Cento di queste stagioni: L’estate di Maurice Cheeks, il generale silenzioso dei Philadelphia 76ers

Maurice Cheeks è stato uno dei grandi eroi silenziosi degli anni ’80. Nel giorno del suo compleanno ripercorriamo la sua carriera e il suo anno migliore, il 1983, quando guida i Philadephia 76ers alla vittoria finale.

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“Nessuno può colpire duro come la vita, perciò andando avanti non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi, come incassi e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti. Così sei un vincente!”

Rocky Balboa (Sylvester Stallone)

Nel 1976, Silvester Stallone incarna Rocky Balboa, l’eroe proletario che ha la possibilità di diventare campione del mondo dei Pesi Massimi affrontando Apollo Creed, il fuoriclasse bello ed elegante, in un match organizzato ad hoc, per dare a un perdente la possibilità della vita. Rocky se la gioca bene, perde ai punti ma resta in piedi fino all’ultimo round.

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Rocky entra sottopelle nell’anima di Philadephia, gravata dalla pesante atmosfera di fine anni ’70. La crisi economica, petrolifera, delle grandi industrie, grava sul nord est americano, in cui le acciaierie di Pittsburgh e le industrie locali annaspano in un clima di incertezza.

È l’epoca, nella NBA, delle squadre operaie, le cui stelle sono Wes Unseld a Washington, Jack Sikma a Seattle e Bill Walton a Portland. Squadre caratterizzate dall’approccio team first, non esattamente il massimo del fashion, difesa dura e tanta forza di volontà. Nessuno si aspetta che gli anni ’80 dell’edonismo siano dietro l’angolo, che Magic e Larry stiano per atterrare nella galassia NBA e che il gioco stia per subire una delle più grandi rivoluzioni della sua storia, con l’arrivo, fuori e dentro il campo, di MJ.

In quest’atmosfera Maurice Cheeks entra nella lega con la sua pettinatura afro e due baffetti sottili da giocatore di poker. Scovato dagli scout dei 76ers nel minuscolo college di Western Texas, a cui era approdato per caso, quando un amico se lo era portato  dietro per il provino, Mo, come verrà sempre chiamato, diventa istantaneamente il play di Phila, prendendo con naturalezza le redini di una squadra in cui la palla si deve distribuire tra i voli pindarici di Julius Erving, quelli meno pindarici ma più dannosi, per i tabelloni, di Baby Gorilla Darryl Dawkins  e le mani fatate di Doug Collins.

Cheeks instilla nuove speranze nei tifosi della città dell’amore fraterno. Con Doctor J in campo e un gruppo guidato da Billy Cunningham in panchina, Maurice dà vita a infinite serie di playoff contro i Boston Celtics, perdendo nel 1981 per 4-3 e vincendo nell’80 per 4-1 e nell’82 per 4-3. Nell’80 e nell’82 arriva in finale dove i suoi Sixers sbattono letteralmente contro i Lakers del primo Magic, perdendo entrambe le serie per 4-2.

Ma il suo anno, e quello di tutti i 76ers, è il 1983. Phila acquisisce Moses Malone all’inizio dell’anno andando all-in sulla conquista del titolo. Il quintetto base di Phila diventa questo: Maurice Cheeks play, Andrew Toney guardia, Julius Erving ala piccola, Bobby Jones ala forte e Moses Malone al centro a reggere tutta la baracca. Cinque grandissimi giocatori, che solo gli infortuni di Toney e la parabola discendente di Doctor J limiteranno nel tempo.

Mo, in quell’anno, segna 12,5 punti a partita e ruba 2,3 palloni, con la bellezza di una media di 7 assist. Non sono le sue cifre migliori, ma i giocatori come Maurice Cheeks non si misurano tanto dalle proprie cifre, quanto dalle cifre che fanno fare alla squadra. Allora, eccole.

I Sixers fanno 65-17 in regular season. Moses Malone è MVP per la seconda volta consecutiva e l’unico a farlo con due squadre diverse. Moses segna una media di 24 punti e prende 15,3 rimbalzi di media di cui quasi 6 offensivi (anche con il suo solito trucco di lanciare la palla verso la tabella per aumentare i totali). Doctor è a 21,5 e Toney a 19.

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Una squadra piena di futuri italiani (Cureton, Schoene, Iavaroni, JJ Anderson, Clemon Johnson), che si sobbarca un peso extra in difesa, smazza letteralmente via le concorrenti, perde una sola partita nella postseason e rifila un sonoro 4-0 ai Lakers.

Mo è il generale in campo. Un giocatore non vocale, silenzioso, esprime una leadership calma ma si scatena in difesa diventando l’ossessione di più di un avversario. Con Billy Cunningham forma un duo cestistico panchina – campo molto efficace, ma per nulla glamour.

La vittoria dei Sixers dell’83 è, in fondo, l’ultima di una squadra costruita secondo i dettami anni ’70, nel pieno dell’era Magic e Larry. Una vittoria che premia Doctor J con il titolo NBA, dopo aver vinto nella ABA ed essere stato il giocatore guida della sua generazione.

Ma solo la presenza di Mo Cheeks e di Moses Malone in campo poteva permettergli di superare gli odiatissimi Lakers. Purtroppo, quella squadra fantastica arrivò troppo tardi. L’anno dopo Malone si infortunò,Doc iniziò la sua parabola discendente, mentre Toney iniziò il suo calvario di ossa fragili che si rompevano troppo spesso e limitarono le sue possibilità.

Cheeks continuò a essere il leader della squadra fino all’89, quando venne scambiato con i San Antonio Spurs. Passò gli ultimi anni ai Knicks e agli Hawks, finendo di giocare nel 1993.

Non si parla molto di lui quando si citano i migliori play della storia, ma Maurice Cheeks è stato un interprete grandissimo del ruolo nella sua configurazione “classica”. Ossessionato dall’idea di passare la palla, di rifornire i giocatori, Cheeks ha impersonato il giocatore altruista che costruisce il gioco e “annega” i suoi numeri nelle prestazioni degli altri.

Non sono cose che si insegnano, te le porti dentro come atteggiamento mentale di chi è abituato a trarre il meglio dal peggio, e possiede una solidità mentale allenata da anni di confronti in strada con i migliori giocatori di Chicago.

Maurice Cheeks è stato uno dei migliori play degli anni ’80. Un gradino sotto Magic, meno inventivo di Isaiah Thomas, ma più solido, fisicamente instancabile. In quegli anni in cui il tiro da tre era appena stato introdotto, i suoi avversari erano giocatori veloci abituati a penetrare, come Tiny Archibald, Gus Williams, Sidney Moncrief.

Quelli come lui si conoscono poco e se ne parla poco. Salvo poi scoprire che ancora oggi è quinto nella storia per gli steals e undicesimo negli assist, e per le rubate era il numero uno al tempo del ritiro. Maurice è stato un raggio di luce in una, per molti versi, opaca Philadelphia di inizio anni ’80. Un lavoratore del parquet che adorava l’ombra per lasciare l’esposizione ai Doctor e Moses.

E in quel 1983, con Rocky III, uscito appena in tempo per l’inizio della stagione nel tardo ’82, al suo terzo assalto, finalmente Maurice conquistò la vittoria finale che gli era sempre sfuggita.  Forse l’unico suo sorriso sul parquet fu quell’ultimo pallone con cui corse  a perdifiato sulle assi del Forum, assaporando il titolo che fino allora lo aveva eluso.

Era la fine di un’epoca e di un basket. Ma non si sapeva allora. E per breve, almeno nelle menti di Philadelphia, quella fu anche l’estate di Maurice Cheeks, il generale silenzioso dei Philadelphia 76ers. E l’estate più bella per i suoi tifosi.

Buon compleanno Maurice

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