Cosa succede a Detroit? Il ritorno rombante dei Pistons

Cosa succede a Detroit? Il ritorno rombante dei Pistons

Inizio di stagione davvero convincente per Drummond e compagni che ottengono il successo anche contro una squadra quotata come Minnesota

di Nico Landolfo

Che ad Est il sottobosco NBA sia folto e covante scintille pronte a divampare, questo era ben chiaro, visto che la polveriera vede mezza conference orientale con record negativo, ma se proprio si volesse ricercare una sorpresa di quelle che possono far bene alla pallacanestro, di certo la buona partenza di Detroit va annoverata e con merito. La vittoria di stanotte contro i TWolves, che non sono certo squadra di basso profilo, testimonia la crescita di un gruppo, che magari non avrà il talento di Thomas, Dumars e Lambeer, ma ne sembra condividere quantomeno lo spirito: non ancora una truppa di “Bad Boys” ma di sicuro un mix di “Brutti, sporchi e cattivi” e “ragazzi sorridenti e vincenti”.

Seneca soleva dire che raschiando il fondo della botte, non solo la quantità di vino è poco, ma anche la qualità scarsa, ebbene in Michigan hanno laghi e neve ma han fatto un distillato di talento spurio che regge la competizione, quasi come un diamante poco pregiato agli occhi di un inesperto: fa comunque la sua bella figura!

Il rientro di Stanley Johnson in rotazione, dopo una partenza ad handicap che comunque non ne ha inficiato la crescita di squadra e con un Luke Kennard ancora in fase di rodaggio (ma con numeri tutto sommato interessanti) il record recita un 11-5 prestigioso, per una partenza che non si vedeva così convincente dai tempi di Billups, Sheed, Prince e Big Ben.

Una squadra, quella di coach Van Gundy, che è costruita quasi “in casa” con Drummond perno del gioco e un supporting cast variegato che pesca a piene mani un po’ ovunque. Se il dominante pivot riuscirà a trovare una continuità non tanto nei numeri quanto invece nelle percentuali dal campo, le cose potrebbero diventare interessanti. Se guardiamo al solo match di stanotte, i liberi del cosiddetto “Hack-a-Drum” sono andati a bersaglio e quindi con questa base si costruisce un gioco imprevedibile e che alterna molte variabili, visto che gli interpreti sono molti.

Se anche Bullock dalla panchina può diventare un fattore, allora non è illusorio aspettarsi qualcosa dal “figliol prodigo” (o degno “compare” di Isiah Thomas) Reggie Jackson. Per il nativo friulano, che avremmo potuto anche tesserare per la nazionale, occasione persa, non solo un bagaglio fatto di talento, ma anche un contenuto di quella sana “cazzimma” che dimostra che ha il polso emotivo della formazione. È lui che va, con una scusa, a infastidire Jimmy Butler nel mezzo dei due tiri liberi che avrebbero dato a Minnesota la possibilità di andare all’overtime. Non che poi sia importante o rilevante, però alla fine fa il suo effetto, magari sarà solo fortuna o no.

Stiamo tergiversando, perché molte delle cose buone in casa Pistons nascono dalla difesa, dove i “Gendarmi” Thobias Harris e Avery Bradley sono quelli che possono cambiare su ogni blocco, dare equilibrio al gioco e portano anche punti pesanti in attacco, hanno esperienza e soprattutto completano quel pacchetto di picchiatori che ad est fa la differenza in partite tirate. I numeri non mentono, dalla panchina esce il miglior giocatore per rapporto di percentuale difensiva e minuti giocati, ovvero un Anthony Tolliver leader occulto che assieme al contributo di Marianovic sui livelli dei tempi Spurs garantiscono ricambio al pacchetto lunghi.

Spesso dicono che l’industria americana sia in declino, ma occhio alla MoTown, che potrebbe riprendere a fumare, anche perché giocatori come Galloway, Ish Smith, Moreland e Leuer, sono quei classici “crazy horse” che possono esplodere e diventare incontrollabili. Senza il freno a mano tirato, con una nuova arena più simile ad una galleria del vento che non al Palace of Auburn Hills a cui eravamo abituati, chissà cosa può succedere…

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