Cavs contro Warriors – Scontro di filosofie di gioco

Cavs contro Warriors – Scontro di filosofie di gioco

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  Gli scontri Warriors-Cavs mettono a confronto un basket libero, inventivo, di ritmo in attacco e una difesa aggressiva che bilancia la mancanza di fisico dei californiani, con uno invece ingessato nei suoi ruoli classici, che si oppone al ritmo come arma offensiva, anzi abbassa quel ritmo proprio allo scopo di disinnescare le armi degli avversari di Cleveland. Dalla massimizzazione del valore di queste filosofie di gioco discenderà la capacità di imporsi nel campionato. La partita di Natale ha dato delle indicazioni interessanti e abbiamo cercato di metterle in un sequenza di pensieri senza ordine particolare, un Hellzapoppin di prime impressioni e senza pretesa di verità assoluta, ma temi destinati a ripresentarsi, primi capitoli di un libro da scrivere e tutt’altro che deciso, nonostante l’attuale forza dei Warriors. I Warriors eseguono il loro basket con inesorabile freddezza. La palla gira fino a quando un giocatore libero non ha lo spazio che serve. È uno stile slavo, forse russo da inizio fine anni ’70: la stessa capacità di mettere in campo cinque giocatori che sembrano poter fare tutto. I Cavs sono titanici. Giocano un basket muscolare ma non scevro di delicatezza. È che la loro tecnica è condita da una dose irrinunciabile di muscoli: quelli di Tristan Thompson, Timo Mozgov, Kevin Love. Irving non è ancora al massimo, e non è nemmeno la trentesima partita dell’anno per entrambe le squadre. Dipendono da LeBron, ma come non si può non dipendere da uno come LeBron.
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Una scossa prende il pubblico quando Steph esce per un fastidio al polpaccio. Ma il sistema dei Warriors è un basket olistico superiore alla somma delle parti. I Cavs sono rinfrancati, rimontano, però non basta. Non c’è Steph, ma Klay tira fuori un paio di piroette che nemmeno Baryshnikov e le speranze che i Warriors si sciolgano vanno a farsi benedire. La “slavità” dei Warriors consiste in quel modo di mettere insieme le personalità del talento e creare, dalla mescola, una squadra. Di solito si pensa che in una squadra si debba mettere il talento e la forza bruta; i Warriors non hanno forza bruta, ma compensano questo limite con le mani e la grinta di gente veloce che non si farebbe mai battere a rimbalzo. I Cavs devono costantemente andare oltre il loro limite. Paragonandoli a elementi aristotelici, i Cavs sarebbero la terra e i Warriors l’aria. I Cavs devono zavorrare il gioco, tenerlo basso. È un vero gioco dell’est, delle grandi città industriali, abituate a tirare fuori le vittorie dalla polvere. I Warriors sono eleganti californiani della Silicon Valley. Come una start-up di successo, hanno investito un sacco nel tipo di gioco che ribalta i concetti base del basket da manuale. I Warriors multidimensionali, eclettici, con ali che possono stare lontano o vicino al canestro. Circolazione di palla veloce e ricerca dello spazio. James-centrici i Cavs, ma non è necessariamente un difetto. La validità della teoria qualcuno-centrica, dipende dalla forza di quel qualcuno. Un play come Irving, un 4 come Love poco propenso a diffondere amore come il suo nome, un orso russo al centro e una masnada di pazzi al 2, i Cavs dipendono dalla fiducia nei confronti del prescelto, mentre i Warriors dipendono dalla fiducia in sé stessi.
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I Cavs lavorano un sacco e producono in modo disordinato, i Warriors affondano i colpi chirurgicamente. Sono gruppi, diversi ma gruppi. I Warriors non li prendi, i Cavs vogliono invece il contatto fisico, lo cercano, lo provocano, perché dal rimbalzo come birilli scaturiscono i loro canestri, spesso ottenuti come touchdown di vigorosi tight ends della NFL. Ma sarebbe sbagliato tacciare i Cavs di sola forza bruta, la loro è una forza amministrata, orchestrata, sofisticata, a cui Blatt ha consegnato un’anima contravvenendo persino ad alcuni suoi principi. Il 45-42 per i Warriors alla fine del secondo quarto reca impresso il senso di questa partita, poco natalizia, carica di significati, spigolosa, in cui i Warriors sentono che devono confermare l’inizio strabiliante e i Cavs vogliono ribaltare l’impressione in campo. Nel terzo quarto i Warriors sembrano giocare esitando, con un Curry che orchestra la squadra con tocchi leggeri ma senza insistere al tiro. Il Thompson di Cleveland è il giocatore più brutto in campo: braccia lunghe che si aprono a ombrello per prendere rimbalzi impossibili. Come avversario è fastidioso, ti si attacca, si muove sempre, per fortuna a due metri dal canestro è inutile marcarlo, ma lui incarna più di altri il modo in cui i Cavs giocano: sbuffando, tirando fuori il fiato a ogni azione. È un lavoratore del parquet, un mestierante che tanto più valore ha quanto più gioca sopra il proprio 100%. Come lui, Dellavedova e Mozgov (quest’ultimo però si basa su un fisico impressionante). Bogut gioca da stopper, non da stoppatore. Toglie palloni dal canestro dimostrando la sua ascendenza australiana, una mentalità rugbystica, come da numero 8 che chiude la mischia. Certe volte, in questo small ball, sembra inutile, un pesce fuor d’acqua. Ma quando i ritmi si abbassano la sua utilità viene fuori prepotente, la difesa si attacca alle sue braccia lunghissime. Il quarto quarto comincia nel segno di Livingston, che nei Warriors imbottiti di riserve riesce a imporre un paio di tiri che tengono i guerrieri sopra ai Cavs.
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Nell’ultimo quarto gli allenatori giocano a nascondino. Non hanno voglia di mettere in campo le loro armi, tendono a ottenere il massimo con il minimo. Si sprecano possessi, si buttano palloni verso il canestro. Quando si gioca così, Dellavedova si trova a casa sua. Un altro australiano, lotta con le movenze di un flanker anche qui rugbystico. È un gioco sporco anche il suo, e fa specie che ci siano così tanti giocatori del genere a Cleveland. Poco eleganti ma sostanziosi, devono buttare i corpi sul campo, fare la carne da cannone per i tre generali. Quando rientrano i grandi, la solfa non cambia. Si resta sotto i 100 punti. L’impressione è che i Warriors abbiano iniziato la stagione molto in forma e ora abbiano un po’ il fiatone. Giocheranno fino all’ASG con il freno a mano tirato ma mettendo fieno in cascina. Perderanno qualche partita da ora fino al weekend di metà stagione, e cercheranno di essere in salute per i playoff. Il sacco di Babbo Natale di questa partita non aveva meraviglie. Per i Warriors questa vittoria è molto importante. Curry non ha praticamente giocato e ha distratto i Cavs, che hanno dovuto marcarlo per tema che tirasse da metà campo. Lui se li è portati dietro, lasciando agli altri il lavoro sporco. Cleveland è molto forte a rimbalzo, è fisica, ma è come se le bruciasse la palla nelle mani quando deve tirare. LeBron li rende forti ma LeBron è anche la fonte delle loro debolezze, quando tiene la palla in modo inquietante bloccando il gioco nelle sue mani. Ma LeBron è pure il leader vocale. Certe amnesie di Love in difesa, come se fosse in una squadra che fatica ad arrivare ai playoffs, lo hanno fatto imbestialire. Cerca di mettere benzina nel motore ma da solo non si vince, lo sa anche lui. LeBron tira le redini della squadra, Steph non ne ha bisogno. I Warriors hanno una forza magnetica che li tiene insieme, anche in serate storte come questo Natale 2015, e sanno come cavarsela comunque.
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A Est è difficile trovare qualcuno che stia dietro ai Cavs, forse Pacers o Heat. A ovest, i Warriors hanno saldamente in mano le chiavi della conference e non hanno intenzione di lasciare la suite dei campioni senza lottare.

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