C’eravamo tanto odiati – Intervista a un detrattore pentito

C’eravamo tanto odiati – Intervista a un detrattore pentito

Mediante una finta intervista, Kobe Bryant qui è proposto come traghettatore del suo denigratore in un percorso scandito dai suoi successi e dalle sue cadute verso una più piena e gratificante visione intellettuale del gioco e della competizione.

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Astio – I tre titoli (2000, 2001 e 2002)

Giornalista: ”Kobe Bryant, già noto ai più se non altro per le apparizioni da giovanissimo a due All-Star Game, conquista i primi titoli della carriera all’inizio del nuovo millennio. Qual era la sua considerazione del talento di Philadelphia, all’epoca?”
Hater: ”Parto dal presupposto che ho sempre detestato il contesto patinato e luminescente di ostentazione che permeava i Los Angeles Lakers, soprattutto se contrapposto a quello spoglio e concreto dei miei amati Boston Celtics. Ecco, se a tutto questo aggiungi un elemento dal talento indiscutibile ma dall’assoluta arroganza, con la presunzione di non ritenere necessaria la transizione al College, può capire le dimensioni del mio odio.”
G: ”Quindi si spiegava con solo una mal sopportazione del suo modo di stare in campo?”
H: ”Nient’affatto, era un insieme di fattori. Ai tempi non mi sembrava ammissibile che una pratica come il gioco del basket, che ai miei occhi appariva di difficile svolgimento, potesse essere declinata in modo così naturale. La sensazione era che Kobe raggirasse qualche legge umana non scritta, che raggiungesse quel livello senza compiere un faticoso percorso di graduale miglioramento. In più lo faceva ”alle spalle” del suo compagno Shaquille O’Neal, proprio di un linguaggio cestistico immediato e digeribile, ovvero ”sto il più vicino possibile al canestro e segno per diritto naturale”, una logica accettabilissima. Kobe invece lo vedevo come un pericolo strisciante, quasi un avvoltoio che banchettava sui resti lasciati lì dal lavoro sporco del centrone. Immagini poi, per un anti-Lakers, la sensazione di sollievo quando Shaq scaricava la palla sull’esterno, immediatamente spenta però dalle produzioni di quell’altro che, come se non bastasse, rifiniva il tutto con quella insopportabile spocchia.”
G: ”Come sopravvisse ai tre titoli consecutivi?”
H: ”Brutta storia. Mi rendevo conto che stavo assistendo a qualcosa di speciale, che mi provocava reazioni forti. Gli standard a cui si rapportava erano già altissimi, quindi gli unici modi per abbassarli erano: appiccicargli addosso una morale in salsa cristiana dello stare umili sempre e comunque, aspetto in cui falliva, per frenarlo nel perseguimento dei suoi obiettivi; vederlo perdere, come ultima spiaggia, e attaccarsi ad un insuccesso tralasciando le sfumature di Bryant giocatore e personaggio. Mi sentivo in credito col fato al punto che giocatori che apprezzavo e basta diventarono improvvisamente beniamini a cui Kobe doveva pagare dazio. Iverson, Miller, Stojakovic e Kittles, tutti spiriti rivelatori a cui Bryant si rifiutava di dare ascolto, giocatori in cui vedevo una correlazione (o un’aperta contrapposizione) col nemico, la cui caduta per mano di uno tra questi aveva un senso narrativo. La fotografia del ”fallimento” fu l’airball di Peja, per molti versi l’alter ego di Bryant nel ruolo di guardia, con 10 secondi sul cronometro di gara-7 delle finali di Conference 2002. Che amarezza. Ma tanto era tutto merito di Shaq…”

Distanza massima tra un difensore e Kobe Bryant nelle Finals 2004. Cbssports.com

Soddisfazione – Le sconfitte contro Detroit e Boston (2004 e 2008)

G: ”Ai Lakers arrivano Payton e Malone. La striscia sembrava destinata a protrarsi e lo status di Kobe era ai massimi storici. Aveva accettato tutto ciò?”
H: ”E dov’erano i riconoscimenti che attestavano il dominio di Kobe? I titoli di MVP se li era aggiudicati O’Neal e lui rimaneva il secondo violino, seppur di lusso. Ma la rassegnazione sull’esito di quel campionato era forte: i Lakers e Kobe avrebbero ottenuto il quarto anello in serie, secondo team di sempre a riuscirci dopo i Celtics degli anni ’60. Iniziai a seguire saltuariamente la lega e le diedi attenzione solo quando si giunse alle Finals che contrapponevano Los Angeles e Detroit.”
G: ”Credeva nell’upset?”
H:
Nutrivo poche speranze nel team di Larry Brown, per quanto formato da giocatori iconici già da giovani. Più che incuriosito dall’esito, volevo vedere il metodo che avrebbero usato stavolta i Lakers per sfangarla: a rispondermi puntualmente, dopo una gara-1 inaspettatamente andata bene, ci pensò Kobe segnando in faccia ad Hamilton la tripla che spedì il secondo episodio della serie ai supplementari, poi vinti dai gialloviola. Avvertii qualche scricchiolìo nel mio disprezzo ma poi pensai che le finali avevano un padrone e che stavolta l’uomo-copertina sarebbe stato Bryant. Ma quella volta la sempiterna lotta tra il talento individuale e il gioco di squadra fu vinta dal secondo, con i Pistons talmente coscienti di quello che stavano facendo e del perché lo stavano facendo, da far rabbrividire. Quel filo invisibile che li univa disinnescò lo strapotere offensivo di Los Angeles, e un monumentale Tayshaun Prince si vestì da liberatore di tutti noi oppositori del #8 dopo anni di soprusi, smontandolo possesso per possesso. Kobe iniziava a pagare per le sue colpe.”
G: ”Si dice che una volta sconfitto un nemico, sopraggiunga un sentimento di solidarietà nei suoi confronti o comunque vi sia un avvicinamento. Fu così per lei?”
H: ”Forse intendeva dire pietà. Neanche un po’. Provavo pagàno appagamento spirituale nel fatto che il nemico stesse espiando i suoi peccati dopo che, per tanti anni, a dovermi scrollare la polvere di dosso ero stato io. Bryant in quel periodo conobbe la sconfitta e il suo ego non poteva convivere con questo. Iniziò a dar vita a siparietti da primadonna, arrivando a chiedere la cessione alla dirigenza, scontento per la costruzione dei roster dopo la disgregazione post 2004. Seguirono una serie di annate rovinose; le prestazioni personali restavano alte, questo è vero, ma l’insuccesso era ormai suo compagno sgradito. E questa versione della lex talionis dava assuefazione.”
G: ”Che non si è certo affievolita dopo le Finals 2008…”
H: ”Picco massimo di un’estasi mistica. Tutto quello che amavo del basket contro tutto quello che detestavo. E quanta somiglianza c’era con la serie contro i Pistons, veri apripista senza i quali quel trionfo bianco-verde non sarebbe stato possibile. Kobe era reduce dal premio di MVP della regular season. Una sconfitta all’interno della faida più accesa di sempre, la stessa che negli anni ’80 ha praticamente fatto irrompere l’NBA nel tessuto sociale della nazione. Una sconfitta davanti agli occhi dei due comitati degli anziani delle due fazioni, i quali meritavano di essere omaggiati con un’aspra battaglia, come ai vecchi tempi. La stoppata subita nel terzo periodo di gara-4 dal capitano di Boston Paul Pierce che dà il via ad una delle più grandi rimonte nella storia delle Finals. Il naufragio di gara-6, con la pesante imbarcata del TD Garden. La sensazione di una costante sofferenza distribuita nell’arco di un’intera serie col suo volto trasfigurato dall’impotenza. In breve: il culmine del desiderio per ogni hater.”

 

Mai visto Ray Allen tanto impegnato in difesa come nelle Finals 2010. Cbnews.com

Redenzione – Il riscatto di Kobe Bryant (2010)

G: ”Dopo l’intermezzo del titolo 2009 a discapito dei Magic, Kobe Bryant torna in finale contro i Celtics, occasione per rivivere le emozioni del 2008. L’intensità dell’astio era sempre la stessa?”
H: ”Assolutamente sì, anche perché dall’anno prima mi portavo dietro l’impressione che i Magic persero quel titolo più per inesperienza che per reali meriti dei Lakers, fruttando così il quarto titolo in carriera a Kobe con tanto di premio di MVP delle finali. Un altro argomento che cadeva. Non ne rimanevano molti, quindi ancor più fondamentale sarebbe stato negargli il successo nella rivincita delle Finals 2008′.”
G: ”Le squadre arrivarono sul 2-2 a una selvaggia gara-5. Non una delle tante, giusto?”
H: ”Illuminante per chi le parla. Partita agonica nel pieno stile della rivalità, Lakers che sembrano avere più armi ma i Celtics rispondono con difesa e limpida esecuzione. Il terzo periodo era quello classico dello strappo nel punteggio in favore di Boston quando gioca al Garden, e anche quella volta lo sforzo profuso fu quello massimo ma, dall’altra parte, Kobe Bryant mise in scena un vero e proprio inno al basket, eludendo in ogni modo possibile la non certo tenera guardia di Ray Allen, ribellandosi con violenza ad una sorte che non sembrava poter essere sovvertita. Ero solito non riuscire a trattenermi quando i Celtics alzavano l’asticella dell’intensità, contagiato da quell’energia, ma dopo quel quarto da 20 punti del nemico, il tifo era solo a favore e non più contro. Le telecamere pescarono Dwyane Wade (in rappresentanza di tutti i ”baskettari”) tra il pubblico a scuotere la testa e ridacchiare quando Bryant aggiustò anche uno degli allarmanti deliri creativi di Ron Artest, agganciando un impreciso alley-hoop con una mano sola e, in fase discendente, spedire senza angolo quel pallone nel canestro avversario. Quando vedi cose del genere arrivi alla conclusione che il vincere o perdere è davvero una convenzione sportiva e che antipatia o simpatia sono qualcosa di autoreferenziale che poco c’entra con quello che sta accadendo. Odiare Bryant, denigrare Garnett o delegittimare LeBron significa odiare, denigrare e delegittimare il basket. Bryant ci stava mettendo la faccia consapevole che quello era un pessimo modo di intendere il gioco e che se fosse fallito il suo piano offensivo l’avrebbero massacrato in diretta internazionale. Ci doveva essere un motivo per cui i paesi erano collegati con la partita e non con casa mia, magari con primo piano sul divano da cui assistevo alle partite: l’hater assiste passivamente e senza incidere nella trama degli eventi e in ogni caso non è una storia degna di essere raccontata, a differenza di chi quella trama la sta scrivendo e in quella storia vi sta entrando. Per dirlo con le parole di Sant’Agostino: <<Beata colpa, che meritò così grande Redentore>>. Il livore che nutrivo nei confronti di Kobe mi aveva portato comunque ad approfondire il più grande tra i grandi del nuovo millennio e, una volta colte le sfumature del personaggio, ad apprezzare il basket al di là dei ciechi campanilismi e dei commenti da bar.”
G: ”Molto nobile, ma alla fine Kobe quel titolo lo vinse. Tornò sui suoi passi?”
H: ”Penso che la mia conversione abbia valore per questo, perché giunta in un momento di successo per l’oggetto del mio odio. Le ultime due gare della serie le vidi tifando Celtics ma senza l’assillo del verdetto confortante. Bryant tornò anche sulla Terra e mostrò, come altre volte, quel volto umano di genuina sofferenza, condizione a cui i Celtics l’hanno sempre forzato. Solo che ormai non ne godevo più, ma partecipavo con rispetto e ammettevo che quel titolo per lui e per la sua squadra fu meritato.”

Hakeem Olajuwon abbraccia Kobe Bryant dopo la sua ultima a Houston. Dailynews.com

Rimpianto – Gli anni del tramonto (dal 2011 al 2016)

G: ”Quello fu l’ultimo successo per Kobe, negli anni successivi uscito quasi del tutto dal giro titolato. Dopo la sua ”epifania”, come proseguì il suo rapporto con il #24?”
H: ”In equilibrio. Celebrandolo talvolta, criticandolo altre, ma sempre con un sottofondo di gratitudine. Trovai piacevole che due campioni come Kidd e Stojakovic ebbero la loro occasione di rivalsa rispettivamente 10 e 9 anni dopo le serie perse contro i Lakers, giungendo ad uno storico titolo in maglia Mavericks e mietendo, tra le altre, proprio Kobe come vittima illustre nel loro cammino, ma solo perché erano due giocatori che avevano raccolto molto poco rispetto a quanto seminato.”
G: ”Nel 2013 il colpo decisivo alle ultime ambizioni di Kobe, il gravissimo infortunio al tendine d’Achille. Come reagì?”
H: ”Enorme rispetto per come reagì lui che, per la conoscenza che aveva del suo corpo, non poteva non aver capito che qualcosa di grave era successo, eppure si avviò flemmaticamente alla lunetta perché nessuno poteva tirare al suo posto quei due liberi, in quanto fondamentali per quella partita e per la corsa ai playoff. Avendo compreso il suo modo di stare al mondo, chissà quali strali avrà lanciato allo staff medico che non gli dava l’OK per rientrare in occasione del primo turno. Kobe e Achille dovevano restare nella stessa frase solo se paragonati, entrambi eccezionali guerrieri, con la differenza che se al secondo fu chiesto di scegliere tra una vita breve ma gloriosa e una lunga e inconcludente, il primo è riuscito nell’assurda impresa di conciliare le due cose.”

G: ”Siccome si parla di ”Black Mamba”, viene in mente una domanda che Budd rivolge ad Elle dopo la presunta morte della sposa nel film ”Kill Bill”: <<[…] Ora che non devi più affrontare il tuo nemico in battaglia, quale delle due sensazione provi: sollievo o rimpianto?>> La giro a lei…”
H: ”Se la memoria non m’inganna, dopo questa domanda Elle scatena un Black Mamba contro Budd, ma lei può stare tranquillo. Premesso che sarebbe più giusto fare questa domanda a chi non se lo troverà più dall’altra parte sul parquet, ma tra le due sensazione domina il rimpianto, è ovvio. Il rimpianto di averlo male interpretato, che il talento puro l’aveva ma l’ha anche levigato nel corso degli anni con una voglia di migliorarsi ai limiti dell’ossessione, e che pure se appariva un po’ sbruffone beh, se lo poteva permettere, e che comunque questo non gli ha precluso una standing ovation in ogni palazzetto che ha ospitato il suo tour d’addio; come il rimpianto, da tifoso di Boston, di non aver potuto vivere il terzo e definitivo capitolo di questa edizione della rivalità, in attesa di quelle future tra le due franchigie. Ma in fin dei conti non ho provato nè rimpianto nè sollievo, era il momento giusto per uscire di scena. Kobe Bryant ha tenuto imprigionato padre tempo fin troppo a lungo.”

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