Dirk Nowitzki, la naturalezza di essere una leggenda

Dirk Nowitzki, la naturalezza di essere una leggenda

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Si chiama Dirk Nowitzki. Si sa molto di lui. La provenienza, la carriera, i titoli, le sconfitte, la conoscenza del gioco. Nella gara di stanotte a Brooklyn, Dirk Nowitzki ha superato al sesto posto assoluto dei marcatori un certo Shaquille O’Neal, con ben 28609 punti in carriera. Quando entri tra i grandi basta il nome: Kareem, Karl, Kobe, Michael, Wilt … Dirk. Ha anche superato Ewing al nono posto nei rimbalzisti difensivi (8857), e ha messo dietro anche Parish al 14esimo posto per minuti giocati (45729) in 1293 gare in NBA. Ah, poi ha messo pure il canestro del sorpasso a fine overtime: Meno si sa del suo incredibile lavoro in palestra. Per entrare nella storia si deve lavorare. Cuban, da sempre innamorato della sua stella, lo conferma: “Nessuno ha lavorato così duramente. Non ha avuto la fortuna di essere predestinato come molti altri, tutto ciò se l’è guadagnato. Per questo lo amo, anche se ha altri 10 anni nelle gambe: così sono sicuro di poter assistere a molti altri traguardi”. Nowitzki è stato l’idolo di gioventù del bambino Justin Anderson, ora cresciuto e approdato proprio a Dallas tramite il Draft dello scorso giugno. “È pazzesco far parte di questo suo traguardo [superare O’Neal, ndr]”, ha detto Anderson, che già s’immagina quando, con Dirk pronto a ritirarsi, dovrà rispondere a domande su com’è stato giocare ed essere in squadra con una leggenda. Il rookie non potrà spendere che belle parole verso il #41. Su tutte ha anticipato un aneddoto: “Nowitzki aveva appena terminato la sua routine completa d’allenamento e io ero seduto vicino al muro della palestra. Lo guardavo pieno d’ammirazione, come se fosse uno di quei momenti d’incontro con il tuo maestro di vita. Dopo un lungo e duro allenamento, dopo la partitella sempre al massimo, quando tu pensi ‘Ok, adesso si prende una pausa’ ed invece riprende la sua routine, di nuovo: quando assisti a cose simili, capisci cosa vuol dire giocare accanto ad una leggenda”. L’assioma dell’infaticabile Nowitzki è stato ripreso da Casey – ora allenatore dei Raptors ma per tre stagioni a Dallas come vice di Carlisle, nelle quali ha vinto il titolo 2011 – che non ha mai visto nessuno lavorare intensamente come il 37enne da Wurzburg. Il suo compagno Matthews non si è fermato, lodandolo nonostante sia in squadra con lui solo da questa stagione: “Guardandolo allenarsi, capisci per davvero perché è in questa lega da molto tempo giocando a livelli altissimi. Tutto grazie alla sua preparazione: si prende cura del suo corpo e lavora. Lavora tremendamente su tutte le parti del suo gioco e su tutti i suoi tiri, anche in quelli più strani, tanto che ti chiedi ‘ma come fa a buttarli dentro?’ e puntualmente s’infilano nel cesto”.
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Meno si sa della sua bontà e simpatia. È notizia solo di poche ore fa. La sua squadra termina l’allenamento mattutino in vista della gara contro i Raptors (poi persa nel finale). Tutti i suoi compagni sono già a parlare con i giornalisti, altri sono già in doccia, altri già in autobus. Lui è ancora lì a tirare, ammirato da molti occhi incuriositi. Mentre fa la sua sessione di tiri, inizia a prender in giro la meccanica di tiro di Parsons, ma continuando a segnare. Infine chiede a tutti con un sorriso ieratico: “Chi sono?”. Il diretto interessato non se la prende, anzi: “è davvero sarcastico e potrebbe anche essere frainteso a volte, ma non è per niente malizioso o cattivo: lui è così”. Dopodiché è stato il turno di Dwight Powell, soprannominato “il nuovo Air Canada” – l’ex Celtics è nato proprio a Toronto – con tanto di schiacciata imitata. Quando perse la finale 2006 e, ancor peggio, quando uscì al primo turno dei Playoffs 2007 da #1, era caduto praticamente in una depressione da cui a volte pochi riescono a riprendersi, mentre lui ha capito che il problema era solo uno: non stava lavorando abbastanza. Ecco, quindi, che dopo un mese di totale estraniamento dai campi di gioco per staccare da queste delusioni, tornò a lavorare duramente per migliorare ancora. E ha continuato a farlo, e non smetterà fino al giorno del suo ritiro.
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Poco si sa anche della sua normalità. A proposito di ritiro, il #41 ha lasciato intendere che non vuole passerelle finali, come quelle che stanno ornando la stagione finale di Kobe Bryant. “Quando avrò finito, avrò finito”, le sue stesse parole che fanno affiorare il carattere nordico, ancora ben visibile anche dopo 18 anni in NBA. Senza parlare delle sue innumerevoli opere di bene, verso tante persone, con una naturalezza vera e non suggerita dallo sponsor di turno. Dirk è così “for the love of the game” e noi continueremo ad ammirarlo fino alla fine della sua carriera, in attesa del prossimo traguardo.

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