Boris Diaw: “Europa molto vicina alla NBA! Mi manca lo spogliatoio dei San Antonio Spurs”

Boris Diaw: “Europa molto vicina alla NBA! Mi manca lo spogliatoio dei San Antonio Spurs”

Il nostro Matteo Airoldi ha Intervistato il francese ex San Antonio Spurs, direttamente all’evento Selection Camp del Global NBA Jr Championship di Bologna.

di Matteo Airoldi, @MatteoAiroldi88

Una volta appese le scarpe al chiodo, nell’estate 2018, Boris Diaw – che tra le altre gemme vanta nel suo palmarés personale un titolo europeo conquistato nel 2013 con la Francia e un campionato NBA vinto nel 2014 quando vestiva la casacca dei San Antonio Spurs assieme a Marco Belinelli – ha scelto di non allontanarsi dal mondo della palla a spicchi.

Diaw è stato per quasi 18 anni protagonista sui più prestigiosi parquet d’Europa e del Mondo e ora ha voluto dedicarsi ai più giovani, a coloro che un giorno potrebbero avere la stessa fortuna che ha avuto lui e ripercorrere le sue orme facendo il grande salto verso il dorato mondo della NBA.

Oggi l’ala forte nata a Cormeilles-en-Parisis è infatti uno degli istruttori della seconda edizione del Selection Camp del Global Nba Jr Championship, un evento organizzato durante questa settimana dal massimo campionato cestitico americano in collaborazione con il Comune di Bologna – da sempre conosciuta come “Basket City” – e Bologna Welcome.

Una selezione che darà a 10 ragazzi e 10 ragazze provenienti da Europa e Medio Oriente la ghiotta occasione di partecipare poi al Mondiale giovanile della NBA che si giocherà in agosto in Florida.  Lo abbiamo incontrato alla cerimonia di presentazione dell’evento e con grande disponibilità ci ha raccontato questo periodo di transizione della sua nuova vita professionale:

“Questo passaggio della mia vita è ancora in corso e ci vorrà un po’ di tempo per completarlo. Scherzi a parte è stato abbastanza facile e sono felice di aver preso al momento giusto la decisione di dire basta con il basket giocato e di fare altro. Non mi ha mai intrigato l’idea di fare il coach perché è un ruolo full time come quello del giocatore e c’è poco tempo libero”. La vita di spogliatoio però un po’ gli manca: “Ho un po’ di nostalgia delle cose belle e anche di quelle meno belle della vita di un professionista, ma non è una vera e propria mancanza. Si arriva ad un punto in cui fisico e mente non ti permettono più di essere efficiente come un giocatore giovane. Sicuramente però mi mancano tutte le amicizie che ho fatto in questi anni da giocatore, la vita di spogliatoio e di squadra”. Adesso il suo compito è quello di tramandare alle nuove generazioni i valori incamerati in realtà vincenti come i San Antonio Spurs. Valori che sono fondamentali per avere successo tra i professionisti americani: “A San Antonio abbiamo costruito un gruppo attorno a dei valori come il lavoro di squadra, l’altruismo e il sacrificio. Abbiamo imparato a fare basket in una maniera differente rispetto a come succede in molti college americani. Forse è anche per questo che avevamo molti giocatori di formazione europea e straniera. Per fare strada nella NBA, ma non solo, sono questi i valori che sono necessari. E’ fondamentale avere cura di sé stessi ma anche del modo in cui si impara a giocare per arrivare al successo nel basket”.

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Con i Mondiali in arrivo il discorso si è poi spostato sul gap tra la pallacanestro europea e NBA, che secondo Diaw non è un solco incolmabile:

“Il basket europeo si è avvicinato moltissimo alla NBA in questi ultimi anni. Una volta tra Team USA e le squadre del resto del Mondo c’erano quasi 50 punti di differenza. Se guardiamo alle competizioni internazionali più recenti vediamo invece che gli Stati Uniti hanno anche perso contro nazionali europee come ai Mondiali del 2006”. Testimonianza di questa tesi è anche il fatto che sempre più giocatori europei si spostano Oltreoceano per cercare fortuna: “L’arrivo in NBA di Gasol e Kirilenko è stato un po’ uno spartiacque. Da allora la NBA si è aperta molto di più ai giocatori europei”. Sempre meno top player americani fanno invece il percorso inverso per compiere tappe importanti delle loro carriere: “Tra gli anni ’80 e 2000 molti giocatori vicini al ritiro hanno provato ad allungare le loro carriere venendo a giocare un basket competitivo in Europa. Ora però si cerca di giocare il più possibile in NBA perché là l’offerta salariale è molto più alta rispetto a quella del Vecchio Continente”.

Anche l’NBA, insomma, si è trasformata negli anni, diventando sempre più un prodotto commerciale che bada maggiormente al sodo: “La NBA è business ed è per questo che è cresciuta così tanto negli anni, diventando un modello globale che attira a livello commerciale sempre più appassionati. Questo da un lato può essere positivo perché risponde alla richiesta della maggior parte dei fans. L’Eurolega propone un basket più vero e tecnico ma bisogna sempre capire a quale richiesta si vuole rispondere: a quella dei tifosi o a quella di chi vuole un basket più puro? Bisogna sapersi adattare alle varie ere e situazioni.” La chiosa è un vero e proprio monito per i giovani d’oggi che appartengono alla generazione figlia della tecnologia e dei social media che in certe accezioni possono trasformarsi in un ostacolo per chi vuole intraprendere una vita da professionista, che richiede sacrificio e impegno costante in palestra: “Non credo che la tecnologia e i social possano spingere più di tanto i giovani a fare sport. Possono invece creare pericolose distrazioni soprattutto nei momenti chiave della stagione. Se guardi ai giocatori più forti in NBA, durante i playoff rallentano molto la loro attività in rete perché bisogna focalizzarsi maggiormente sull’obiettivo sportivo.

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