Da Magic a Kobe, l’arte di dire addio al basket giocato

Da Magic a Kobe, l’arte di dire addio al basket giocato

Smettere è sempre difficile, qualcuno ci riesce meglio di altri.

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Finché si è una stella NBA giovane e forte, il pensiero va solo al giorno dopo, o al massimo alla stagione successiva: d’altronde bisogna assaporarsi il momento, vivere al massimo la propria carriera, godersi ogni vittoria e sì, anche ogni sconfitta.
Ma gli anni passano per tutti, anche per le leggende del basket. E arriva per tutti il momento di dire: basta.

Ogni grande campione però ha il suo stile, sia in campo che fuori, il che porta inevitabilmente a differenti tipi di addio al basket giocato. Proviamo comunque a categorizzare i vari ritiri delle stelle più luminose del firmamento cestistico:

 

www.history.com

Magic Johnson – A sua insaputa

A 32 anni, dopo aver appena giocato una finale NBA, Magic Johnson si sarebbe immaginato tante cose, ma mai di doversi ritirare. Però fu così fu, nel novembre del 1991, dopo aver scoperto di aver contratto il virus HIV.
Magic non era proprio al culmine della carriera ma altri 3-4 anni se li sarebbe ancora fatti, come minimo; invece no, conferenza stampa e addio al basket, così, da un giorno all’altro. Uno shock per tutti, figuriamoci per lui.
Poi tornò per l’All-Star Game del ’92 e lì si consumò quella che davvero si può ritenere la sua partita d’addio, da brividi. Quindi le Olimpiadi di Barcellona ’92 e il ritorno in NBA nella stagione 1995/96, giocando da 4. Conclusa quella, l’ormai 37enne Magic pensò se continuare o meno, addirittura gli punse vaghezza di considerare offerte da altre squadre.
Alla fine decise di ritirarsi, questa volta alle sue condizioni.

 

espn.go.com

Larry Bird – Sottovoce

Una carriera da fenomeno assoluto, leader incontrastato e agonista purissimo. Il dualismo tra lui e Magic è stato probabilmente il più grande di tutti i tempi, e se il 32 giallo-viola era estroverso e giocherellone, Larry non amava le luci della ribalta, le rifuggiva quasi.
La sua schiena cominciò a scricchiolare dalla fine degli anni ’80, resse a malapena per la succitata estate olimpica del 1992 e poi cedette di schianto, costringendo il nostro all’immediato ritiro post medaglia d’oro. Niente tour per le standing ovation o partite di addio, nessuna conferenza stampa trionfale, semplicemente si presentò in t-shirt e disse che aveva smesso di giocare. Da vero signore.

 

www.al.com

Charles Barkley – Duro a morire

16 stagioni, Barkley aveva deciso che sarebbero state abbastanza. Ormai l’assalto al titolo era più che improbabile, e visto il personaggio a dir poco controverso, certamente non ci si aspettava una standing ovation per lui in ogni palazzetto.
Il Diavolo però ci mise la coda e Sir Charles si ruppe un tendine del quadricipite dopo appena 19 gare: stagione finita, e così la carriera.
Anzi, no.
Dopo appena 4 mesi, Barkley volle tornare in campo per giocare l’ultima di campionato, contro Vancouver. Su un suo fallo e canestro da rimbalzo offensivo, per poco non crollò il palazzetto: quello era il modo giusto per ritirarsi, l’azione distintiva che dipingeva un’intera carriera. Sir Charles voleva andarsene lasciando il campo sulle sue gambe, dopo una giocata di aggressività, tra gli applausi di un pubblico che lui aveva esaltato.

 

espn.go.com

Michael Jordan – Duro a mollare

Lascio il basket o no, lascio il basket o no, chissà chi vincerà? (semicit.)
Il tira e molla tra MJ e il basket è ormai leggendario: a 30 anni e dopo 3 titoli consecutivi, annunciò di aver perso la passione per il gioco; si ritirò e firmò un contratto con una squadretta di baseball, suo primo amore e sport che lo legava maggiormente col padre, da poco vittima di omicidio. Dopo un paio d’anni scarsi, tornò a farsi sentire: “I’m back”, e via altri tre anelli contro Sonics, Utah e ancora i Jazz.
Quello di gara 6 del 1998 è il finale perfetto per chiudere una carriera da Campione assoluto, non stiamo a rivangarlo perché lo conoscono anche i sassi… A 35 anni His Airness avrebbe potuto ancora gareggiare ai massimi livelli, ma complice anche lo sgretolamento dei suoi Bulls decise di dare il secondo addio al basket giocato. Quello definitivo? Manco per sogno.
Passano altri due anni ed ecco che ritorna la voglia di sudare in braghette corte, stavolta per i Wizards.
La seconda stagione a Washington è l’ultima della carriera, stavolta ne è certo: in ogni palazzetto partono omaggi, tributi e riconoscimenti al più grande di sempre, o per lo meno delle ultime 2-3 generazioni.
Fermi tutti: 2009, cerimonia d’induzione nella Hall of Fame, Jordan butta lì la possibilità di tornare a giocare a 50 anni. I presenti ridono, e lui: “Oh don’t laugh, don’t laugh. Never say never. Because limits, like fears, are often just an illusion.”
E quello sguardo con cui ammoniva a non ridere era ironico… Oppure no?

 

boston.cbslocal.com

Shaquille O’Neal – Il lento declino

Il dominio, nella sua forma più assoluta e incontrastabile, per 14 stagioni. Dopodiché, quel fisico che tanto gli ha permesso, lo tradì. La stazza diventò quasi un ostacolo per lui, lo appesantiva, le gambe non giravano più come quando vinceva tre campionati in fila coi Lakers.
Però Shaq non volle fermarsi, puntava al quinto anello, lo voleva con tutte le sue forze. Forse per raggiungere il suo amico/nemico Kobe a livello di chincaglieria? Può essere, non lo sappiamo, però sappiamo che già dall’ultima stagione a Miami, la 2007/08, Shaq era irriconoscibile, l’ombra di sé stesso; ombra che si allungava ogni anno sempre più, fino a raggiungere quasi la parodia di quel bestione che sfasciava canestri (e) avversari con l’arroganza di chi è manifestamente superiore.
Le ultime tre stagioni (a Phoenix, Cleveland e Boston) non resteranno certo nella memoria degli appassionati, e anzi hanno quasi intaccato il ricordo di quello che è stato The Diesel nei suoi tempi migliori.
L’annuncio del ritiro è arrivato su Twitter, nel suo stile. Lasciare al top è sempre difficile, imitare Shaq impossibile.

 

www.newstalk.com

Kobe Bryant – La primadonna

Su un campo da basket, sono due gli obiettivi di Kobe: dimostrare di essere il più forte e vincere.
Queste due facce si sono alternate lungo tutta la sua carriera, a volte lasciando che la prima (più viscerale) prendesse il sopravvento, altre riuscendo a mettere la seconda (più ragionata) davanti a tutto.
Alla fine della fiera a Kobe è andata più che bene sotto entrambi gli aspetti: bastino gli 81 punti rifilati ai Raptors come esempio della sua grandezza individuale, e i 5 titoli NBA con le 2 medaglie d’oro olimpiche a far da cornice alle sue vittorie.
Dall’infortunio al tendine d’Achille, l’inevitabile abbassamento delle prestazioni, fino al novembre scorso e la decisione di rendere pubblico il prossimo ritiro; il motivo era sostanzialmente uno solo: non poteva più vincere, quindi chiedeva che rendessimo onore al più forte.
E noi non ci siamo tirati indietro, la carrellata di omaggi non ha fatto che accrescere sempre più il già consistente ego di Bryant, che è esploso nella sua ultima gara: 60 punti con 50 tiri presi, come a dire: “Mi ritiro da migliore in NBA”.
E anche sapendo che non è così, vallo a dimostrare dopo quell’ultimo quarto.

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