Dirkeschön, il lieto fine di una carriera da leggenda

Dirkeschön, il lieto fine di una carriera da leggenda

Riviviamo le oltre 1650 partite di una leggenda NBA come Dirk Nowitzki.

di Ario Rossi

Doveva arrivare quel giorno. Quel giorno è arrivato in una cornice splendida, quella della sua casa, l’American Airlines Center che per 21 stagioni lo ha ammirato e lo ha adottato come un figlio.

Tutti noi lo sapevamo, la NBA che gli riserva il posto speciale all’All Star Game, le standing ovation in giro per i palazzetti ad ogni suo canestro, ma lui ancora non era sicuro. Fare un’altra stagione avrebbe rischiato di cadere nel ridicolo, forse è già tardi, ma a quasi 41 anni (e che numero altrimenti?) Dirk ha finalmente comunicato ai suoi tifosi che quella di ieri a Dallas era la sua ultima partita in carriera in casa, prima della passerella finale a San Antonio.

Con quella di stanotte all’AT&T Center sono 1522 partite di regular season, terzo di sempre, alle quali vanno aggiunte 145 gare di Playoffs.

Lo sapevamo, ma ora è arrivata l’ora di guardare indietro a quello che è stato Dirk Nowitzki tra scommesse, tanto lavoro, momenti di disperazione totale e la redenzione di un titolo che lo issa tra le leggende.

Partiamo da Wurzburg, nell’alta Baviera dove nasce e cresce questo ragazzone figlio di sportivi. Dopo aver provato vari sport, solo a 13 anni si lancia nel mondo del basket: tempo due anni e debutta nella squadra della città, il DJK Würzburg (ora è il s.Oliver) e lo porta fino in A1 con la promozione diretta della stagione 1997-98. La stagione dopo i bavaresi chiudono sesti e si guadagnano l’accesso ai playoff, ma Dirk ha già la mente altrove: è disposto a saltare una partita di playoff per andare negli States e giocare il Nike Hoop Summit, una gara dove si scontrano i migliori liceali di tutto il mondo. L’evento sarà organizzato a San Antonio, la stessa città dove stasera è terminata la carriera da giocatore del #41 più famoso del mondo.

Chiuse con 33 punti e 14 rimbalzi dominando la concorrenza: il suo allenatore a quell’evento era un certo Donnie Nelson con cui avrebbe poi avuto a che fare in NBA. Perché? Semplicemente era il GM dei Mavericks che prontamente lo selezionarono con la nona scelta al draft, acquisita in una trade con i Bucks: “Tractor” Traylor, sesta scelta dei Mavs a quel draft, vola a Milwaukee che in cambio manda Dirk e Garrity, successivamente spedito a Phoenix per un playmaker di riserva canadese, un certo Steve Nash. Quella notte di draft anche Pierce, tra i papabili per la dirigenza dei Mavs, era ancora disponibile, ma alla fine Dallas scelse di puntare su questo “long, tall, skinny German drink of water”, come lo descrisse proprio Donnie Nelson quando lo vide per la prima volta al Nike Hoop Summit.

Il primo anno è difficile per Dirk. La stagione parte a fine gennaio in seguito al lockout, poi per provare a giocare più partite possibili si gioca con una frequenza altissima. La difficoltà di un calendario fittissimo novità assoluta per un giocatore europeo, la barriera linguistica, le grandi aspettative su di lui sono un mix letale per portarlo a non avere nessuna convinzione nei propri mezzi: chiude la prima annata con 8.2 punti di media ma il 40.5% al tiro, nettamente la percentuale più bassa della sua carriera fino alla passerella finale di quest’ultima stagione.

Nel frattempo la gente di Dallas inizia ad amare questo ragazzo timido e a volte impacciato: “Non capiva perché la gente voleva degli autografi o dei batti-cinque da lui, ma Dirk si fermava sempre e li accontentava”, ha dichiarato Greg Buckner, suo compagno ai Mavs per quattro anni. Il lavoro che ogni giorno faceva in palestra unito alla sua grande umanità aveva subito colpito i tifosi.

Si presenta alle Summer League di Salt Lake City e Los Angeles e domina, dimostra tutto il suo potenziale. Tutti restano basiti. Con il suo allenatore personale conosciuto ai tempi di Wurzburg, Holger Geschwindner, Dirk lavora incessantemente su un tiro con una parabola altissima e un angolo di inclinazione mai visto fino ad allora, ma che finisce docilmente nel canestro. Crea una separazione dal difensore con il sapiente uso di ginocchia e schiena che non permettono al diretto avversario di provare a stopparlo: sarà il suo marchio di fabbrica!

Il secondo anno cambia tutto! Gioca 15′ in più, tira molto meglio e segna quasi 10 punti più dell’anno da rookie. La sua crescita è costante anche negli anni a venire e per 13 delle successive 14 stagioni finirà oltre i 20 di media a partita. Nel frattempo nelle estati iscrive la Germania sulla mappa cestistica: semifinale europea 2001, MVP dei mondiali e medaglia di bronzo a Indianapolis 2002, MVP e medaglia d’argento agli europei 2005.

La stagione più incredibile è quella 2005/06 quando trascina i suoi Mavs con 26.6 punti e 9 rimbalzi di media che portano Dallas ad un grande cammino nei Playoffs: primo turno facile con Memphis, poi arrivano i campioni in carica degli Spurs contro i quali a parte gara-2 (finita di 22 per Dallas) si giocano altre cinque partite tutte tiratissime chiuse entro i 5 punti di margine. Si arriva alla “bella” in casa di San Antonio: è una sfida che va al supplementare grazie ad un Nowitzki mostruoso da 37 punti e 15 rimbalzi capace di rispondere colpo su colpo ad un Duncan da 41+15+6. Nella finale di conference è il turno dei Suns dell’MVP Steve Nash, ex compagno di Dirk ai Mavs. In gara-4 il tedesco gioca una pessima partita come tutta Dallas che perde di 20 e permette a Phoenix di andare sul 2-2.

La risposta di Nowitzki? Sul campo, come sempre! Nella partita che potrebbe cambiare la serie – gli americani la definiscono pivotal game – ne infila 50, di cui 22 nell’ultimo periodo, conditi da 12 rimbalzi e 5/6 dall’arco: dominio Dallas, che poi vincerà il primo titolo della Western Conference due giorni dopo in Arizona. Si vola in finale contro i Miami Heat!

Nelle prime due gare Dallas continua il domini, sospinta dal proprio pubblico. Non c’è nemmeno bisogno del miglior Dirk, ben marcato dagli Heat. La pivotal game questa volta è gara-3, con il senno di poi: Mavs conducono di 13 a 6′ dalla fine, sarebbero ad un passo dal titolo. Lì però si sveglia Wade, che prima vince quasi da solo gara-3 e con altre tre partite a livelli spaziali porta Miami per la prima volta sul tetto del mondo!

Per Dirk inizia la disperazione. La sconfitta aiuta a crescere, si dice, ma così fa male: Wade, Shaq, Riley e tutti gli Heat alzano il trofeo proprio all’American Airlines Center.

In estate Dirk lavora non solo in palestra ma anche con un team di psicologi, vuole diventare una roccia anche a livello di testa, non vuole permettere agli avversari di renderlo vulnerabile: la stagione riparte e lui è più concentrato che mai. Non vuole strafare, solo una volta va oltre i 40 (43+12 in una vittoria di inizio dicembre a Indianapolis). Dallas chiude con il miglior record NBA a 67 vittorie, il tedesco vince l’MVP della stagione regolare – primo europeo a riuscirci – e i Mavs sono i favoriti d’obbligo per il titolo. Resteranno tali fino alla prima palla a due, poi una Golden State qualificatasi ottava all’ultima partita strappa immediatamente il fattore campo in gara-1 e Dallas non si riprende più dallo stordimento: gli Warriors vincono le tre gare in casa e chiudono la serie per il più grande upset della storia della NBA.

Nowitzki entra in una crisi profonda. Non ne esce subito, torna in Germania in estate e si isola completamente da tutti: vuole capire come sia stato possibile, vuole capire cosa serve per vincere. Nelle successive tre stagioni sempre buone stagioni regolari, ma mai a grandi livelli ai Playoffs: i Mavs superano solamente un turno nel 2009 quando eliminano gli Spurs. Il derby texano tra Dallas e San Antonio ha caratterizzato la carriera di Dirk, giusto che stanotte la sua 1522esima ed ultima partita sia stata giocata proprio lì. Come se il destino lo sapesse già, al momento della creazione del calendario stagionale…

La redenzione arriva nel momento del bisogno. Le estati passate a lavorare sia dal punto di vista tecnico che mentale permettono a Nowitzki di arrivare pronto nel momento più importante della stagione, i Playoffs. In un duello all’ultimo sangue con Roy riesce ad eliminare Portland al primo turno, poi i Lakers vengono letteralmente spazzati 4-0 via dopo una gara-1 equilibrata. Tocca a OKC che strappa il fattore campo in gara-2 dopo un primo episodio dove Dirk chiude con 48 punti con 12/15 da 2 e ben 24/24 dalla lunetta, tuttora record NBA. Un altro quarantello et voilà, i Mavs guidano 3-1 la serie, che verrà poi chiusa a Dallas: secondo titolo della Western Conference e nuova finale. O vecchia? Si tratta di un remake del 2006, non poteva esserci prova migliore per mostrare di aver definitivamente lasciato quei fantasmi che si ripresentavano ogni anno nel momento più importante.

Quegli Heat sono in missione, è la loro prima finale da quando a South Beach sono arrivati Bosh e LeBron. La prima va a Miami senza grossi problemi, ma la seconda è già decisiva: al contrario del 2006 come un segno del contrappasso dantesco, è Miami avanti di 15 a 7′ dalla fine, Dallas sembra pronta ad alzare bandiera bianca. No, no e poi no! Dirk ha lavorato cinque anni proprio per rimettere in piedi situazioni come queste: segna gli ultimi 7 dei Mavs e pareggia la serie, guadagnando il fattore campo ma subito riperso nella prima gara casalinga.

In gara-4 Dirk fa fatica ma segna il canestro del +3 a 14″ dalla fine. Nei successivi due incontri Dallas è in missione, ingabbia in big 3 avversari e porta a casa il titolo che segna la vendetta migliore che ci potesse essere. Il tedesco ha lottato per tutte le Finals con una forma influenzale che lo ha debilitato parecchio e si è accollato i poco signorili sbeffeggiamenti di James, Bosh e Wade. Come sempre Dirk ha risposto solo in un modo, nel miglior posto possibile: in campo, vincendo quel titolo che lo consacrò nell’Olimpo del basket mondiale!

Nei successivi anni solo presenze al primo turno Playoffs, negli ultimi tre anni Dallas non si qualifica alla postseason. Serve a Dirk per raggiungere quota 30mila punti e superare i grandi del passato, ora al sesto posto di sempre.

Dirk non vuole pensare al ritiro, ma un infortunio ad inizio stagione lo mette KO per circa due mesi: al suo ritorno non è lo stesso, zoppica vistosamente, fa fatica a dare un apporto alla squadra. Ma non vuole annunciare il ritiro, come se non sapesse cosa fare senza la pallacanestro, come se non sapesse che Mark Cuban si fida più di Dirk che di sua mamma, come se morisse senza basket. Tutte le squadre lo onorano, la NBA porta lui e Wade all’All Star Game con due posti in più. Lui non cede, ma alla fine si convince che se smette ora è il momento giusto.

Finalmente e giustamente nella sua ultima gara casalinga della carriera ha annunciato che avrebbe appeso le scarpe al chiodo la sera dopo contro gli Spurs. Contro i Suns 30 punti, per la prima volta dopo tre anni e per essere il primo quarantenne a segnare così tanto; contro gli Spurs una doppia doppia che mancava da oltre un anno.

31560 punti in 1522 partite in stagione regolare, a cui ne vanno aggiunti 3663 in 145 partite.

Dirk Nowitzki è tra i più grandi cestisti europei di sempre, finora il migliore in NBA. Partendo da una grande altezza ma poco atletismo, ha cambiato la storia del gioco grazie ai suoi grandissimi fondamentali e al suo “tiro perfetto”.

Dirk, però, non è solo quello che abbiamo ammirato in campo, Dirk è quella persona che salutava e faceva foto con ogni tifoso che lo fermava, che scherzava con i membri dello staff del palazzetto in cui andava a giocare, una persona che alle accuse non ha mai risposto con le parole ma solo con prestazioni sul campo. Il parquet lo ha presentato al mondo, gli ha mostrato le prime difficoltà di adattamento alla nuova cultura, gli ha permesso di confrontarsi con i migliori al mondo, ma gli ha dato anche le enormi e brucianti sconfitte del biennio 2006 e 2007; il parquet, come ogni favola con lieto fine, gli ha anche concesso la possibilità di prendersi la rivincita che il tedesco ha sfruttato a pieno. Il parquet è giudice e la sua sentenza è unica ed inappellabile: Dirk Nowitzki è una leggenda di questo gioco e tutti noi dobbiamo riconoscerlo!

Danke schön, WunderDirk.

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