Boston Celtics: quel centesimo che serve per fare un euro

Boston Celtics: quel centesimo che serve per fare un euro

I Boston Celtics stanno costruendo, mattone dopo mattone, un sistema solido ed affidabile, il tutto orchestrato da un genio come Brad Stevens. Ma non basta…

Tutto bello a Boston. Giovani interessanti che maturano e crescono a vista d’occhio, role-players che danno il proprio contributo sempre e comunque, soprattutto nei momenti di difficoltà, un piccolo, grande uomo che si erge a leader assoluto in più occasioni ed un coach dalle idee brillanti, chiare, al limite del geniale, pronosticato da tutti come un sicuro vincente nel futuro. Queste poche righe potrebbero bastare per descrivere una squadra solida, in odore di anello. Ma non è tutto oro ciò che luccica. Già, perché a Boston manca il classico “centesimo per fare un euro“, manca quel quid utile a fare il salto di qualità definitivo verso l’olimpo, verso lo status di “squadra da titolo”. Manca poco, certo, ma quel poco non è così comune e semplice da trovare in un mondo come l’NBA, fatto di squali e sciacalli che vivono la propria vita con il diktat “mors tua, vita mea“. Ai Boston Celtics manca il go-to-guy, la superstar, il giocatore che, negli attimi in cui il pallone diventa più pesante, è capace di caricarsi tutto sulle spalle e, con annessi attributi, riesce a risolvere le questioni più annose. E’ semplice capire cosa serve, non è tanto semplice rimediare.

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Basare la propria pallacanestro su di un “sistema” è quantomai giusto. Basti pensare alla meravigliosa storia firmata San Antonio Spurs, la franchigia che per eccellenza basa il proprio gioco su un ben definito “sistema”, con tutti i giocatori che devono, per forza di cosa, adattarsi a questo e non viceversa. Anche i Golden State Warriors, nel loro piccolo (che poi tanto piccolo non è), basano il proprio gioco su qualcosa di simile ad un “sistema”, fatto di difesa, uomini in movimento ed esasperazione del concetto di “tiro da tre punti”. Basterebbe questo per far avanzare l’ipotesi di come il “sistema” equivalga alla “vittoria”. Ma non è così semplice. Le due squadre sopra citate hanno, sì, dei ben determinati meccanismi di gioco ma hanno, soprattutto, dei giocatori che, spesse volte, hanno il compito di, come si suol dire, “sparigliare”. Gli Spurs hanno vissuto sulle spalle di Duncan, Ginobili e Parker e, solo di recente, si sono palesati gli “eroi del futuro” Leonard e Aldridge; Golden State, oltre al meraviglioso modo di intendere questo gioco dal proprio allenatore, hanno Curry e Thompson, non qualcosa di comune. I Celtics hanno i meccanismi giusti per emergere, hanno la voglia ed i dettami difensivi adatti ad una squadra vincente, hanno le idee per essere definiti come “top team”, hanno l’allenatore perfetto per un futuro roseo. Non hanno, però, la canonica superstar.

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Isaiah Thomas ha dato vita ad una stagione eccezionale, in cui ha ridefinito il concetto di limite per un giocatore della sua taglia. Quella stessa taglia, però, gli impedisce di porsi come leader assoluto. Le idee di Stevens hanno condotto Boston ad 48-34 di record, quinto migliore della Eastern Conference ma identico a quello dei Miami Heat arrivati terzi. I Playoff erano il banco di prova definitivo per capire fino a dove la fantomatica “forza delle idee” riesce a spingere una franchigia. La risposta è arrivata celermente ed è stata gelida: non oltre il primo turno. L’eliminazione subita per mano dei non eccelsi (ma solidi) Atlanta Hawks è la dimostrazione di come non si possa pensare di vincere senza un ingrediente così importante come il “go-to-guy”. Tanti nomi sono circolati intorno a questo ruolo per Boston, tutti, però, non pienamente convincenti. Per superstar, infatti, si intende gente come LeBron James, Kevin Durant, Steph Curry e pochi altri ancora. Non ce ne voglia l’orgoglio nazionale nostrano ma Danilo Gallinari, accostato più volte alla franchigia di Boston, non rappresenta il profilo ideale, sarebbe indubbiamente un innesto di livello ma non quello definitivo.

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Un nome interessante potrebbe essere quello di Jimmy Butler ma, anche in questo caso, non mancano i dubbi: fino a che punto l’ex Marquette può spingere i Celtics nell’Eden cestistico? Difficile da dire. Il front office di Boston, però, si sta muovendo, deve farlo per far tornare la franchigia lì dove merita di stare, come ai tempi di Bird o dei Big Three Allen-Pierce-Garnett. Il processo potrebbe essere lungo, colmo di difficoltà e di insidie ma non impossibile da mandare in porto. Le basi solide, d’altronde, ci sono, manca solamente “quel famoso centesimo per fare un euro”.

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