Da Davide contro Golia a Steph contro LeBron, l’eterna lotta tra il grande e il piccolo

Da Davide contro Golia a Steph contro LeBron, l’eterna lotta tra il grande e il piccolo

Il confronto tra LeBron James e Steph Curry è solo un ennesimo capitolo dell’eterna lotta tra concetti opposti di grandezza e piccolezza, del forte contro l’astuto, di yin e yang, che si battono per prevalere e dominare il mondo.

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L’evoluzionismo non dice che a prevalere sia sempre il più forte, ma quello che sa adattarsi meglio ai cambiamenti. I dinosauri, tanto per capirci, si estinsero, e se fosse arrivato il conflitto nucleare, la specie dominante del pianeta sarebbero gli scarafaggi, con tanti saluti al tiro da tre e al basket di movimento. Nell’antichità eserciti persiani sconfinati le presero sonoramente a Maratona e a Salamina contro i greci. Nell’Anabasi, Senofonte racconta il viaggio di ritorno di diecimila mercenari greci assoldati da Serse per rovesciare suo fratello Dario re di Persia, dopo che lo stesso Serse era stato amichevolmente impalato dal fratello in un regolamento di conti familiare. I greci, meno dei persiani ma più strateghi, riescono a battere i nemici in numero molto maggiore confidando sulla loro superiorità come soldati e sulla disciplina.

Il più debole spesso vince, come insegnano anche le arti marziali. Se uno più forte cerca di colpirti, rovescia la sua forza contro di lui. Le formiche conquistano il mondo perché sono in grado di attaccare alla stessa velocità, nessuna si supera e proseguono come un fronte compatto. Le termiti si possono schiacciare con un piede, singolarmente, ma possono scavare fossati che fanno precipitare chi ci cammina sopra.

La debolezza è velenosa, astuta, agile, mentre la forza è potente ma lenta, e quando si mette in movimento provoca ondate che non sempre riesce a controllare. Istintivamente, l’uomo sta dalla parte del più grosso e del più forte, se non altro per la sua sicurezza personale. Non è detto che lo ami, sicuramente lo teme e teme la dimensione quasi divina dei suoi muscoli.

Quando Davide esce dalle schiere dell’esercito degli ebrei e fronteggia il filisteo Golia, nessuno gli darebbe un centesimo. Golia lo guarda e ride, e con lui tutto l’esercito filisteo. Davide comincia a scegliere una pietra, poi prende un panno e l’avvolge, chiudendo le estremità nel pugno. Golia si prepara a un corpo a corpo, ma Davide gli sfugge e fa roteare la pietra nel panno, questa prende velocità e “PAM”, colpisce Golia nel centro della Fronte ammazzandolo.
Steph 1 – LeBron 0.

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Altre volte il grande è schiacciato dal lavoro di squadra. Ulisse nell’Odissea riunisce i compagni sfuggiti al ciclope e, mentre dorme, lo fa accecare nel suo occhio. Il ciclope si è illuso che la sua forza bastasse, ma non è così. Steph 2 – LeBron 0.

Ma non sempre il gigante è cattivo. Spesso il piccolo si nasconde dietro al grande, come nel caso degli ebrei del ghetto di Praga dietro il Golem, evocato da un impasto di terra e acqua a cui il rabbino capo di Praga ha scritto sulla fronte l’aleph dell’alfabeto ebraico. Steph 2 – LeBron 1.

Il piccolo però può essere sbadato, troppo veloce o imbranato, e il grosso, saggio, rimane a guardarlo con l’espressione di Ollio verso lo schermo, mentre Stanlio piagnucola che non è colpa sua. Steph 2 – LeBron 2.

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Però, è quando il grosso rinuncia alla sua natura e si mette alla mercé del piccolo che rischia davvero. Come l’orco con il Gatto con gli Stivali, quando cade nel tranello del gatto, si trasforma in topo e viene schiacciato dal gatto stesso. Steph 3 – LeBron 2.

Certo, nell’ottica evolutiva del gioco, Steph è Steph in questo modello. Davide tira la pietra a Golia da distante, lo prende in pieno, come si prende in pieno il canestro del tiro da tre. Il grande non sente il bisogno di sviluppare questa parte del gioco, non ne ha bisogno e se lo fa è contro la sua natura.

Il grande e il piccolo si rincorrono nei secoli. Gulliver sperimenta entrambe le condizioni e rimpiange di non essere più il gigante. Steph 3 – LeBron 3

Il basket di oggi presenta lo yin e lo yang in un modo che non si vedeva da tempo o che, a questo livello, non si è mai visto. Se prendiamo le grandi point guards, Cousy era il pesce pilota di Russell, Frazier di Reed, West a fine carriera di Chamberlain, anch’esso a fine carriera. Saldati in uno, l’asse play pivot sorreggeva, a mo’ di albero di natale, l’impalcatura del resto del gioco.

Magic e Larry si fronteggiavano ma condividevano l’atteggiamento verso il basket. Magic era il play-guarda supersize e Larry un 3 che poteva fare qualsiasi cosa. Giocatori totali, si specchiavano quasi nei rispettivi ruoli. Jordan non ha mai avuto uno davanti a sé che potesse metterlo in ombra, mentre Kobe è stato, astutamente, pesce pilota di Shaq e all’occorrenza lui il despota.

Ma Steph e LeBron incarnano due filosofie antitetiche. Uno yin e yiang della filosofia cinese, una tesi e antitesi alla Nietzsche, un sole e un pianeta, una stella e un buco nero. Le loro mappe di tiro e il modo di stare in campo sono opposte, il loro è un gioco dell’est e dell’ovest, senza che ci possa essere una fusione. Dove uno occupa il campo l’altro lo svuota; dove uno tira, l’altro pastura senza troppa voglia.

Questo regalo agli appassionati di oggi, courtesy il tiro da tre e un allenatore illuminato, Steve Kerr, (laddove, paradossalmente, forse anche Blatt avrebbe potuto allenare bene GS, quando era l’antitesi di quel che LeBron si aspetta dal campo), scava come meglio non si potrebbe nei corridoi della filosofia cestistica. Riproduce, a modo suo, l’ingresso sul basket europeo del talento di Drazen, che all’improvviso costrinse le difese e gli allenatori a ridisegnare gli schemi in entrata e uscita dall’area da tre, anche lì courtesy di allenatori illuminati come Novosel e simili.

C’è anche, nel loro modo di fronteggiarsi, l’eco del “Nome della rosa”, di quel capitolo della retorica di Aristotele sul ridere, che il vecchio Jorge non ha permesso di copiare agli amanuensi. In un modo sempre più drammatico, Steph Curry porta una maschera eterna, quella di Buster Keaton e Harold Lloyd, Jerry Lewis e Charles Chaplin. I vagabondi che un potere sempre incombente cerca di schiacciare, mentre loro si rialzano sempre dopo ogni caduta.

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Laddove invece LeBron è un Hyperion drammatico, un eroe romantico, condannato all’eterna ricerca di sé stesso, per conciliare l’immane potenza del suo corpo con un destino Wagneriano. Un Sigfrido che riesce a vincere solo quando accanto ha un consigliere astuto come Wade, che oltre a essere un grande giocatore è anche un conoscitore fine delle cose umane e ha saputo portarlo a Miami come Artù porta Parsifal a Camelot. Ma Parsifal è costretto a ripartire dopo aver vinto le battaglie per cercare il suo Graal, che forse non troverà mai.

Mentre il giullare Steph suona il suo mandolino seduto su un muretto e canta una canzone che, a lui, viene naturale come a nessuno mai…

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