Basket evoluzionistico: lo Small Ball e il ritorno alle radici del gioco

Basket evoluzionistico: lo Small Ball e il ritorno alle radici del gioco

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I concetti di base del basket hanno subito un’accelerata enorme con la creazione del tiro da tre punti. L’idea di premiare i tiratori da lontano con un punto in più emerge in diversi momenti della storia del basket, ma si sostanzia nella ABA degli anni ’70, quando quell’allegro carrozzone irriverente, scardinando le regole del basket “serio” della NBA, mette insieme palloni colorati, pettinature afro, talenti sottratti all’altra lega e un punto in più per il tiro da lontano.
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I grandi tiratori sono sempre esistiti nella storia del gioco. Negli anni ’30 Cy Kaselman degli SPHAS di Philadelphia e Bobby McDermott, asso dei Brooklin Visitation e varie altre franchigie, avevano la fama di poter tirare da una decina di metri in modo abbastanza agevole. Negli anni ’50 Joe Fulks e Paul Arizin affinarono il tiro da fuori in sospensione e Sam Jones dei Celtics fu il tiratore principe del decennio successivo. I ’70, decennio quanto mai confuso dentro e fuori del campo, presentano un gioco collassato verso l’area, dominato da big men ballerini sul perno e con gli estremi in basso del campo praticamente inutilizzati. Ci sono ali piccole come Doctor J grandi in penetrazione, pochi che tirino davvero da fuori. In Italia la 1-3-1 di Peterson venne scassinata, nell’84, dai tiratori della Virtus, Fantin e Villalta, che Jan Van Breda Kolff, il figlio dell’allenatore dei Lakers anni ’60 (e, secondo alcuni, inventore dei principi della Princeton Offence prima di Pete Carrill), imbeccava dall’alto del suo 1,96 passandola sulle mani protese di Boselli e D’Antoni. Ma il campo era ancora oltremodo stretto, la difesa “bulgara” da campionato minore aveva ancora la possibilità di rendere impossibile il gioco agli attacchi. Il tiro da tre fu più di quello che pensiamo oggi. In questo panorama, in cui il tiro da lontano era solo l’extrema ratio di un attacco che voleva andare a tirare da sotto, con conclusioni ad alta percentuale, il gioco avveniva a malapena intorno all’area e l’apparizione di quella linea venne dismessa dai più come una stranezza, che non avrebbe davvero cambiato alcunché.
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Come sempre, i primi a capire tutto furono gli slavi. Dal canale di Capodistria, che qui da noi si prendeva male, in modo offuscato, si vedevano le immagini di queste squadre slave in cui i lunghi, preso il pallone su rimbalzo offensivo, invece di provare il tiro da sotto, la passavano sull’arco per un tiro da tre. Gli slavi avevano sempre tirato bene: Kicanovic, Delibasic, Dalipagic e compagnia erano cecchini ovunque. Ma quella nuova generazione portava un verbo cestistico radicalmente diverso, che si avventò sulle squadre europee con una novità che ribaltò tutte le gerarchie. Il Cibona vinse due coppe seguito da Milano, che scoprì di avere grandi tiratori in proprio e prese Bob McAdoo per la bisogna, poi la Jugoplastika e il Partizan per 4 volte di fila e chissà quante altre, se non si fosse dissolta la Jugoslavia. In USA il tiro da tre viene abbracciato tra mille esitazioni. Pat Riley, come sempre, ha l’intuizione giusta quando manda Norm Nixon ai Clippers per la scelta di Byron Scott. La freccia Nixon per uno che tira da fuori? Altri tre titoli sono lì a dimostrare le sue ragioni e il primo spostamento del baricentro del gioco sul perimetro. Da allora non è possibile vincere senza tiratori. Alcuni veterani continuano a giocare come prima, d’altronde hanno sempre tirato, ma il tiratore come lo intendiamo oggi è una bestia che arriva lentamente, negli anni ’90.
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John Paxson ai Bulls è un tiratore nato, uno che poteva stare in campo da play senza essere un genio e vincere il titolo perché era un grande tiratore. L’effetto sulle squadre è grande. Non serve più avere un pivottone o una media di playmaker e ali di alto livello: servono tiratori, un mulo rimbalzista e due/tre campioni che possano fare le cose importanti. È un basket moneyball, dal titolo del film sul baseball che ha raccontato l’importanza dei numeri nello sport. Conta, per la squadra, prendere dei giocatori che massimizzino le possibilità di vittoria, che combinino le cose importanti: un tiro da fuori affidabile, difesa e passaggio. È un florilegio di squadre di big two (Jordan-Pippen, Kobe-Shaquille e poi Kobe-Pau), in cui tiratori da fuori affidabili complementano le stelle. Gli Spurs si inventano i big three e i Celtics li imitano con successo. Ammettiamolo, sono squadre che negli anni ’70 non si sarebbero viste. Intanto perché, in un’NBA a 18 squadre il talento era in media molto più alto, ma anche perché è proprio la logica del gioco a essere cambiata. Siamo di fronte a squadre fatte per vincere oggi, con una logica e un’idea che non si poteva applicare al passato. Ma è il basket a essere così, a riproporsi come una inesauribile fonte di novità, un campo in cui sperimentare le novità a ogni giro di giostra usando nel modo più fantasioso il talento. Ma è l’ultima trasformazione a quasi stordire, come a spiegare che anche nel basket c’è un eterno ritorno al centro dell’evoluzione. Lo Small Ball, inventato da un Mike D’Antoni che ritorna nel nostro racconto, ovvero il tiro in sette secondi o meno, è un ribaltamento totale dell’idea di gioco. Dagli anni ’70, in cui si vinceva con il grande pivot (Willis Reed, Kareem, Wilt Chamberlain, Dave Cowens, Jack Sikma, Wes Unseld), oggi siamo arrivati al punto in cui il pivottone è un ostacolo: non è in grado di andare a prendersi un tiro in sette secondi e la quantità di campo da coprire è talmente grande, soprattutto in difesa, che nemmeno serve più come ruolo. L’ultima serie finale è stata cambiata da David Lee in un secondo tempo di gara quattro che vedeva i Warriors in difficoltà, lasciando Bogut in panca. Mozgov non è riuscito a coprire il canestro contro le frecce dorate di Golden State e i Cavs, ormai senza panchina, non sono riusciti a trovare risposte.
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Ma non bisogna illudersi che tutto resti così. Ogni teoria di gioco è figlia di chi la mette in pratica e la vittoria arride al coach che sa usare meglio i suoi giocatori. Tuttavia, è interessante legare lo Small Ball a un tipo di gioco molto antico. Quando i New York Renassaince calcavano i campi di gioco negli anni ’30, come prima squadra di neri, erano conosciuti per la loro ragnatela di passaggi molto veloci e la capacità di segnare in fretta, in un ambiente di gioco caratterizzato da possesso senza limite di tempo e lunghe azioni. Il loro pivot era Charles “Tarzan” Cooper, un nero che Joe Lapchick considerava il miglior pivot che avesse visto in campo. Con lo Small Ball il basket sembra ritornare alle sue origini, a squadre agili e a un’idea di pivot completamente diversa da quella che ci siamo fatti nella nostra giovinezza. In questo lo Small Ball è una rivoluzione, perché quel ruolo fondamentale del big man, affermato in USA da George Mikan dei Lakers e in Europa da Janis Crumijins dell’ASK Riga, primo vincitore della Coppa dei Campioni, è stato “disfatto”, diminuito, il che ha significato mandare in soffitta una serie di movimenti, di piedi perno e ganci con passo d’incrocio, che hanno costituito la base dei fondamentali per generazioni di giocatori. Ma d’altro lato, non meno importante, ha sciolto le briglie verso una libertà di gioco che potrà usare in modo ancora più intrigante i nuovi straordinari talenti che si affacciano al gioco: Anthony Davis, Krystopf Portsingis (o come cappero si scrive) e compagnia. Rimane da chiedersi ora se avrà senso, in futuro, un’area dei tre secondi…

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