Cavs – Warriors: la NCAA e la crescita del giocatore

Cavs – Warriors: la NCAA e la crescita del giocatore

Un confronto interessante tra le due finaliste è quello basato sugli anni universitari. Anche qui, i Warriors non hanno rivali.

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La NCAA ha molti difetti: un gioco lento, circonvoluto, giocatori giovani e di poca esperienza, alcuni che non andranno mai nella NBA. Ma queste finali appena trascorse costringono a rivalutare gli anni che i giocatori passano all’università.
Confrontiamo Cavs e Warriors sotto questo aspetto:
Kevin Love: 1 anno
Kyrie Irving: 1 anno
Tristan Thompson: 1 anno
LeBron James: 0 anni
Richard Jefferson: 3 anni
JR Smith: 0 anni

Steph Curry: 3 anni
Draymond Green: 4 anni
Klay Thompson: 2 anni
Kevin Durant: 1 anno
Andre Iguodala: 2 anni
Shaun Livingston: 0 anni

Se prendiamo i 4 elementi base dei Cavs, ci sono 3 anni di università totali.
Se prendiamo i 4 elementi base dei Warriors, ci sono 10 anni di università totali.
L’impressione è che questo elemento sia molto più importante di quanto sembri. Curry e Thompson, i figli di due ottimi ex giocatori, hanno frequentato l’università per, rispettivamente, 3 e 2 anni. Draymond Green, addirittura per 4.
All’università i giocatori si allenano, molto più di quanto giochino, e l’allenamento conta.
Non è vero, come molti sottolineano, che “si impara giocando”, o è vero fino a un certo punto.
I casi di grandi giocatori passati dalle high school alle università non mancano: Darryl Dawkins, Moses Malone e Buck Wililams furono tra i primi. Tra i più recenti e di maggior successo, Kobe e Kevin Garnett. Ma sono eccezioni, anche se in crescita, e casi quasi unici.
Il risultato però si è visto in queste finali.

da warriorsworld
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Steph e Klay sono giocatori che si intendono in modo solo apparentemente naturale. In realtà la loro intesa è il risultato di un allenamento continuo e del modo in cui i loro skills si sono potuti sviluppare all’università. Il loro valore, se fossero passati direttamente dalle superiori al professionismo, sarebbe stato molto inferiore.
L’università sembra aggiungere al giocatore molto più di quanto non tolga. Passare pro dal liceo è una mossa ragionevole per molti, ma non è detto che lo sia per tutti. I giocatori che arrivano anzitempo hanno skills limitate e soprattutto mancano di una capacità di vedere se stessi all’interno di un sistema, cercano sempre di risolvere tutto da soli.

È il caso di un trio di esterni formato da LeBron, JR e Kyrie. Giocatori molto individualisti a cui manca quell’apprendistato che aiuta a risolvere le partite senza considerarsi il centro del mondo.
Forse il confronto più interessante è tra Green e Thompson. Tristan ha fatto un solo anno di NCAA, gioca in un modo disarmonico che rende difficile marcarlo. Ma i suoi mezzi tecnici sono molto limitati, il modo di muoversi, con le braccia larghe e scomposte, lo rende certe volte un buffo burattino slegato. Draymond ha fatto quattro anni di università e non è stato scelto nemmeno al primo giro. Ma l’insieme delle sue skills e della visione di gioco lo rendono il “4” più efficace del campionato.

Ma se Green fosse uscito al primo anno di università, forse oggi sarebbe buono per l’Eurolega, non di più.
Molti potranno obiettare che quel tipo di allenamenti che insegnano a leggere le situazioni si possano fare d’estate, per poi essere applicati in autunno. Ma il punto è proprio questo: che il tempo dedicato alle partite nel periodo in cui dovresti imparare non è un tempo ben speso, e imparare si deve quando si impara, quando il corpo e la mente sono tesi a imparare e assorbire quello che gli viene insegnato, per restituirlo con apparente naturalezza, che è, in realtà, il prodotto di un lungo assuefarsi al gioco.

Molti escono dalle high-school o dal primo anno di università pensando che apprenderanno le skills giocando, ma il punto è proprio quello: giocando impari le skills che ti servono al gioco, non completi la tua crescita con quelle nozioni che ti rendono un giocatore completo.
Una squadra ti incasella, ti considera panchinaro muscolare e tale sarai per la carriera. Se non hai un talento come Kevin Garnett, ovvero non sei Kevin Garnett e pochi altri, ti conviene fare l’università. Forse, persino se sei LeBron James.

dachicagomag.com
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Perché i difetti di lettura si sono visti in questa finale, come quelli di tattica e strategia. LeBron fa afferire il gioco alla sua persona, si sente il creatore e dispensatore del basket che serve alla sua squadra. Per certi aspetti il suo fisico ricorda Magic Johnson, un play alto più di due metri, ma Magic aveva alle spalle due anni di università e si vedeva nel suo modo di stare in campo, come per Larry. E anche Micheal Jordan, forse SOPRATTUTTO Micheal, non sarebbe stato quel che è senza gli anni di apprendistato a North Carolina.
Questa è una lezione di vita. Non occorre accelerare sempre, essere bambini prodigio. Di bambini prodigio, a ogni generazione, ce ne sono uno o due, e il prodigio, il talento, è solo in parte all’inizio, in genere è alla fine di una serie infinita di allenamenti. I giocatori che arrivano troppo presto al professionismo, si tolgono l’opportunità di aumentare il loro valore nel tempo.

Antony Bennett è forse il caso più eclatante. Giunto in NBA con l’idea che le sue  skills si potessero raffinare lì, Bennett ha faticato e alla fine di anni disastrosi si è dovuto rassegnare all’Europa, in cui ha comunque fatto da comparsa. Per alcuni non ha fatto male, se si fossero accorti di quanto era scarso non sarebbe nemmeno andato in NBA, per altri non ha raffinato le sue capacità e ha perso un’occasione di essere a lungo un giocatore.
Il messaggio quindi è di imparare molto. Il basket è un gioco da imparare tramite allenamenti estenuanti. I giocatori che imparano di più intorno ai vent’anni, quando scendono in un ambiente con compagni e avversari che quell’apprendistato non lo hanno fatto, sembrano dei marziani perché tra due alternative scelgono sempre la più facile.
Come nella vita reale, va più avanti chi meglio si prepara. E gli anni in cui puoi studiare, studia, preparati, non saltare le lezioni e non copiare agli esami. Perché nei momenti chiave, saper fare una difesa, rubare un pallone o giostrarsi nel modo meraviglioso di Klay Thompson in queste finali, un po’ l’MVP di chi ama il basket più nascosto e mentale, farà la differenza.
E Kevin Durant vorrà giocare in quel basket che gli è sempre stato negato, mentre LeBron si chiederà come sia possibile giocare in quel modo e, cercando di replicarlo, si troverà sempre a essere uno che suona a orecchio, davanti a uno spartito che fatica a leggere.
Pur essendo, e qui lo dobbiamo ammettere, sempre il più forte di tutti.

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