Cousins, i Warriors e una Lega ai loro piedi

Cousins, i Warriors e una Lega ai loro piedi

Ragioni e spiegazioni di una trade scomoda.

di Raffaele Pezzarossa

The sky is falling. Il cielo sta crollando, in NBA, o forse no. Non possiamo saperlo, per adesso.

Che non sia più la vecchia cara NBA dei nostri padri, però, è un dato di fatto, acclarato.

Il cielo è cominciato a crollare probabilmente il 4 di luglio del 2016, quando Kevin Durant ha scioccato praticamente tutti unendosi ai vice-campioni in carica della Baia, i Golden State Warriors. Posto caldino la California, per carità: bel mare, belle città ma soprattutto un roster quasi-campione NBA per la seconda volta di fila, e una franchigia che ha tanto spazio salariale per ospitare la sete di anelli di KD.

Il resto, fino ad oggi, è storia. Un primo anno da record assoluto nella post-season ultimo formato 7-7-7-7: sedici vittorie e una sola sconfitta maturata alla Quicken Loans Arena di Cleveland, quella volta che LeBron James e compagni dovettero mettere a referto 49 punti nel solo primo quarto per mandare KO gli altri; e una seconda post-season conclusa sempre col Larry O’Brien Trophy alzato fra coriandoli gialloblu, che però lascia l’amaro in bocca del “come-sarebbe-stato-se” avesse giocato Chris Paul gara 6 e soprattutto gara 7 nelle WCF, ma a sentire il saggio, tutto ciò che viene dopo la parola “se” non conta nulla.

Ebbene, rieccoci qui. Free agency 2018, stessa storia, stesso posto, stesso bar. Si fanno dei buoni aperitivi, a quanto pare, nella Baia di San Francesco. Durant è uscito un attimo dal pub (contratto), ci ha fatto preoccupare il giusto, ma poi è rientrato con due consumazioni, 1+1, per 61,5 milioni di bigliettoni con facce di presidenti americani stampate sopra.

Thompson è al sicuro per almeno un anno ancora, Green per un altro biennio ma la valigia è già pronta, Curry invece ormai alla Oracle fa il turno di notte e passeggia in infradito. Livingston e Iguodala non ne hanno sicuramente più come un tempo, ma nell’estate del 2017 si son fatti garantire 36 mesi a testa per impreziosire la bigiotteria di famiglia e per poi avviarsi sul viale del tramonto, che a San Francisco, o Oakland che sia, fidatevi è tanta roba.

Poteva bastare? Diciamocela tutta, proprio sì. Ma la logica conseguenza ai forzati addii di JaVale McGee (LAL, gli piace la California a Mr. Shaqtin’A Fool) e di Zaza Pachulia (direzione Motown, poteva andare meglio, ma 2,4 mln di dollari buttali via), dicevamo la logica conseguenza è che ti citofoni, indovina chi?

Boogie. E non si parla di balletti, ma di DeMarcus “Boogie” Cousins, quel centrone quattro volte All-Star che all’ultimo passaggio vestiva maglia pellicana, segnando circa 25 punti a partita, raccogliendo contestualmente larghissimi 12 rimbalzi, e distribuendo a tempo perso, da buon centro che si rispetti, 5 cioccolatini ogni notte. Il tutto attraverso la formula della mid-level exception, che ha consentito ai Warriors di strapparlo alla concorrenza per 5,3 milioni, senza dissanguare il cap, e di conseguenza senza ingigantire poi di troppo la tassa di lusso.

E chiaramente, come sempre quando si tratta di scelte segnanti, il Mar Rosso si è aperto, e questa volta ad aprirlo non è stato Mosè. E se mentre il cielo crolla, il mare si apre anche, allora significa che la fine è vicina. Anche se non tutti sono d’accordo. E i motivi sono tanti. Ma uno su tutti: quel maledetto tendine d’Achille.

Quel tendine d’Achille che è saltato il 26 di gennaio scorso, farà sì che Boogie non sarà più quello di una volta, nel bene e nel male. Sono tanti i giocatori NBA incappati in questo infortunio, che non a torto ragione può essere considerato il peggiore tra quelli che ti possono capitare, anche quando ti curano i medici migliori del globo terracqueo. Tra questi, nessuno, ma veramente nessuno eccetto uno, sono tornati minimamente ad essere quello che erano prima. Kobe Bryant, dopo la rottura del tendine datata aprile 2013, è entrato nel lungo tunnel del calvario che lo ha indotto al ritiro tre anni dopo, ma dalla sua non aveva l’anagrafica, essendosi rotto a 35 anni. Rudy Gay, che ha rifirmato in estate sempre con gli Spurs, sembra aver recuperato una condizione sufficiente, ma il minutaggio che gli ha potuto concedere Pop è stato circa 13-14 minuti inferiore alla media in carriera, e Gay di primavere nella Lega ne ha già spese dodici, tantine. E tanti altri come loro. Solo Dominique Wilkins ha ritrovato una forma quasi migliore rispetto a quella precedente all’infortunio, ma di Wilkins non ne fanno molti.

Boogie, del resto, non è fatto della stessa sostanza di Nique. Il centrone dell’Alabama porta a spasso 211 centimetri quasi quadri, perché i pounds al seguito sono 300, circa 122 kg. Un ragazzo che non faceva dell’elasticità la sua forza, e sulla quale non potrà puntare neanche negli anni futuri, immaginiamo.

Quindi che si fa? Ci si deve preoccupare per le sorti della Lega o no? La NBA sarà davvero interessante come lo era qualche anno fa?

“Andiamo fuori di testa per le condizioni climatiche, andiamo fuori di testa per le news, andiamo fuori di testa per lo sport, tutti sono in iperventilazione. […] Fate un bel respiro! Davvero quando l’anno prossimo i Celtics delle 60 vittorie incontreranno i Warriors delle 60 vittorie, guarderete il golf? […] Davvero quando l’anno prossimo Klay Thompson sarà sul mercato e Magic e LeBron faranno recruiting in free agency, non vi interesserete?”

Così la pensa Colin Cowherd, per FOX Sports, nella sua rubrica The Herd. Il punto chiave è chiaro. L’interesse e l’amore per la NBA non può essere scalfito dal fatto che una singola squadra monopolizzi la Lega. Il suo paragone è lampante:

“Nei sei anni in cui Michael Jordan ha vinto il titolo, ha giocato 24 serie di playoffs, non ha mai giocato una gara 7 di finale e la NBA era al suo massimo seguito di sempre. Infatti in quelle 24 serie Michael Jordan ha giocato una gara 7 solo due volte. I Warriors hanno già giocato una gara 7 tre volte”.

Insomma, la speranza di avere una contender che non sia nella medesima Conference dei Warriors, e che ci faccia riassaporare il gusto di una finale competitiva, è tutta riposta nei Celtics di Brad Stevens, e con un Irving e un Hayward in più in quel gruppo di giovani e pazzi che è andato a 48 minuti dalle NBA Finals, sicuramente non è poi una speranza poco probabile, anzi.

Ma quando si parla di scelte di questo tipo, c’è anche chi si defila un attimo. E Nick Wright (First Things First) è uno di questi.

“Non mi piace. Capisco che vinci 73 partite, sprechi un vantaggio di 3 a 1 (nelle NBA Finals 2016, ndr), LeBron ti manda nella tua auto piangendo e tu chiami Kevin Durant. Quello è stato un momento emozionante per Draymond Green; si è sentito in qualche modo responsabile per quella sconfitta di squadra e il modo in cui è arrivata, poiché era stato sospeso per gara 5. Aveva parlato con Kevin Durant lungo tutta la stagione, e per quello lo ha chiamato. […] Non mi è piaciuta nemmeno la scelta di Durant, ma capisco Green che cerca di fare qualcosa di buono […]. Hai preso KD, hai vinto le ultime due finali 4 a 1 e 4 a 0 e stai facendo attivamente recruiting per un ragazzo con cui in teoria hai avuto storie tese? Vi ho visti giocare uno contro l’altro […], non vi piacete. Vi ho visto uno contro l’altro, fallo tecnico di qui, fallo tecnico di là, gli arbitri che vi separano […] e ora lo chiami per dirgli «ehi, vuoi sacrificare milioni di dollari, venendo a giocare qui tramite mid-level exception?»”

Perché, in fin dei conti sta tutto lì. Cousins non può essere un giocatore da MLE: Cousins è un quattro volte All-Star, ad oggi (o almeno fino a gennaio) non a torto forse il centro numero uno in una Lega di fenomeni. E vederlo unirsi ai due volte in fila campioni in carica non può non creare quantomeno sconcerto. La pallacanestro di Golden State non vede di buon’occhio i centri, e va benissimo. Ma quando in campo non ci sono stati gli Hampton 5 ma c’è stato il Pachulia o il McGee di turno, i risultati, dopotutto, non sono stati molto diversi. E quando scopri che in quello spot ci andranno a mettere DMC, forse paura e sgomento non rendono l’idea. Quando i Big 3 si trasformano in Fab Four, e i Fab Four si evolvono nei Fab Five, allora forse fare la notte in bianco non sarà più intrigante come una volta. Ma la Lega sa stupirci, e chi lo sa, magari Cousins sarà l’ingranaggio di troppo messo di traverso in un meccanismo quasi perfetto che farà andare in blocco tutto. O forse no. Così Cowherd:

“Si, DeMarcus ti può dare 25 punti e 12 rimbalzi. Ma è anche difficile, enigmatico. I Pelicans hanno fatto meglio senza di lui, hanno sweppato i Blazers senza di lui, hanno avuto un record migliore senza di lui. In più si è rotto il tendine d’Achille. Sapete cosa succede ai giocatori di 120 chilogrammi quando si rompono il tendine d’Achille? Non sono più gli stessi. Non sarà neanche pronto prima di gennaio/febbraio, e voi state uscendo di testa per questo? «Non guarderò mai più la NBA di nuovo!» Oh, fermatevi! In America celebriamo il dominio. […] Potrei addirittura sostenere una tesi: questo non è niente di più che l’inizio della fine per i Golden State Warriors.”

La conclusione è esagerata, probabilmente. Se DeMarcus Cousins non darà alcun quid in più ai Warriors, basterà marginalizzare la sua posizione, anche perché i Golden State Warriors non hanno necessità di averlo in campo per vincere, come ampiamente dimostrato. Se invece “the Resurgence” avrà luogo, allora potremmo avere la nuova atomica di Los Alamos, questa volta edita in California e non in New Mexico.

The sky is falling, ma abbiate fede.

 

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