Dolph Schayes – la complessa genealogia del 4 moderno

Dolph Schayes – la complessa genealogia del 4 moderno

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Sequenza: un lungo riceve il pallone fuori area. Il suo difensore si avvicina e lui finta. Il difensore abbocca e lui si fionda verso il canestro e segna in entrata, di destro o sinistro, è indifferente. Un’azione normale ai giorni nostri, qualcosa da Nowitzki o Porzingis. Un lungo con grande range di tiro costringe il diretto avversario a uscire dall’area, in una zona del campo in cui non si sente a proprio agio.

da Philly.com – Schayes in entrata contro i Warriors
L’immagine però è degli anni ’50 e il giocatore in questione è, nelle immagini sfocate in bianco e nero, Dolph Schayes. L’Onandaga War Memorial di Syracuse è strapieno, non ne tiene molti, Syracuse è piccola, e Dolph è l’eroe della squadra. Danny Biasione, un immigrato nato in Abruzzo che ama fumare il sigaro e ha iniziato a lavorare gestendo sale da bowling, lo ha strappato ai Knicks per 2000$ in più all’anno (7000 invece di 5000), una cifrona al tempo. Ha potuto farlo perché, quell’anno, i Nationals sono ancora ai nella NBL, che un anno dopo si sarebbe fusa con la BAA a formare una lega che ancora oggi piace a un sacco di gente. Dolph esce da NYU, una powerhouse del tempo, ha giocato una finale NCAA nel ’45 e ha affinato il suo talento sotto coach Cannan. Ma, come molti ragazzi ebrei di New York, da Nat Holman a Shinkye Gotthoffer, Dolph ha imparato il basket nei campetti improvvisati del Bronx giocando dal mattino alla sera, mentre suo padre, immigrato dalla Romania, guidava un camion per una catena di lavanderie e la madre lavorava in casa. Dolph è un ragazzone per il tempo. E’ 6 piedi e 7 o 8 pollici, le misurazioni americane sono ballerine oggi, immaginatevi allora, qualcosa tra 2,01 e 2,05. In un’epoca in cui Leroy “cowboy” Edwards, il pivot più importante degli anni ’40, sfiorava i due metri, è un candidato a fare il gigante in campo. Ma i gomiti degli avversari sono puntuti anche allora e il ragazzo ha mira, quindi non perde tempo e comincia a tirare da fuori, da sempre più lontano, per non dover faticare troppo in quei duelli sotto canestro che pure gli piacciono un sacco, come le sue cifre nella NBA dimostreranno. Come sempre succede nel basket, è il talento a dare forma al gioco. I grandi giocatori degli anni ’50 della NBA, principalmente bianchi, sono le tessere di un mosaico che formano l’intelaiatura del basket moderno. Il tiro in sospensione di Joe Fulks e Paul Arizin, il palleggio e il passaggio bruciante di Bob Cousy, le magie dei Globetrotters (vero laboratorio di basket moderno mascherato da circo), e il tiro da lontano di Dolph, sono semi che germoglieranno nel tempo con molti altri, in modo inatteso, grazie alle nuove regole e al progressivo affinamento dei fondamentali. Dolph è un lungo pieno. Potrebbe fare il 5, ma il suo gioco è perimetrale. Una frattura al braccio destro da ragazzo lo costringe a usare di più il sinistro e gli permette di sviluppare un tiro strano, a due mani, molto efficacie. Con questo, un’entrata bruciante, con cui perfora le squadre i cui giocatori si arrischiano a cercare di fermarlo fuori area. Il mix dei due elementi lo rende immarcabile in attacco e, con la sua ferocia a rimbalzo e in difesa, lo rende una delle armi più letali dell’intera lega.
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Dolph è una stella dal primo anno. Quando i Nats entrano nella NBA, coach Al Cervi, un grande della generazione precedente, spinge ancora di più sull’aggressività del gioco e la squadra si avvicina al titolo, che vincerà nel 1955. Strano a dirsi, il ’55 è l’anno in cui Maurice Podoloff, il commissioner della lega, accetta il suggerimento di quell’italiano rumoroso, Biasione, che ora ha anche una catena di lavanderie, di mettere un limite di tempo, per impedire che le squadre tengano palla tutto il tempo e rallentino troppo le partite. La regola accelera il gioco e i Nats giocano sui 105 possessi, oggi che ci meravigliamo se arriviamo a 100, e vincono il titolo dopo un paio di serie durissime, di cui l’ultima contro i Pistons di George Yardley e Larry Foust. Dolph rimane una forza per gli anni successivi. Regge bene l’impatto dei primi grandi giocatori neri: Russell, Chamberlain, Baylor. Ha una modernità che gli viene riconosciuta ancora oggi. Il suo raggio di tiro e la capacità di approfittare del lungo che cerca di marcarlo gli danno delle movenze attuali. L’ascendenza diretta di un ruolo è difficile da definire, Dirk, Porzingis o simili, non hanno mai visto immagini di Schayes, hanno sviluppato il loro gioco in modo indipendente. Ma è qualcosa di inevitabile. Quando qualcosa viene scoperto nel mondo del basket non si può più cancellare, rimane sottotraccia e riemerge magari generazioni dopo, come il gesto di un bisnonno nei movimenti di un bambino. Così è di Dolph. La sua movenza seminale sul campo l’ha assimilato a un Larry Bird, ma paragonandolo ai giocatori di oggi, si potrebbe dire che è ancora più simile a un quattro moderno che a un giocatore degli anni ’80. Non veloce o atletico come Green, ma con il suo range di tiro e, allora, sicuramente con lo stesso impatto. Poi, a ben vedere quelle immagini, quel suo tiro ha una caratteristica strana: il piede destro si alza, dà un calcetto all’indietro mentre le mani spingono entrambe, in un movimento molto particolare, la palla segue un arco altissimo andando a depositarsi nella retina con apparente facilità. La somiglianza con il tiro di Dirk stupisce. Holger Geschwinder è ancora un bambino nella Germania del dopoguerra, non sa nulla di Dolph, ma quarant’anni dopo lavora con Dirk a una movenza simile, per usare al meglio il corpo senza stressarlo con sospensioni che, per un bestione di quasi sette piedi, sono usuranti. Ma Dolph è un giocatore forgiato dalla strada. Quel tiro se lo inventa lui nei campetti, per superare un momentaneo problema al braccio principale. Come spesso succede, un momentaneo limite diventa una possibilità, una via inesplorata che porta a un modo diverso di stare in campo. Schayes amava dire che: “A New York si giocava questo tipo di basket, in cui ci si muoveva sempre: tagliare, bloccare, passare la palla, e questo io facevo”. D’altronde, non si segnano quasi 19000 punti nella lega senza queste doti, e non si rimane in campo per 706 partite consecutivamente, dal 17 febbraio del 1952 al 26 dicembre del 1961, senza aver un fisico d’acciaio e una volontà ferrea. Il suo massimo in una partita sono 50 punti, nel ’59 contro i Celtics di Auerbach.
http://cdn.phillymag.com – Dolph coach di Phila
Giocò anche un anno a Philadelphia, quando la squadra venne rilocata. Poi li allenò, portandoli ai playoff il primo anno di Chmaberlain. In seguito si occupò degli arbitri, allenò brevemente i Buffalo Braves e divenne un impresario edile a Syracuse. Negli anni entrò nella lista dei più forti dei primi 25 e dei primi 50 anni della lega. Dei giocatori di oggi ammirava specialmente Tim Duncan. Ne apprezzava il modo di giocare senza sbavature, senza mettersi in mostra, da vero giocatore di squadra e leader silenzioso in campo. La cosa che lamentava di più della sua carriera era, però, di aver guadagnato un totale di 250.000$ in sedici anni di gioco, qualcosa come un paio di milioni di oggi. “Duncan, diceva, ne prende altrettanti in una settimana”. Un giorno, Danny Biasione lo chiamò e gli disse che dovevano tagliare gli stipendi a tutti di 1000 dollari, per andare avanti. Dolph fece buon viso e accettò. Alla fine dell’anno Danny gli fece scivolare in busta un assegno della stessa cifra e gli sembrarono un sacco di soldi. Le squadre nascevano e morivano, ma la passione a Syracuse era alta e fu sostanzialmente l’ultima cittadina a capitolare di fronte all’avanzata delle metropoli. Dolph se n’è andato il 10 dicembre. Suo figlio Danny ha giocato in NBA per 18 anni, con un tiro molto peggiore del suo. Schayes padre è stato un giocatore unico, uno di quei talenti che hanno dato forma al gioco in un modo che forse non è stato nemmeno capito del tutto allora. Un freak, un lungo che stava lontano dal canestro e non potevi sfidare né al tiro né in entrata. Cose che non si allenano, doti che si tirano fuori da sé solo seguendo la propria anima, innovando il gioco molto prima che arrivi qualcuno a capirlo. La sua fortuna è di aver avuto la possibilità di farlo, di essere stato tremendamente produttivo in campo e aver trovato un luogo in cui svilupparsi come voleva. Non sempre questo succede, ma quando succede, si lascia un segno nella storia. E il segno di Dolph è ancora bello profondo.

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