Danilo Gallinari – Il maschio alfa del basket italiano

Danilo Gallinari – Il maschio alfa del basket italiano

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Danilo Gallinari comparve nella campagna lodigiana a Casalpusterlengo, uscendo da un banco di nebbia già completamente formato, con visione di gioco e un tiro da tre da far impallidire un mirino elettronico. A Casalpusterlengo vide per la prima volta un campo simile a qualcosa di professionale e, immediatamente, dominò il gioco. Passò a Pavia e poi a Milano dove, in un biennio, dimostrò di essere un giocatore di un altro pianeta, pianeta stesso (NBA), che rapidamente lo chiamò a sé per farlo stare dove uno come lui deve stare.

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Negli anni ’80 suo padre, Vittorio Gallinari, era il più feroce difensore del basket italiano. Un giocatore di grande forza fisica, cattiveria agonistica, che si sobbarcava il compito di stare attaccato a gente come Nikos Galis e Drazen Petrovic, Antonello Riva e Dragan Kicanovic, con il successo migliore che potesse arridere a un difensore di simili mostri, limitarli a una ventina di punti e stancarli. In attacco, occorre dirlo, le armi erano abbastanza spuntate: tiro scarso, pochi movimenti, tanta dinamicità a rimbalzo offensivo e grinta in campo. Per questo, quando cominciò a spargersi il verbo di un fenomeno di quasi sette piedi, agile, tiratore e con grande tocco, era difficile riconoscere in Danilo la prosecuzione del padre. La somiglianza fisica, qualcosa nello sguardo e nella determinazione, questo sì, ma tecnicamente un’altra cosa. Sicuramente merito del padre, che gli avrà passato un bel po’ di suggerimenti e gli avrà detto di tirare fino allo sfinimento nel campetto di casa, in aperta campagna, in cui troppi “sdeng” sull’anello rischiavano di far arrabbiare vicini poco tolleranti. Danilo dimostrò subito il talento, un talento cristallino, slavo per certi aspetti, principalmente per come è slegato dai concetti soliti, da ruoli, da schemi, in cui occorre sempre lasciare un margine di creatività, che solo la gente come lui sa mettere nel basket. Ma qualcosa di Vittorio, oltre l’altezza, c’è in Danilo. Lo spirito vincente, la voglia di difendere, di essere su ogni pallone e di stare in campo nei momenti decisivi. Se dobbiamo ricordare un momento topico di Vittorio, sono due tap-in storici nella finale di coppa delle coppe contro Madrid (quando sulla panca di Madrid sedeva un tale George Karl… NdR), quando comparve dal nulla a mettere dentro due canestri decisivi. Brunamonti si era infortunato e Micheal Ray Richardson conduceva la squadra alla vittoria. Immaginiamo il piccolo Danilo a due anni davanti alla televisione, che vede suo padre e pensa: “ecco cosa voglio essere”. Quell’essere è l’alfiere di una squadra vincente, che è disposto a fare tutto per avere successo. Vittorio esordì in un’Olimpia anni ’70 in grandi difficoltà, che si risollevò con l’arrivo di Peterson, D’Antoni, John Gianelli. Quello spirito, di una squadra che si ricostruì dalle fondamenta per tornare a dominare in Europa, con il motto dello “sputare sangue” in campo su ogni azione, formò la sua ferrea volontà di giocare ad alto livello, usando al massimo le sue caratteristiche migliori, che lo resero elemento prezioso di squadre vincenti. Danilo ha questa mentalità, è come se l’avesse assorbita dalle mura di casa. Quando si infortunò al ginocchio e attraversò un calvario di quasi due anni, gli interrogativi su di lui si moltiplicarono, come sempre in questi casi. Ma oggi i giocatori li rompono e li ricostruiscono come pezzi del meccano. Le Tommy John surgery famose nel baseball e i pezzi di ricambio trovati in ogni parte del corpo per i tendini, ormai rimettono insieme i peggiori infortuni e lo hanno fatto tornare con una volontà se possibile più forte di prima.
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  Perché quello che impressiona di Danilo è la volontà, la forza interiore, il “volere” le cose che ottiene. Senza questa volontà non si migliora ogni anno, non si diventa dei grandi giocatori in NBA e cornerstone della squadra in cui gioca. Ai Knicks non lo hanno capito, ma non sorprende, posto che non hanno capito nessuno negli ultimi dieci anni, mentre i Nuggets sono una squadra che meglio può accogliere il suo bisogno di essere il fulcro del gioco, la luce che illumina gli altri, e il martello offensivo della squadra. In questo gioco West Coast, non una West coast offense s’intende ma uno spirito libero, quasi western, di correre per le praterie lasciate da un gioco arioso, in contropiede, in costante movimento, Danilo si trova alla perfezione. Può palleggiare, guidare l’attacco, cercare i compagni, muoversi senza palla, in un ambiente che sa accogliere le sue intuizioni e lo sta lentamente portando a essere un credibile candidato per l’All Stars Game. Rimane da chiedersi cosa vincerà. La nazionale potrebbe dare qualche soddisfazione, se i giovani riusciranno a stargli dietro e a capire che il maschio alfa del basket italiano è lui, in questo momento. Un maschio alfa che, oltre alla faccia tosta e al talento, ha però una mentalità di squadra e si sente un trascinatore. Difficile che i Nuggets possano fare più di uno o due turni dei playoff nei prossimi anni, ma gli daranno soddisfazioni nel gioco e lo faranno diventare ancora più leader. Per noi, rimane il rimpianto di averlo visto poco, un paio d’anni a Milano, non di più, e correre subito in NBA. Dove però quello spirito che gli corre nelle vene, quella rabbia agonistica e quella forza, lo stanno trascinando dove solo il talento non basta. Dove occorre volere che le cose succedano, affinché succedano, e non solo aspettare che arrivino nelle nostre mani. Come troppo spesso ci troviamo a fare. Chapeau, Danilo.

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