Dan Gilbert, quando perseverare è diabolico

Dan Gilbert, quando perseverare è diabolico

Come farsi scappare il miglior giocatore degli ultimi 15 anni per ben due volte

di Fabrizio Martini

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Chi è il giocatore più forte della storia? Jordan? Kobe? Chamberlain? Russell? LeBron?

Questa domanda non ha risposta (o la risposta è “tutti”), ma se dobbiamo chiederci chi ha reso grandi i Cleveland Cavaliers, la risposta è una sola.

Ma si poteva fare di più? Decisamente sì.

Passo indietro: stagione 2002, una squadra con un solo ordine: perdere. 17 vittorie e 65 sconfitte, stelle della squadra Ricky Davis e Darius Miles, con Ilgauskas narcotizzato e due rookies promettenti: Dajuan Wagner (clamoroso Da Messiah, giocatore sfortunatissimo) e Carlos Boozer, pescato al secondo giro e valorizzato sin da subito. Arriva il Draft, i Cavs hanno quella prima scelta tanto cercata, e lì c’è un ragazzo testa e cuore dell’Ohio pronto per loro: inizia l’era di LeBron James.

Dan Gilbert è, anno 2003, il proprietario di franchigia NBA più invidiato: ha una gemma tra le mani di valore inestimabile, una squadra che può solo migliorare, spazio salariale a disposizione; l’unico problema è il contesto, Cleveland è una franchigia storicamente perdente, la città è grigia, industriale, senza particolare appeal: attrarre i free agents che contano è complicato.

MA HAI LEBRON JAMES!

Se hai il futuro della Lega ancora prima che inizi a giocare e sei un businessman capace di fondare e far crescere aziende da milioni di dollari, portare tutto ad un livello vincente non dovrebbe essere eccessivamente complicato.

Invece no. L’NBA management è affare per pochi.

Jim Paxson, Danny Ferry, David Griffin, Koby Altman sono i GM che si sono susseguiti nelle 11 stagioni NBA passate da LeBron in Ohio; di questi, solo uno (Griffin) è riuscito a dare una squadra “da titolo” a LeBron che nel 2015-16 è riuscito a vincere l’unico titolo della storia della franchigia, che rimarrà probabilmente l’unico per molti anni.

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Uno potrebbe essere abbastanza, quindi perché prendersela con Gilbert?

Perché un proprietario che ha tra le mani un uomo del genere, che muove l’interesse di milioni di persone ben oltre il gioco ed è dedito alla causa, morirebbe per portare in alto la città, va valorizzato a qualunque costo. Non è possibile non dargli i giocatori giusti, non è possibile non prevaricarlo nelle scelte ed indirizzarlo, non è possibile farselo scappare per ben due volte senza dare la vita per tenerlo.

Se la prima volta LeBron se ne è andato in maniera poco elegante (eufemismo), facendo sprofondare la franchigia nei bassifondi a cui era abituata,  Gilbert ha fatto di tutto per tirargli guano addosso, in primis svendere le vecchie maglie del Prescelto a 17 dollari e 41 centesimi, anno di nascita di tale Benedict Arnold, generale americano che si vendette agli inglesi durante la Rivoluzione Americana, considerato il peggior traditore della patria della storia USA. Sparate strampalate alla stampa, fomentando l’odio verso il “traditore” per poi invece riabbracciarlo a braccia aperte quando lo stesso decise di redimersi tornando a giocare per lui, fanno parte di questo controverso personaggio.

LeBron è poi riuscito ad arrivare al titolo in maniera quasi fortunosa, con un hara-kiri di Golden State ormai famoso quanto profetico, quasi a chiudere un cerchio se sembrava impossibile potesse realizzarsi.

Sceglier poi Bennett, lasciar partire Kyrie Irving, buttar via Draft Picks come fossero coriandoli, licenziare David Griffin nel bel mezzo dell’estate e rimanere con carica vacante in momenti cruciali delle contrattazioni per poi nominare quasi per disperazione Koby Altman, consegnando una squadra di morti che camminano ad un Capitano che è stato l’ultimo ad abbandonare una barca che faceva acqua da tutte le parti, è stata la ciliegina sulla torta che ha messo la parola fine della storia tra LeBron e la franchigia; stavolta senza sbattere la porta, ma con il suono di un significativo “ho fatto tutto quello che potevo, tu no”.

LeBron è partito direzione Los Angeles. Per vincere? A 34 anni e con la concorrenza presente non si sa, ma di sicuro è scappato da colui che non è riuscito in alcun modo a valorizzarlo sul serio; l’aver fatto togliere il suo vessillo, quel “We are all witnesses”, è la pietra tombale su una storia che  è stata vincente quasi per sbaglio o per pena, ma poteva e doveva essere molto, molto di più.

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