Basket evoluzionistico: Stockton to Malone – l’unico duo

Basket evoluzionistico: Stockton to Malone – l’unico duo

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I concetti cestistici hanno un loro periodo di validità. Il processo creativo e distruttivo di idee tattiche su cui poggia il gioco non trova mai requie. A ogni generazione si afferma un’idea che domina per un certo numero di anni, sembra l’idea “definitiva” di gioco, mentre è solo il modo migliore di massimizzare il talento fisico e tecnico del personale a disposizione. Questo interrogativo è nato in una discussione online sul più grande “duo” di tutti i tempi. Al solito “Stockton to Malone”, opposto a “Pippen/Jordan”, è uscito anche un Magic – Jabbar che, se non proprio duo, è comunque un asse play – pivot decisivo. E qui è arrivata la svolta. Perché il “duo” è un concetto che nasce tra l’85 e l’86, quando un playmakerino tascabile uscito da Gonzaga senza troppe speranze, trova una simbiosi cestistica con un bestione nero dalle mani d’oro, e nasce il più immarcescibile “duo” della storia del basket. Il Dottor Oliver Sacks, in “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”, racconta il caso di due fratelli gemelli seduti per terra, nel corridoio di un istituto per malattie psichiatriche, con la schiena contro il muro a dirsi dei numeri, incompresi da tutti. Sacks prese nota dei numeri e si rese conto i due giocavano a trovare il numero primo successivo a quello detto dall’altro. I numeri primi sono il grande mistero della matematica, una distribuzione imponderabile li mette in zone della successione dei numeri che non si possono prevedere. Sacks prese un libro con l’elenco dei numeri primi e si sedette tra di loro, dicendone uno di quattro cifre, quando loro erano ancora a tre. I gemelli ci pensarono un attimo, poi dissero anche loro un numero primo di quattro cifre, e andarono avanti ancora parlando col dottore in quel linguaggio matematico che solo loro capivano.
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Il rapporto “Stockton to Malone” è una cosa unica, ammettiamolo. Una cosa da numeri primi. Solo loro capivano le intenzioni reciproche e si potevano sintonizzare su quello che l’altro voleva fare. I difensori potevano trovare la contromisura alla prima combinazione, alla seconda, ma sapevi che, da qualche parte del secondo o terzo quarto, loro avrebbero trovato quella variazione infinitesima che gli avversari non potevano marcare. Non si può allenare un istinto come quello. O meglio sì può, ma per arrivare al massimo a un buon pick & roll, uno che, di volta in volta, puoi cambiare e adattare e, diciamocelo, quando gli avversari capiscono come funziona, riescono a disinnescarlo. Il loro però, no. Dai prepartita oratoriali alla finale NBA, Stockton ha continuato a fornire Karl Malone di palloni, senza che fosse chiaro alla gente di chi fosse il merito. Il loro caso non ha radici cestistiche, il paragone più immediato che viene in mente è quello di Stanlio e Ollio, oppure Gianni e Pinotto o, meglio ancora, Fred Astaire e Ginger Rogers. Uno balla e l’altro fa le stesse cose non sui tacchi a spillo, ma in aree affollate, marcato da bestioni come Hakeem o Shaquille. Quando Frank Layden, allenatore dei Jazz che se li trovò tra le mani, deve essergli scattato qualcosa. Il pick & roll allora era uno schema da vecchio basket, pensato in un tempo in cui gli Original Celtics dominavano il gioco e i palloni avevano ancora la cucitura esterna. Layden dovette capire qualcosa del modo in cui i due si intendevano, qualcosa che non riguardava solo il basket ma la vita intera. Karl e John, infatti, non sono due tipi loquaci. Il fatto che abbiano giocato a Salt Lake City non depone a favore della loro socialità: preferiscono parlare sottovoce e intendersi al buio, senza bisogno di menate. Layden, un irlandese con una panza che insospettiva sui suoi rapporti con la birra, un uomo dal basket facile a cui piaceva un gioco veloce e grintoso. Così diverso dalle sue stelle, seppe però formare un concetto di gioco che il suo successore Jerry Sloan portò alle estreme conseguenze, senza mai fermarsi.
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Se guardiamo i Jazz della metà anni ’80, con Dantley, Griffith e Rickey Green play, vediamo una squadra in cui l’arrivo del dinamico duo portò uno sconvolgimento totale. L’idea di Layden e Sloan fu, semplicemente, quella di fare spazio ai due. In pivot arrivò Mark Eaton, poco più di una figurina del presepe in attacco ma uno stoppatore pazzesco in difesa, e in guardia gente come Kelly Tripucka, Jeff Malone e Jeff Hornacek, spacers, tiratori, che lasciavano ai due il compito di comporre il nucleo dell’attacco. Con gli anni, i giochi a due di Stockton e Malone hanno raggiunto vertici artistici, tanto che si può dire che se ci sono stati altri “duo” sul campo, Pippen/Jordan o Bryant/O’Neal, tuttavia nessuno è paragonabile a “Stockton to Malone”. Jordan e Bryant passavano la palla bene, ma non avevano la stessa capacità circense di incrociarsi, bloccarsi e recapitare la palla l’uno all’altro come i due di Utah. “Stockton to Malone” è uno dei frutti più fulgidi del tiro da tre punti. In uno spazio cestistico dilatato, in cui dovevi per forza marcare tiratori da tre molto pericolosi, l’area dei tre secondi è diventata un luogo diverso, non più affollato, come la caverna di un uomo primitivo, ma una savana, in cui rincorrere attaccanti pericolosi in ogni area del campo. In quella nuova dimensione del basket, John Stockton e Karl Malone hanno ricamato una carriera che negli anni ’70 non avrebbe potuto svilupparsi allo stesso modo. Nelle aree intasate di bestioni immobili, artisti del piede perno sul posto, Karl Malone si sarebbe trovato in difficoltà a incrociarsi in spazi stretti con Stockton e a liberarsi sotto il canestro, affollato come una fermata di Manhattan alle otto del mattino. Il tiro da tre ha cambiato il basket, costringendo i giocatori a trovare un’altra dimensione oltre a quella verticale, una dimensione orizzontale, in cui lo spazio non è solo quello da accorciare verso il canestro, ma da dilatare per arrivare a provare un punto in più. In questa dilatazione fisica Stockton e Malone si sono infilati come due fisici teorici del CERN. Il campo è diventato il luogo di una costante sperimentazione sull’urto dei corpi, in cui ai movimenti casuali dei difensori, si incrociavano quelli eleganti dei due di Utah che sapevano benissimo, invece, dove andare. Come tutti gli unicum del basket, gli imitatori abbondano. In particolare, oggi, il pick & roll E’ il gioco fondamentale del basket, usato sempre all’inizio dell’azione per creare quell’asimmetria spaziale che costringe la difesa ad andare da un lato, lasciando lo spazio al tiratore dal lato opposto, in ossequio al principio che la palla è più veloce del difensore.
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Ma Stockton e Malone avevano nel loro gioco un grano di sagacia tattica europea, una costruzione dell’azione che doveva rendere inaspettato quello che sarebbe comunque successo. Come sempre nel basket, anche se sai che qualcosa sta per succedere, non puoi fare nulla per fermarlo. Magic recapiterà la palla a Worthy, Jordan segnerà contro Craig Ehlo e quella maledetta palla di Stockton passerà a un millimetro dalle dita protese di uno delle migliaia di difensori che si sono illusi di aver capito come si calcolano i numeri primi. Bernhard Riemann, il grande matematico, fuggì nel 1866 dall’università di Gottinga di fronte alla guerra austro-prussiana, lasciando il suo studio pieno di carte con dimostrazioni di teoremi. La sua governante, stufa di dover mettere le mani in quel disordine, decise di approfittare dell’assenza del professore per mettere un ordine “definitivo”. Tra quelle carte si nascondeva, pensano in molti, la dimostrazione della funzione che trova i numeri primi, ma la povera governante non lo sapeva e fece un bel falò, che mise la parola fine a una mezza dozzina di dimostrazioni che avrebbero fatto avanzare la storia della matematica di qualche decennio. Reimann morì nella sua fuga a Verbania e non seppe mai di quel rogo che si era portato via una parte della sua grandezza.
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Il basket nacque 26 anni dopo e ce ne vollero altri cento, quasi, affinché una coppia di numeri primi, che soli sarebbero stati due buoni giocatori e nulla più, trovassero se stessi nella combinazione di intelletti cestistici più elusivi che la storia dell’NBA ricordi.

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