D’antoni e Harden, dalla Banda Bassotti a The Beard

D’antoni e Harden, dalla Banda Bassotti a The Beard

Analisi sul rapporto Harden-D’Antoni a Houston, e sul concetto di “playmaker” per il coach naturalizzato italiano.

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La pallacanestro la giocano i giocatori, non gli allenatori” (cit. Dido Guerrieri)

“Se Harden vuole fare il play, che si prenda la palla e cominci a palleggiare e vedremo cosa sa fare” (Semicit. Piero Fassino)

 

Mike D’Antoni è arrivato a Houston con tutto il suo carico d’immaginario cestistico e una visione del gioco destinata, come sempre, a sorprendere. Come primo atto ha affermato che Harden giocherà come play, provocando il solito scandalo presso i benpensanti cestistici.

A Mike ha fatto bene stare in Europa, soprattutto per quel che riguarda la visione del gioco e la libertà di pensiero; in NBA avrebbe probabilmente guadagnato di più, ma l’Europa ha insegnato a D’Antoni a guardare il gioco da una prospettiva diversa, tanto da diventare la causa, al tempo stesso, del suo successo e del suo insuccesso.

Molti registrano il fatto che in fondo Harden palleggia un sacco di tempo, e che la maggior parte dei tiri nascono dal suo portare la palla avanti, ma ciò non basterebbe a renderlo un play. In Harden, però, Mike vede il giocatore totale che tanto gli piace, capace di dare al suo gioco una dimensione completamente diversa.

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Strano come gli ex giocatori diventino allenatori tanto diversi da quello che erano in campo. Mike era il play per eccellenza, un grande rifornitore di Roberto Premier, Russ Schoene, Meneghin e degli altri campioni dell’Olimpia anni ’80. Ma era anche il play della “Banda Bassotti”, quella versione dell’Olimpia dall’80 all’82, appena tornata in A1, che aveva un’altezza media di poco superiore ai 2 metri e vinceva grazie al ritmo e alla difesa durissima.

Non che a Mike piaccia la difesa durissima, di “sputare sangue” (e chi abbia visto quell’Olimpia sa cosa significasse quello “sputare sangue”) ne ha avuto abbastanza durante la carriera di giocatore. Ma nemmeno che non difenda per niente; solo, la difesa di Mike è una forma di attacco, un modo di giocare globale che non fa differenza tra un lato e l’altro del campo.

Come dice giustamente Sacchetti nella sua autobiografia, citando Dido Guerrieri, “la pallacanestro è dei giocatori”, con ciò sottolineando che quello che conta è usare il giocatore per quello che è, non per il modello platonico che dovrebbe incarnare.

Se immaginiamo la guardia tipica, subito pensiamo a un Klay Thompson che esce dal blocco ai 100 all’ora, ma Harden non è quel tipo di giocatore. Se n’è già andato da Oklahoma City perché Westbrook  teneva troppo la palla e non c’era abbastanza spazio per lui. A Houston si è ritrovato a combattere con l’idea americana del basket, in cui se ti dicono che sei un tiratore tiri, se dicono che sei un passatore passi, e lo spazio per quelli come lui è stretto tra concetti di play-guardia-ala che non lo ricomprendono interamente, nessuno dei tre.

Solo Mike poteva andare davanti ai microfoni e dire, con la massima naturalezza, che Harden avrebbe fatto il play, ed essere creduto. Da un certo punto di vista è la pietra filosofale, un’affermazione di una trivialità unica. Harden fa il play come, absit iniuria verbis, Drazen faceva il play al Cibona. Vuole la palla? Se la prenda, o meglio, dice Mike, diamogliela.

I sentieri cestistici di Mike D’Antoni sono dei paesaggi matematici di grande creatività. Già in campo vedeva cose che gli altri non vedevano e di solito era nel posto giusto prima che la palla ci arrivasse. Ma se guardiamo la traiettoria di altri ex giocatori diventati allenatori, o dei grandi visionari del gioco, vediamo che questa loro esperienza è fondamentale, per tirare fuori quell’ingrediente di grandezza che solo pochi possono aver sperimentato.

Viene in mente Dado Lombardi con Basile ragazzino. Il povero Gianluca sentì le grida di Dadone nelle orecchie per anni, ma il suo coach, forse il miglior giocatore italiano degli anni ’60, aveva visto in lui qualcosa che gli avrebbe tirato fuori a forza, battezzando come solo lui avrebbe saputo fare i “tiri ignoranti”. E viene in mente Bosha Tanjevic che mette un ragazzone di 2.03, tale Bodiroga, a giocare guardia contro tutte le filosofie cestistiche ma cogliendo quell’ingrediente del suo gioco che lo renderà unico.

Unire Harden a D’Antoni è l’esperimento cestistico in provetta più affascinante di quest’anno. Gli occhi malinconici di James, al soldo di allenatori che cercavano disperatamente di inserirlo in una casella dei cinque ruoli, mettevano tristezza. Ora, con una squadra a cui hanno aggiunto Eric Gordon e Ryan Anderson, James potrebbe entrare in campo in un quintetto con il solo Capela sotto canestro, e spazi sterminati in cui un passo verso di lui o un raddoppio sarebbero una condanna a morte della difesa, sottoposta a una gragnuola di tiri da tre.

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Con Harden il ritmo potrebbe non essere altissimo (i d’antoniani seven seconds), ma di sicuro avremo una squadra con spazi e movimento di palla, in cui i 22 secondi di solito persi lo scorso anno dallo stesso Harden palleggiando, verrebbero inquadrati in un concetto di squadra che può accoglierlo.

Difensivamente, però, avremmo il Barba sul play, senza doversi preoccupare di cose troppo scientifiche come seguire un backdoor o restare incagliato su un blocco, cosa piuttosto rara dato che il taglio Harden dovrebbe seguirlo. Ma messo uno contro uno con chi ha la palla, beh, le cose cambiano. Come la falena attratta dalla luce, persino Harden sarebbe costretto a restare sveglio almeno all’inizio dell’azione difensiva, mentre una guardia vera marcherebbe un’altra guardia vera.

Al solito, d’antonianamente, un  viaggio senza paracadute, in cui l’apparente filosofia cestistica è invece un razionale tentativo di far rendere i giocatori per quel che sono, un lavoro concreto che porta a far fare loro esattamente quello che sanno e non a insegnare invano cose che vanno contro le loro attitudini. Un mondo in cui anche Franti può diventare Derossi, alla “Cuore” di DeAmicis, e rovesciare le credenze dei cinque ruoli (ormai ampiamente sputtanati) nelle forme del linguaggio cestistico odierno che fa della “liquidità” del gioco, del suo mescolare ruoli e distanze dal canestro, l’elemento più affascinante e innovativo di questi ultimi anni.

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