Brad Stevens: il Red Auerbach del nuovo millennio

Brad Stevens: il Red Auerbach del nuovo millennio

Eresia? Forse sì, forse no. Ma siamo di fronte sicuramente ad una delle menti più geniali dell’intera NBA.

di Matteo Andreani, @matty_vanpersie

Eresia? Forse sì, forse no. Red Auerbach è stata una vera leggenda dei Boston Celtics e probabilmente tra i migliori allenatori della storia del basket professionistico americano.

Arnold Jacob “Red” Auerbach ha legato i Celtics alla sua vita per ben 17 anni, dal 1950 al 1967, vincendo 9 titoli da allenatore, 6 da General Manager e 1 da presidente, un palmarès da far paura a qualsiasi allenatore decida di sedersi sulla panchina del TD Garden.

Brad Stevens abbandona da giovane il basket giocato per diventare responsabile marketing alla Eli Lilly and Company di Indianapolis. Ma la sua passione per il gioco lo riporta ben presto sul parquet, questa volta in versione allenatore. Si offre, con successo, all’università di Butler, diventando così parte dello staff di assistenti allenatori della squadra. Dopo anni di “gavetta” diventa head coach dei Bulldogs dalla stagione 2007. In molti, col passare degli anni, pensavano ad un Brad Stevens versione Mike Krzyzewski, ovvero Coach della stessa Università per anni e anni. Ma questo non è avvenuto. Nella stagione 2013 arriva la chiamata di una franchigia NBA, impossibile da rifiutare. Quella chiamata è arrivata dai Boston Celtics.

L’impressione è di aver di fronte un genio del basket teorico applicato al gioco, un allenatore che non si vede spesso in questa lega, un nuovo Gregg Popovich.

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Auerbach, Popovich, i paragoni si sprecano e i nomi sono di quel da far rabbrividire. Ma cosa ha di così tanto speciale questo allenatore?

Brad Stevens è approdato sulla panchina dei Boston Celtics all’età di 37 anni, in una situazione tutt’altro che facile. Pochi mesi prima del suo arrivo, Doc Rivers abbandonava la nave Celtics ed insieme a lui venivano spediti in direzione Brooklyn Kevin Garnett, Jason Terry e Paul Pierce. Questi 3 nomi hanno fatto (chi più, chi meno) la recente storia sportiva dell’intera città di Boston, non solo dei Celtics. Quindi il processo di ricostruzione in mano ad un giovane Coach come Stevens era un compito di non facile entità.

Quasi 5 anni dopo, siamo passati dal “rebuilding mode” alle finali di Conference. Ma queste finali sono arrivate con una modalità su cui pochi avrebbero scommesso. I Celtics ci arrivano senza i due loro migliori acquisti in stagione e probabilmente i due primi violini a cui affidare l’attacco (e non solo), ovvero Kyrie Irving e Gordon Hayward.

Come avevamo già previsto, Jayson Tatum e Jaylen Brown sono stati “costretti” a diventare subito protagonisti, senza avere la calma con cui i Celtics avevano previsto il loro percorso. Nel primo turno, i Celtics hanno avuto la meglio in gara 7 su una coriacea Milwaukee, guidata da un Giannis Antetokounmpo pronto a fare il grande salto tra le superstar della lega. Ma nel secondo turno, contro i Philadelphia 76ers, abbiamo assistito ad un clinic offensivo e difensivo ad opera di Brad Stevens.

Dopo aver battuto abbastanza nettamente i Miami Heat, in molti davano per favorita Phila guidata dal duo Simmons-Embiid. I due giovani talenti dei Sixers hanno dato dimostrazione di come qualsiasi difesa non riuscisse a trovare una soluzione al loro enorme talento e alla loro grande intelligenza cestistica.

I Boston Celtics hanno vinto la serie 4-1 grazie ad alcuni fattori che spiegheremo fra poche righe e che faranno capire come Brad Stevens meritasse a mani basse il premio di miglior Coach della stagione. 

  • Joel Embiid è stato letteralmente trasportato fuori dal pitturato, evitando così la sua “intimidazione” e la sua capacità di dominare il pitturato. Il merito? Un Al Horford eccezionale, a tratti perfetto nell’interpretazione della serie. Quando Horford veniva marcato da Embiid, nella maggior parte delle 5 gare, il pick and pop (ovvero con il bloccante che si allarga sulla linea da 3 punti invece di tagliare) è stata l’arma principale per colpire i Sixers. Non solo, negli ultimi minuti delle gare, Embiid usciva forte cercando di evitare il tiro da fuori e sistematicamente Horford attaccava il canestro invece di tirare, sfruttando così un Embiid stanco e poco reattivo sulle gambe.

  • I Sixers ovviamente hanno effettuato delle contromosse, come mettere Dario Saric o Ersan Ilyasova in difesa su Al Horford. Di conseguenza, Brad Stevens ha deciso di sfruttare le capacità in post dell’ex Atlanta. Horford ha costantemente giocato in post contro questi difensori, mentre il giocatore che doveva marcare Embiid è sempre stato impegnato in pick & roll centrali, con l’intenzione di allargare il campo più possibile.
  • Al Horford e Aron Baynes si sono alternati in difesa su Joel Embiid. La scelta è stata quella di non raddoppiare il lungo dei Sixers, in modo da non avere scarichi facili per i tiratori, se non proprio negli ultimi secondi in modo da creare confusione nella scelta offensiva. I risultati sono stati ottimali.
  • Altro capolavoro tattico di Stevens è stato limitare, e spesso annullare, il consegnato alle guardie dei Sixers, JJ Redick e Marco Belinelli. Moltissimi giochi di Phila hanno come base il consegnato alle guardie, sfruttando la capacità di penetrazione ma soprattutto di tiro da 3 punti di due dei migliori specialisti dell’intera lega.
  • L’intensità difensiva e la costante rotazione dei difensori sui vari giocatori di Phila hanno creato non poca confusione all’attacco degli uomini di Brett Brown. Uno su tutti, Ben Simmons. Il rookie fenomeno ex LSU non ha avuto il pieno controllo della serie come visto contro i Miami Heat. Tatum, Rozier, Smart e addirittura anche Horford si sono alternati su di lui cercando di mettergli più pressione possibile e lo hanno fatto con successo.

Tutte queste chiavi appena analizzate sono state possibili grazie all’enorme versatilità di tutta la rosa. L’intero roster è in grado di fare più cose e soprattutto tutti hanno raggiunto un livello successivo, hanno aumentato le loro prestazioni dando di più alla squadra. Questo era a dir poco indispensabile per raggiungere le Finali di Conference senza le due stelle della squadra, Kyrie Irving e Gordon Hayward.

Jayson Tatum ha dimostrato di poter diventare una vera e propria stella di questa lega. L’eleganza dei movimenti e la maturità dimostrata in queste due serie ha “spaventato” chiunque. Ma questi Celtics non sono solo Tatum. Terry Rozier, Jaylen Brown, Al Horford (già citato come elemento imprescindibile di questa rosa) sono l’esempio lampante di come in questi Playoffs abbiano raggiunto un livello successivo.

Se questa rosa ha raggiunto le finali di Conference con tutti questi problemi in stagione, il merito è sì del roster ma sopratutto di un direttore d’orchestra fenomenale dal nome Brad Stevens.

Ora arriva il problema principale, un mostro di nome LeBron James. Annullarlo sarà impossibile, ma l’obbiettivo sarà quello di limitarlo.

Unbelievable, a genius”. Questa è la frase detta da Al Horford riguardo il suo allenatore.

Un allenatore che ha appena ricevuto zero voti dai suoi colleghi come miglior Coach dell’anno, ma che forse non ha bisogno di questo riconoscimento.

I suoi premi, i suoi riconoscimenti sono i Boston Celtics.

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