Curry MVP all’unanimità, sintomo di appiattimento dell’NBA?

Curry MVP all’unanimità, sintomo di appiattimento dell’NBA?

Steph sta riscrivendo la storia, un po’ per merito suo e un po’ per mancanza di concorrenza.

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Doverosa premessa: Stephen Curry è il miglior giocatore dell’NBA, senza se e senza ma.
Detto questo, il plebiscito bulgaro nelle votazioni al titolo di MVP non può passare inosservato, dal momento che è la prima volta nella storia che un giocatore si guadagna il Maurice Podoloff Trophy raccogliendo il 100% delle preferenze.
Nemmeno i vari Kareem, Jordan, Magic, Bird, Russell, ecc. sono mai riusciti a mettere tutti i votanti d’accordo in tal maniera; lungi da noi il voler fare paragoni tra i più grandi di sempre, ma davvero Steph ha raggiunto lo status di superstella (diciamo nei primi 20-30 di sempre), oppure è il livello del resto dell’NBA che si è abbassato?
Probabilmente sono vere entrambe le cose.

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Se scorriamo gli MVP dal 1955 a oggi, Steph Curry negli ultimi due anni ha effettivamente riscritto la storia: la stagione scorsa è stato l’MVP col minutaggio medio più basso di sempre (32.7), mentre quest’anno ha chiuso con la media punti al minuto più alta di sempre (0.880, con 30.1 punti in 34.2 minuti).
Oltre a lui, solo Jordan e Kevin Durant sono stati capaci di superare quota 0.800; ciò è dovuto anche al numero di possessi per partita, che è aumentato esponenzialmente negli ultimi anni, ma teniamo anche ben conto che nessun MVP ha mai avuto il 45.4% da 3, né soprattutto ha mai tirato 886 volte da oltre l’arco in una singola stagione.
Il 2015/16 di Stephen Curry è quello di un cestista unico e incredibile, sotto vari punti di vista. Ma davvero nessun altro in NBA gli è minimamente vicino, tanto da non poter nemmeno pensare di ambire al titolo di miglior giocatore?

Kawhi Leonard (il secondo più votato) coi suoi 24 anni è ancora giovane per ambire al bersaglio grosso, Russell Westbrook (sul gradino più basso del podio) sembra troppo accentratore e poco continuo per essere un MVP, LeBron James è sempre un fenomeno ma ormai in fase calante, mentre Durant forse ha pagato i risultati non entusiasmanti dei suoi Thunder in stagione regolare. Stephen Curry è il cavallo su cui puntare, la scommessa sicura che i bookmakers pagano poco o niente.
Anche Tracy McGrady la pensa così: “Il fatto che lui sia il primo giocatore a vincere all’unanimità fa capire quanto la lega sia annacquata. Sul serio. Perché se si pensa a quando giocavano MJ o Shaq, loro sì che dovevano affrontare una competizione di livello massimo, c’erano più superstar in più squadre…”
Ma da qui a dire che il livello dell’NBA si è abbassato così tanto da rendere un giocatore (forte, ma non ancora a livello di Bill Russell & co.) il nuovo leader incontrastato della lega, ce ne passa.

bleacherreport.net

Probabilmente i 131 votanti per il titolo di MVP si sono appiattiti al cospetto del #30 spinti anche dall’onda mediatica, che lo aveva incoronato migliore dell’NBA già da qualche mese a questa parte. Perché Kawhi sarà anche giovane, ma non capita tutti i giorni che il miglior difensore della lega ti metta a referto pure 21.2 punti col 50.6% dal campo e il 44.3% da 3…
Diciamo che, come già più volte è successo, si corresse al secondo posto, perché il primo era già talmente ovvio che non c’era nemmeno bisogno di discuterlo.
Certo, anche ai tempi del miglior Jordan (tanto per fare un nome) non c’erano dubbi che fosse lui il migliore, ma come ben dice Steve Kerr: “Michael era dominante sia dal punto di vista tecnico e fisico, sia da quello emotivo, al punto che ebbi la sensazione che tutti avessero paura di lui: gli avversari, gli arbitri e persino i compagni di squadra.”
Da grandi poteri derivano grandi nemici, quindi votare un MVP che non fosse MJ poteva somigliare a una piccola rivincita nei confronti dello spauracchio col #23; Curry invece è l’eroe buono, come si poteva votare qualcuno che non fosse lui?

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