Billups: “I miei Pistons irripetibili. Coach Brown aiuterà il basket italiano”

Billups: “I miei Pistons irripetibili. Coach Brown aiuterà il basket italiano”

Il campione NBA a 360 gradi: “Mi rivedo in Lillard, Kidd la mia ispirazione. Ginobili? Nel 2005 era lui l’MVP. Finals tra Warriors e Celtics”.

di Fabio Rusconi

Passeggiando per la Fan Zone NBA allestita in Piazza Duomo a Milano è impossibile non notare la portata che ha avuto l’evento, capace di chiamare nel capoluogo lombardo centinaia di appassionati, in un weekend all’insegna della palla a spicchi. Tante le iniziative in programma, oltre la possibilità di poter veder da vicino il Larry O’Brien Trophy, il trofeo che si assegna alla squadra vincitrice del campionato NBA.

Uno che quella coppa l’ha vista da vicino è Chauncey Billups: il 41enne campione NBA con i Detroit Pistons nel 2004 (nonché MVP di quelle finali vinte contro i Lakers) è stato l’ambasciatore della kermesse organizzata nella città meneghina. Billups ha vestito le canotte di ben sette squadre oltreoceano, ma il suo cuore resta nella Motor City, dove si è espresso al suo massimo.

Billups, che squadra quei Pistons…

“Eravamo un bel gruppo, nessuno è stato e sarà come noi. Nella NBA del tempo, in cui le regole permettevano più contatti, non perderemmo contro nessuno, nemmeno contro gli odierni Warriors. Oggi lo rivedo un po’ negli Utah Jazz: è una squadra che non ha grandi superstar ma giocano molto bene in difesa, si passano la palla e non si sa mai chi trascinerà la squadra alla vittoria”.

Lo sa che l’allenatore di quella squadra, Larry Brown, oggi allena in Italia?

“Sì lo so e non ci siamo purtroppo potuti incontrare per impegni suoi. Larry è un maestro fantastico ed è nato per il basket e per insegnarlo agli altri, non importa a che età. Può dare tanto al campionato italiano: ama la buona circolazione di palla per costruire un buon tiro e sono sicuro sarà un bene per la sua squadra. Mi ha aiutato molto, insegnandomi a pretendere sempre il massimo da me stesso ma allo stesso tempo essere paziente, far sì che sia il gioco a venire da te e non viceversa, capire cosa succede in campo, prevederlo. Per me, abituato a creare gioco, è stato difficile adattarmi, ma poi io e i miei compagni ne abbiamo i frutti”.

Parliamo di NBA, tutti a caccia degli Warriors…

“I favoriti sono loro. Hanno creato un gruppo formidabile, anche se a me non fa impazzire perché abbassa la competitività, ma non sono nemmeno tra quelli che si lamenta eccessivamente della cosa. Vederli giocare è un vero piacere, si divertono in campo e tutti vorranno batterli. A Est vedo bene Boston, per me in finale ci andranno loro, ma occhio a Toronto se Leonard sta bene e a Philadelphia”.

A Ovest ci sarà qualche outsider?

“Non si può mai dire. Chiaramente Houston con l’inserimento di Anthony, che è un leader vero in campo, diventa una candidata importante, ma credo soffriranno della perdita di Ariza. Trevor è andato ai Suns, che stanno costruendo bene, e hanno uno dei miei giocatori preferiti, Booker: nel giro di poco possono tornare ai playoff”.

Come vede invece i Clippers di Gallinari?

“Amo i giocatori americani in NBA e il modo in cui il basket viene giocato in Italia e in Europa, con i cestisti e la palla sempre in continuo movimento. Conosco bene Gallinari (Danilo ha giocato tanti anni a Denver, città Natale di Billups) e anche se non abbiamo mai giocato assieme quando sono a casa è capitato di vedere qualche allenamento suo e dei Nuggets. Ad ogni modo i Clippers sono una squadra equilibrata per puntare alla post season”.

E il ritorno di Belinelli agli Spurs?

“Sono sempre stato un fan di Belinelli e penso che può ancora avere un’impatto nella lega, e soprattutto se DeRozan si ambienta gli Spurs possono essere una mina vagante sotto la guida di Popovich, un coach che rispetto tantissimo e che reputo il migliore di sempre. Uno come lui può sembrare vecchio e stanco visto il doppio impegno con Team USA, ma ha un’energia inesauribile e può andare avanti quanto vuole”.

A San Antonio però si sta chiudendo un ciclo con il ritiro di Ginobili…

“Sapevamo che prima o poi sarebbe arrivato il giorno. Ginobili è uno dei giocatori più tosti che abbia mai affrontato, anche se ci ha battuto nel 2005. Se si meritava l’MVP di quelle finali? Assolutamente sì. Dico sempre che è stato lui a batterci. Credo entrerà presto nella Hall of Fame, se lo merita”.

Si rivede in un giocatore di oggi?

“Damian Lillard. E’ uno che scende sempre in campo cattivo, con spirito d’iniziativa, cercando sempre di migliorarsi. E poi mette tiri decisivi allo scadere”.

Che consigli darebbe a un giovane rookie?

“Di non adagiarsi mai. Sei riuscito ad arrivare al massimo livello possibile, è vero e ne devi essere felice e orgoglioso. Ma il problema è rimanerci, a quel livello. Ne ho parlato poco tempo fa con Trae Young: è un punto di partenza, ma da qui ti devi guadagnare il rispetto dei tuoi compagni, degli avversari e dei tifosi”.

Ha giocato contro grandi campioni. Chi ha avuto la maggiore influenza su di lei?

“Direi Jason Kidd. Mi ha ispirato il modo in cui gioca, il suo altruismo. Ho avuto tante battaglie con lui così come con tanti altri grandi giocatori. Penso a Ray Allen, Steve Nash, e sicuramente ne scordo molti altri che hanno fatto la storia”.

C’è chi però la storia la scrive ancora nonostante l’età, Vince Carter…

“Sono molto contento per Vince. E’ l’unico giocatore diplomato nel mio stesso anno a giocare ancora in NBA. Credo di appartenere a una delle migliori generazioni con Pierce, Garnett, Marbury, Abdur-Raheem e così via. Noi con lui scherziamo e gli diciamo di non mollare mai: lui è uno di quegli uomini veri, senza ego. Sia quando era al top nell’epoca della Vinsanity che adesso alzandosi dalla panchina, infatti, è rimasto sempre lo stesso. A Atlanta può aiutare i rookie come Young. Le squadre hanno bisogno di queste figure, che insegnino qualcosa ai giorni ogni giorno”.

Qual è la giocata migliore della sua carriera?

“Non saprei. E’ divertente si faccia sempre vedere un mio tiro da metà campo contro i Nets (Gara 5, semifinale di Conference del 2004) che mandò la partita ai supplementari. Bello, ma perdemmo quel match. Non ne ho quindi una, l’importante è sempre il risultato finale per la squadra”.

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