Conference Finals Coaches: Mike Budenholzer, l’uomo senza ombra

Conference Finals Coaches: Mike Budenholzer, l’uomo senza ombra

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“As he faced the sun he cast no shadow” Oasis Una sera di un freddo inverno di quasi 30 anni fa, la squadra di football americano dell’high school di Holbrook era impegnata in una partita contro un’altra scuola dell’Arizona. Come in un film comico con Chevy Chase, il centro e il quarterback avevano perso diverse volte la palla allo snap, il passaggio da sotto le gambe del centro che inizia un gioco. Il padre del quarterback, visibilmente contrariato, scese dalle gradinate e, d’accordo con il coach, prese da parte i due ragazzi e gli spiegò come fare correttamente lo scambio. Il padre, coach della squadra di basket e futuro direttore atletico, spiegò ogni movimento, divise l’azione in fotogrammi mostrando a ognuno l’errore compiuto e infine lavorò sul movimento d’insieme. Anche se non giocò a football, Mike Budenholzer deve aver assorbito molto da questo spirito paterno. Suo padre Vince fu un allenatore di basket e responsabile di programmi scolastici per trent’anni e una sua foto è nella Hall Of Fame dello sport dell’Arizona. Mike giocò a basket a Pomona state, chiamato da un allenatore che però se ne andò prima che esordisse, tale Gregg Popovich. Successivamente giocò in Danimarca due anni in una squadra in cui era anche allenatore delle giovanili.

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Mike Budenholzer è un uomo nato per allenare. Forse solo Dick Motta ha giocato meno di lui ad alto livello. A 25 anni è già assistente degli Spurs e per i successivi 18 anni vi rimane con diverse mansioni, specialmente a occuparsi dei video degli avversari e sviluppare nuovi giocatori. Restare all’ombra di Pop significa essere comunque in un posto abbastanza assolato e per  questo gli Hawks lo hanno scoperto e ingaggiato come allenatore. Dire “scoperto” non è un caso, perchè di coach Bud, prima degli Hawks, si sapeva davvero poco. Paracadutato in una situazione in cui, effettivamente, non gli era richiesto altro che traghettare una squadra costruita per restare mediocre da un campionato all’altro, Mike Budenholzer deve aver pensato che, alla fin fine, non sarebbe stato male allenarla. Gli Hawks di quest’anno non sono una cattiva squadra, non hanno una stella ma Bud deve essersi reso conto che alcuni di quei giocatori non erano affatto male. Teague e Horford, intanto, Millsap, Korver, Carrol, Schroeder, Antic. Insomma, questi ragazzi, se allenati, potevano fare bene. E Bud deve in fondo aver applicato la stessa ricetta che suo padre gli insegnò quella sera fredda in un campetto dimenticato dell’Arizona: “Sbagli? Bene, cerchi di capire cos’hai sbagliato e riprovi, fino a quando non fai giusto”. Ci deve essere qualcosa di profondamente umano in quest’uomo di cui, cestisticamente, si sa poco. Horford ha parlato con favore della sua idea, del coach, di cenare insieme in trasferta, cosa assai poco frequente nella NBA, che ha aiutato a cementare lo spirito della squadra e a migliorare l’intesa. È una ricetta semplice, per nulla sofisticata, che ha fatto molto bene a una squadra di caratteri che non devono essere sovraccaricati. Gli Hawks hanno esperienza, profondità, sono stati costruiti con giocatori che le altre squadre trascurano e dati a un uomo, oltre che allenatore, che sa fare il suo mestiere in un modo silenzioso, senza squilli, ma con tremenda capacità.
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Il punto debole, o quello in cui non sono ancora stati stimolati gli Hawks, è la leadership, quella capacità di qualcuno di caricarsi la squadra e andare avanti. Anche contro dei Cavs infortunati, occorre che qualcuno lo faccia, non solo trovare un difensore per James, ma anche un leader, uno a cui tutti guardino per ritrovare le proprie sicurezze interiori quando le incertezze aumentano. Qualcuno che guardi avanti quando gli altri si guardano indietro e hanno paura. Questa costruzione appartiene anche al ruolo di coach, e finora Mike ha avuto la forza di accogliere ogni sfida per portare i suoi ragazzi dove non si sarebbero mai sognati di arrivare, imparando quello che lui ha imparato una fredda notte di tanto tempo fa e che ciascuno di noi, in un momento preciso della propria vita impara: che applicando tutto se stesso a quel che si fa, qualcosa di buono, bene o male, siamo in grado di far uscire.

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