Conference Finals Coaches: Kevin McHale, l’uomo monumento

Conference Finals Coaches: Kevin McHale, l’uomo monumento

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Su Kevin McHale giocatore si potrebbe scrivere un trattato. Non fuffa del tipo comportamenti fuori o dentro il campo o robe simili, no. Kevin è stato un grandissimo giocatore, uno di quelli che ne nascono pochi.

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La prima volta che è sceso in campo nell’NBA, si faticava a vederlo come un giocatore. Sgraziato, con il petto in avanti e la schiena in una postura strana. Gambe e braccia lunghissime, sproporzionate. Tutte cose che contribuiscono a rendergli difficile la vita fuori dal campo. Ci sono però atleti che, fuori dal loro sport, appaiono dinoccolati, goffi, inguardabili, ma che, misteriosamente, quando rientrano nel loro ambito sportivo, si trasformano. Prendete Coppi, il mitico ciclista. Fuori dalla bicicletta era un Pinocchio sgraziato e imbranato, ma sulla bici è stato il più grande campione di cui ci ricordiamo. Kevin McHale era simile nel fatto che, fuori da una divisa Celtics, avrebbe faticato a entrare in un ascensore, ma, una volta indossata la casacca biancoverde, diventava la cosa più vicina a un ballerino classico che si ricordi su un campo da basket. Quando prendeva la palla in post basso o in mezzo all’area, iniziava quel conto mentale, quel “pliés, piqué, dégagé” che ogni ballerino classico sente nelle orecchie fino allo sfinimento dai suoi insegnanti. Solo che in McHale questo diventava un movimento dalla potenza devastante, un’arma illegale usata con somma perizia dal numero quattro che merita il podio nel novero del ruolo degli anni ’80.
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Come Kevin sia diventato un allenatore, rimane un mistero. Ha seguito il cursus honorum di molti, passando dal mestiere di commentatore  a GM, a coach, poi ancora altre cose. Anche lui un uomo multiforme di basket, come Steve Kerr, un empirico frequentatore di parquet dell’NBA che ha portato le sue conoscenze dal campo al bordo. McHale è un uomo di impronta Celtics, incarna lo spirito che Red Auerbach infondeva nella squadra. Quel misto di difesa, contropiede, lotta a rimbalzo, gioco senza fronzoli, che ha portato i Celtics a tutte le loro vittorie. Ma cercare di applicare quei concetti contro i Warriors di oggi sembra una fatica di Sisifo. Sotto di tre partite e con uno schianto in quella appena giocata, un frontale diretto con un frecciarossa di meno 35, i Rockets non sembrano possedere quella capacità di gioco e quella frequenza di movimento della palla, la velocità di pensiero che i Warriors mettono in campo. Non è nemmeno tutta colpa di McHale. Questi Warriors sono qualcosa di mai visto. Qualcosa che nemmeno lo spirito dei Celtics originali sembra in grado di fermare.

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