Drazen Petrovic, ritorno al futuro…del basket

Drazen Petrovic, ritorno al futuro…del basket

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Drazen Petrovic comparve nel basket europeo all’inizio degli anni ’80 in sordina. Nato nel fantastico 1964 anche di Arvydas Sabonis e Sasha Volkov, Drazen crebbe in quel laboratorio del basket che era la Jugoslavia del dopo Olimpiadi 1980. Cresciuto a Sebenico con suo fratello Aza, altro validissimo giocatore visto poi a Pesaro in Italia, Drazen prima gioca nella squadra locale poi viene chiamato a Zagabria dove gioca suo fratello alle dipendenze di Mirko Novosel, già commissario tecnico della Jugo a fine anni ’70. A Zagabria Drazen trova una squadra di cui diventa il capo indiscusso. Viene chiamato “il Mozart dei canestri”, ma il soprannome non è corretto. Petrovic è un Karajan, un Toscanini, o meglio ancora un Mick Jagger, un Roger Daltrey, il frontman di una combriccola dei canestri che lui accende e porta a livelli mai visti prima. Il Cibona è già campione di Jugoslavia, ma campione di un campionato di transizione, medievale, un’età buia in cui gli allenatori slavi stanno preparando una delle più grandi riscosse cestistiche della storia.
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Nel 1984 e 1985 il Cibona vince la Coppa dei Campioni. Nell’85 batte il Real Madrid e nell’86 lo Zalgiris Kaunas. La finale dell’86 mette di fronte Sabonis e Petrovic, due giocatori di un basket nuovo che non a caso sorgono lontano dai centri del potere tradizionali delle loro leghe. Petrovic nel Cibona, lontano dal Partizan e dalla Stella Rossa, Sabonis nel Kaunas, rifiutandosi di andare a ingrossare le file del CSKA di Gomelsky per succedere a Thatcenko. E la loro scelta paga: lì possono giocare il “loro” basket, senza ombre ingombranti. Lontano dai centri nevralgici dei loro campionati, Drazen e Arvidas sviluppano un gioco diverso dagli standard fissati dalla storia. Novosel si rende conto del talento di Drazen e costruisce il gioco sulla sua capacità di penetrare e scaricare, sulla sua abilità dal palleggio e di tiratore. Per i tifosi di allora, l’apparizione di Drazen è quella di un freak di successo che frantuma le gerarchie del basket europeo. Drazen gioca in un modo diverso dai play di allora, tiene palla, è il primo pericolo, è beffardo, insolente, vuole vincere ed essere il migliore. Lui non è un tassello della squadra, è il sole intorno a cui il gioco viene costruito.
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Dopo i due anni a Cibona va al Real dove, nel 1989, gioca una delle finali di Coppa delle Coppe più belle della storia trovando dall’altra parte la Caserta di Oscar, Gentile, Esposito, Dell’Agnello. Drazen ne fa 62, Oscar 44 e Gentile 32. La partita la vince il Real ai supplementari per 117 – 113. Perfino Glouchkov, notoriamente allergico al canestro, si sente in dovere di farne “ben” 13. Drazen non si riesce a fermare, la partita è per “veri” uomini e fino alla fine non ha un attimo di requie. È la partita testamento di Drazen in Europa, visto che l’anno dopo si dirige verso l’NBA per un triste biennio ai Blazers, prima di esplodere ai Nets. Quando Drazen arriva in NBA trova un basket ancora arretrato. Può sembrare paradossale, ma il basket nella lingua di Drazen è più avanzato di quello NBA. È un basket già vissuto sul tiro da tre, le spaziature, la visione di gioco. All’est il tiro da tre lo hanno metabolizzato meglio che in Europa, in URSS e in Jugoslavia hanno già sviluppato il gioco del futuro ma Drazen non trova uno che lo capisca in NBA. Ai Blazers sono abituati a Drexler e Porter, due incursori, e pensano che Drazen sia un “tiratore”, cosa che sicuramente è, ma solo in un angolo del suo sconfinato talento. Divac, quando arriva in NBA, nel primo allenamento, viene preso da Jabbar e portato sotto canestro come se insegnasse a un bambino in che posto deve stare. Nemmeno Jabbar capisce che è Divac ad avere ragione, è lui nel flusso nel basket moderno, avanti di vent’anni e che sarà l’NBA a dover capitolare di fronte alle novità del gioco.
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In Nazionale Drazen passa attraverso la delusione del 1986, con la sconfitta in semifinale quando la Jugo era avanti di 9 a un minuto dalla fine. Sabonis fa un canestro da tre di tabella, tirando appena arriva in attacco ricevendo la palla da Valters, come a dirgli che non devi pensare, solo tirare. Poi Khomicius e Valters stordiscono gli slavi e li costringono a un supplementare in cui saranno sconfitti. Ancora sconfitta alle Olimpiadi dell’88 in finale, mentre, dopo la dissoluzione della Jugoslavia, con la sua Croazia arriva in finale contro il Dream Team. Ma qui, la storia del basket si è intrecciata con quella dei paesi del blocco dell’est europeo. A una drammatica edizione degli europei a Roma nel ’91, la squadra più forte, che avrebbe dominato un decennio, la Jugoslavia, si dissolve in diretta, giocando un’ultima magistrale partita contro un’ottima Nazionale italiana, ma che non può fare altro che guardare un basket a cui noi saremmo arrivati solo dieci anni dopo, e mai con quel livello di classe. Drazen, che si sente fortemente croato, sostiene con forza la causa della sua nazionale. Le amicizie si spezzano, quel gruppo talentuoso di ragazzi che era praticamente cresciuto insieme diventa un gruppo di nemici. Se fossero rimasti insieme, difficile dire cosa avrebbero fatto. Minacciati dalle fazioni avverse a casa, in campo non possono nemmeno parlarsi, non possono far vedere di intendersela con il nemico a rischio di ritorsioni contro i famigliari. Gli anni ai Nets sono soddisfacenti, finalmente Drazen è stimato e può sviluppare il suo basket. Ci vuole Bill Fitch prima e Chuck Daly poi per fargli spazio e lasciargli esprimere il suo gioco. E spazio è la parola chiave. Spazio intorno a lui, spazio al tiro, spazio per il passaggio. Segna 20 e 22 punti di media nei due anni a New Jersey e finalmente può imporsi in un basket che non lo vede più come un oggetto misterioso ma capisce la grandezza del suo talento. Micheal Jordan gioca delle partite durissime con lui, che è forse l’unico a sfidarlo e provocarlo. Vernon Maxwell dice che un bianco non gli segnerà mai in faccia e lui ne fa 44. Il Drazen di questi anni è un giocatore fisicamente cresciuto, muscolare, impone il suo gioco perché ha capito la fisicità del basket americano. Daly ha allenato il Dream Team in finale contro la Croazia e si vede che ha stima, che è un allenatore, forse il primo, a rompere gli schemi e a capire, in NBA, come giocare nel modo imposto dal tiro da tre, con le spaziature, con atipici, alla Rodman, Laimbeer, Salley a Detroit, che diventano invece “normali”, nel gioco di oggi.
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Purtroppo non potrà andare oltre quell’anno. Muore a 29 anni di ritorno da una partita della Nazionale in Polonia, in un incidente d’auto. Lascia un basket cambiato radicalmente dal suo esordio, che lui ha marchiato in profondità non solo con il talento individuale, cestistico, ma con quell’essere più avanti, già dove altri sarebbero arrivati anni dopo. Nella lista dei grandi slavi, succede a quel Delibasic che gli sopravvivrà qualche anno, passato anche lui dal Real e colpito da un ictus che lo lasciò su una sedia a rotelle nei suoi anni migliori. Due destini tragici per giocatori che dominarono il campo ma non ebbero la possibilità di dominare il destino, che come sempre si prende in anticipo quelli che gli sono più cari. Petrovic non è un giocatore che abbia lasciato discendenti, troppo unico il suo talento, troppo particolare il suo approccio alla partita. È stato un unicum, esaltato anche dalle nuove regole che hanno permesso di giocare un basket più adatto alle sue caratteristiche. È stato l’avanguardia di una generazione unica del basket slavo, l’ultima, forse la più grande, che ha saputo regalare talenti speciali che parlavano già il linguaggio degli anni successivi, del basket di oggi. Non un laboratorio di robot, ma un giardino botanico che cresceva piante lussureggianti, non costrette in vasi che soffocassero le radici, ma cresciute in un ambiente che ha saputo lasciarle essere quel che erano mettendo i talenti al servizio di un’orchestra straordinaria, che ha suonato una sinfonia cestistica mai più vista in campo. E di quell’orchestra il maestro sarebbe stato lui, Drazen, se solo quel mondo non fosse crollato. Del che molti tifosi cestistici si dolgono, ma il basket non è nemmeno lontanamente la peggiore tragedia di quegli anni. Buon compleanno Drazen…

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