Dallas Mavericks: cronaca di un’involuzione

Dallas Mavericks: cronaca di un’involuzione

Dovevano essere una delle più grandi rivelazioni di questa stagione, una delle compagini più temibili, uno dei gruppi più rognosi da affrontare; predizioni che, finora, non sono andate nemmeno vicino dall’avverarsi. I Dallas Mavericks, nonostante la momentanea settima piazza nella competitiva Western Conference e una plausibile qualificazione ai playoff, non stanno impressionando come nelle previsioni. 

In estate Mark Cuban ha dato il via ad una nuova mini-rivoluzione, riportando alla base il centro del titolo Tyson Chandler, sacrificando il play spagnolo Calderon, uno dei più positivi dello scorsa stagione. Inoltre, la vecchia guardia rappresentata da Carter e Marion è stata salutata senza troppi rimpianti per far spazio a Chandler Parsons, firmato a grandi cifre per strapparlo a Houston e destinato a comporre un gran trio offensivo con Ellis e Dirk. In più una grande infarcita di play senza però l’uomo in grado di fare la differenza: Nelson, Harris, il cavallo di ritorno Barea e il non troppo desiderato Felton. Ci sono comunque le basi per fare una gran stagione grazie ad una panchina rinforzata con i veterani Jefferson e Villanueva e dove i vari Crowder e Wright continuano a dimostrarsi dei valori aggiunti, soprattutto per la spiccata propensione difensiva che sono in grado di dare, capace di compensare quella del quintetto di partenza.

L’inizio è nella norma: diverse vittorie e qualche inciampo qua e là, normale in una squadra molto cambiata e ad appena inizio stagione. Le caratteristiche del gruppo di Carlisle sono quelle previste: una produzione offensiva extra-lusso, guidata da un Ellis straripante e da un Nowitzki immortale. Parsons è un po’ più discontinuo, ma inizia a far vedere i suoi buoni colpi anche all’American Airlines Center. I problemi nascono però dall’altra parte del campo; la difesa si rivela un evidente tallone d’Achille, nonostante Tyson Chandler abbia ridato una robusta presenza sotto le plance che mancava dall’anno del suo addio, quello delle Finals del 2011.

Arriviamo al momento fatidico: il 19 dicembre del 2014 arriva Rajon Rondo in Texas. Sembra la svolta. Dallas è passata da pericolosa outsider a contender di livello. La squadra ha ora un quintetto di assoluto spessore, uno dei migliori se non il migliore dell’intera lega, anche il ruolo di play è stato colmato con l’aggiunta di un giocatore di spessore, di una stella, di un giocatore già protagonista di un titolo e di molti anni trascorsi in compagnia di Rivers e Garnett a cercare di conquistare più anelli possibili. Esperienza, qualità in più e quel quid per mirare al tanto sospirato anello. In cambio Dallas non aveva sacrificato molte pedine: Nelson, uno dei 4 play del roster, e i sopracitati Wright e Crowder, due pedine importanti ma non essenziali.

La scommessa anzi, la certezza Rondo, non ha pagato minimamente. Il play non riesce a inserirsi nei dettami tattici di Carlisle, ha bisogno di tener molto palla e ciò lo fa entrare in rotta di collisione con Monta Ellis, guardia più abituata a crearsi da sé le proprie soluzioni offensive che non a segnare sugli scarichi o in uscita dai blocchi. Il rendimento di Ellis infatti ne risente e scende in maniera netta. Questo è soltanto uno dei problemi che affliggerà Dallas. L’attacco non diventerà più quello spumeggiante di inizio stagione e a ciò non corrisponderà un miglioramento difensivo. Nowitzki non può tirare la carretta da solo alla sua età e qualche flessione di rendimento è da mettere in preventivo. In più le perdite si rivelano più lacunose del dovuto, visto che senza Wright è venuto meno quel cambio nei pivot per garantire difesa, rimbalzi e presenza. Greg Smith è infatti una meteora, Powell, arrivato con Rondo da Boston, è adoperato per poche partite ed è stato richiamato addirittura James dalla D-League. Il tutto, prima che arrivasse Stoudemire, altro nome intrigante ma non uno specialista della lotta difensiva e della presenza a rimbalzo. Perlomeno, almeno l’ex Phoenix sta avendo un rendimento congruo e forse anche superiore alle attese. La squadra texana non è ancora matematicamente qualificata ai playoff e, nella migliore delle ipotesi, non si discosterà dal settimo posto. Considerando che Okc senza infortuni si sarebbe trovata davanti, la squadra ha rischiato di finire ottava, stesso ranking dell’anno scorso con una squadra inferiore, almeno sulla carta.

Un accoppiamento con Houston o Memphis non sarebbe insormontabile, ma quest’anno negli scontri diretti ci sono state molteplici sconfitte e le premesse per fare dei grandi playoff non paiono essere le migliori. Rondo si sveglierà? Dirk e Ellis si stanno conservando le cartucce migliori? Carlisle troverà la giusta chimica di squadra appena in tempo per sorprendere? Vedremo. Fatto sta che Dallas vinse nel 2011 con una stella e tanti buoni giocatori funzionali al suo fianco. Forse guardare l’album delle figurine non è stata la strategia migliore per formare questo roster.

 

 

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