non è stato così, perché dopo hanno sempre vinto sicuramente dei grandi 4, ma non necessariamente dei grandi, o perfino buoni, 5. Perché è cambiato lo spazio, nell’arco da 3. Le difese si sono espanse come palloncini quasi pronti a scoppiare. Il pivot tradizionale si è estinto per lasciare spazio a un animale che incorpora alcuni dei suoi elementi, ma deve giocoforza adeguarsi a un mondo diverso. Anche il play è scomparso dai radar, perché quella necessità di tirare da 3 è così impellente che il suo compito non è solo di far “segnare gli altri”: no, bello mio, sei tu che devi essere il primo pericolo, non devi solo smazzare la palla. In questo modo il basket è diventato qualcosa di diverso e più affascinante. Il vecchio appassionato fatica a riconoscervisi e rimpiange il passato. Pensa che oggi un Kareem o un Bill Russell o un Chamberlain non possano più esistere perché non c’è il talento e non ci sono gli allenatori. La realtà è che non possono più esistere perché non c’è più quel gioco che creava quei giocatori. Non dico che oggi sarebbero scarsi, ma che è un gioco completamente diverso. Kareem da giovane mette impressione anche oggi, nelle immagini d’archivio, ma non avrebbe più tutti quei palloni in quella posizione, post basso per fare un gancio, e avrebbe molti di quelli da passare fuori a un tiratore libero con la difesa che collassa. Sono cambiate le posizioni, le logiche, le idee. Per questo fa tenerezza Phil Jackson quando cerca di imporre la triple post in un mondo in cui i giocatori non sono allevati per giocare la triple post che, come un articolo del NY Times ha fatto notare, alla fin fine ha avuto successo solo con MJ e Kobe, forse non per caso.
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Il basket di oggi è diventato più liquido, non ha più le distinzioni di un tempo, quei dinosauri che attraversavano il campo lentamente e andavano a difendere e attaccare nello stesso posto. Oggi un lungo deve sapere come uscire sul pick & roll in difesa, e deve prepararsi a uscire e entrare tre o quattro volte per bloccare, prima di vederla in attacco. Chiaro che non ha più il gioco in post basso di Walton o Hakeem ma chiaro, anche, che quel gioco non esiste più. Il che non significa che ogni tanto un pivot tradizionale non esca fuori. Oggi, nella NBA, solo qualche rudere europeo, alla Marc Gasol, Pekovic, Mozgov, continua a portare avanti la tradizione del pivottone antico. Ma lo fa in un sistema che stressa al limite le sue doti. Mozgov ha giocato molto bene le finali, ma alla lunga è stato sfiancato da una velocità dei Warriors che ha messo in panca anche il titolare dei suoi avversari. Pekovic non è mai andato ai playoff. Marc Gasol è semplicemente la reincarnazione di Arvydas Sabonis e quindi è esentato da cose terrene come l’evoluzione, nel senso che ha la forza, finora, per domarla. In un basket liquido, chi vince ha una squadra in grado di, alla lunga, sottrarsi a tutte le costruzioni mentali del basket tradizionale, e non esita a provare soluzioni “strane”. Gentry, dopo la finale, ha detto che “Mike è stato vendicato”, significando che quel basket che Mike D’Antoni ha messo in campo, visto solo in qualche costellazione nel cielo, è stato davvero avanti, troppo avanti per potersi davvero affermare. In questa liquidità uno come Popovich ci sguazza bene. Ai suoi Spurs ha saputo creare un sistema flessibile, senza veri centri, con un quattro multiforme in campo come immutabile nel viso, Tim Duncan, e intorno un’orchestra di asimmetrici, gente come Diaw e simili, che tratta bene la palla e ha una visione di gioco in grado di trovare sempre linee di passaggio, usando quegli angoli che una volta non si consideravano, perché un tiro da quel punto non era considerato remunerativo. Ma il suo basket è ancora troppo “solido”, per essere considerato davvero “liquido”, e credo che se sentisse una definizione del genere risponderebbe con un grugnito e girandosi velocemente.
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A Est i Cavs con Mozgov e Irving, gli Heat con Dragic e Whiteside (una macchina da doppie doppie), i Wizards, con Wall e Gortat, sono altri esempi di squadre che vogliono rimanere nell’ambito “solido”. A Ovest la coppia dei Clippers Paul-Jordan, che infatti Rivers ha voluto assolutamente tenere, è molto “solida”, mentre Westbrook e Durant per OKC e Harden, che non si può costringere in alcun abito “solido”, sono più che mai liquidi. Solidi, solidissimi i Grizzlies. Solidi anche i Mavericks.
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Inutile sottilizzare su queste distinzioni, che lasciano il tempo che trovano. L’attributo di “solidità” o “liquidità” dipenderanno dal successo delle squadre e dal tipo di mercato, dal modo in cui il nuovo personale verrà educato nelle scuole e nei settori giovanili. Anche in passato era così. Prendiamo il ruolo dei lunghi. I lunghi nel basket fino agli anni ’40 erano al massimo un due metri scarsi. I pochi sette piedi erano visti come dei grossi manichini che vagavano per il campo. George Mikan cambiò questa percezione praticamente da solo, ma lo fece grazie al lavoro di Ron Meyer a De Paul, che lo fece allenare come un vero lungo “moderno”, intendendo la modernità come il nuovo di allora. Meyer “inventò” un’idea di gioco per l’atleta Mikan, rendendo possibili cose che vennero portate all’estremo con gente come Kareem e Olajuwon, lunghissimi, artisti del piede perno e giocatori intelligentissimi, ma che nel gioco di oggi, con la mentalità di allora, sarebbero in grande difficoltà. In questo senso occorre dire che l’affermazione di uno stile di gioco non è mai solo la decisione o la visione di un allenatore che arriva “al fondo”, quando è ormai troppo tardi, da professionisti. Nasce da un luogo più profondo, da una palestra, da un’ispirazione, da una scelta ardita, che mai nessuno ha voluto fare prima. Nasce anche dal talento, da uno come Mikan che ribalta le idee sui lunghi in attacco, da uno come Baylor che mostra come si salta, da Erving che porta il gioco stabilmente sopra il canestro, da Magic, che, unicum assoluto, illude tutti che il basket vada solo su quelli di più di due metri. Nasce dal tiro da 3 che, in origine, si pensa come la stravaganza che succede una volta a partita, poi diventa abitudine e infine rivoluzione. Ma una rivoluzione che ha dovuto attendere generazioni che il tiro da 3 non lo hanno segnato sul terreno, ma dal tiro da 3 sono stati segnati e disegnati, per creare un nuovo giocatore di basket. Uno tremendamente simile a quel che si è già visto, ma multiforme, con dentro e intorno a sé una percezione dello spazio multidimensionale, orizzontale e verticale, che prima mancava.
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Di solito, ai cambiamenti ci si può opporre ed essere travolti o lasciarsi trascinare, per capire come stare a galla e non fare la fine dei dinosauri. Chi dominerà gli anni prossimi, sarà chi riuscirà a cucire meglio il gioco di squadra per il tipo di giocatori che vengono formati oggi. Non esiste una possibilità di deciderlo prima, questo è il bello, perché il talento fa sempre la strada che vuole lui. Prima si imitavano Magic e Larry, poi Micheal, poi Kobe. Oggi si imitano Steph Curry e James Harden e il bello è che, come diceva Kareem nel titolo della sua autobiografia, siamo “sulle spalle dei giganti”. Ognuno si incarica di portare avanti la fiaccola fino alla prossima fermata, poi di passarla al gioco di domani che ancora non conosciamo. In questo la liquidità del gioco e della vita si dimostrano nella loro magnificenza e forza: per quanto ci sforziamo di immaginare il domani, avviene sempre qualcosa di diverso e il merito consiste nel non spaventarsi ma accoglierlo, sapendo che ci porterà qualcosa di nuovo e strabiliante, per poi spegnersi e lasciare spazio a qualcosa di ancora più bello, che già non vediamo l’ora di veder avvenire.

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