Eastern Conference 2014/15 Inside

Eastern Conference 2014/15 Inside

La stagione regolare NBA 2014/15 è finita, è giunto il tempo di tirare le prime somme: analizziamo quindi l’andamento stagionale delle squadre della Eastern Conference.

ATLANTIC DIVISION
Toronto Raptors: 49-33
Boston Celtics: 40-42
Brooklyn Nets: 38-44
Philadelphia 76ers: 18-64
New York Knicks: 17-65

 

TORONTO RAPTORS: 7.5

Anche quest’anno l’Air Canada Centre potrà dare spettacolo dentro e fuori le proprie mura per la post-season. I canadesi si prendono la quarta piazza ed incontreranno Washington al primo turno. Lowry e compagni iniziano in maniera spaventosa, e battendo Atlanta il 26 novembre si ritrovano primi con un record di 13-2. Il cammino netto si interrompe verso la fine di dicembre e gli inizi di gennaio con ben 7 sconfitte e sole 2 vittorie, ma sono le 9 sconfitte su 10 partite poco dopo l’ASG che spezzano le gambe a Toronto: 38-26 e Atlanta e Cleveland che scappano. Ora i Raptors hanno ritrovato il miglior DeRozan (40 punti a Houston e 38 a Boston ne sono l’esempio), e potrebbero essere proprio loro la mina vagante a Est.

TOP: Kyle Lowry. Non ce ne voglia DeRozan, ma Lowry è stato il vero leader di questa squadra. Stagione da 17.7 punti e 6.8 assist, condite il tutto con 1.5 recuperi e 4.7 rimbalzi ed il pasto è servito. Fondamentale per mettere in saccoccia numerose vittorie nel mese di dicembre con 22.3 punti e 8.9 assist, traghetta la squadra quando DeRozan è costretto a fermarsi ai box. Nel finale di stagione lo frenano gli acciacchi ed un po’ di stanchezza, ma per i play-off sarà presumibilmente al top, Toronto può sorridere.

FLOP: Terrence Ross. Nulla di troppo negativo, ma quando la squadra inizia a perdere terreno lui cala il suo rendimento. Tra gennaio e febbraio segna appena 7 punti di media con 3 rimbalzi, e termina entrambe le partite contro Atlanta (probabile avversario in un eventuale secondo turno) con un pessimo 1/8 al tiro. In questi due mesi tira solo due volte con più del 50% dal campo e la sua squadra ne risente. Nulla di troppo negativo appunto, ma ora c’è bisogno anche di lui.

Team Leaders
Points: DeRozan (20.1), Lowry (17.7), Williams (15.5)
Rebounds: Valanciunas (8.7), A. Johnson (6.1), Patterson (5.4)
Assists: Lowry (6.8), Vasquez (3.7), DeRozan (3.5)

Il momento più bello della stagione:

 

BOSTON CELTICS: 8
Il raggiungimento dei playoff vale quasi quanto un anello. A inizio stagione nessuno ci sperava, e quando Rondo e Green abbandonano la nave si ha l’impressione che i Celtics pensino già alla stagione successiva. Poco dopo la gara delle stelle Boston è sul 20-33, ma arriva l’inaspettata scintilla che incendia i biancoverdi: 7 W ed una sconfitta, con la vittoria su Miami (13 punti di un gran Datome) che profuma di playoff. Nella lotteria per gli ultimi due posti a Est i Celtics si dimostrano i più determinati vincendo 5 incontri su 6 ed aggiudicandosi la post-season con due partite d’anticipo. Ora è tempo di togliersi qualche soddisfazione, ma va già benissimo così.

TOP: Isaiah Thomas. Dopo gran parte della stagione passata con la canotta dei Suns finisce a Boston dove disputa appena una ventina di partite. Ma in queste 20 gare è lui a guidare la squadra al sogno playoff con 19 punti e 5.4 assist. Solo in due occasioni non raggiunge la doppia cifra, per il resto si fa trovare prontissimo nelle partite che contano, come dimostrano i 34 punti rifilati a Detroit l’8 aprile ed i 25 a Toronto nella gara precedente.

FLOP: Non ci sentiamo di condannare nessuno in particolare, tutti hanno messo il proprio mattone per raggiungere quest’obiettivo. Da Bradley a Datome, da Turner a Jerebko passando per Smart, nessuno ha deluso le aspettative e in molti hanno sorpreso positivamente.

Team Leaders
Points: Thomas (19.0), Bradley (13.9), Sullinger (13.3)
Rebounds: Sullinger (7.7), Zeller (5.7), Turner (5.1)
Assists: Turner (5.5), Thomas (5.4), Smart (3.1)

Il momento più bello della stagione:


BROOKLYN NETS: 5.5

I Nets ringraziano Memphis ed agguantano i play-off vincendo contro Orlando. L’anno inizia con un 16-16 prima di 7 sconfitte consecutive senza mai oltrepassare quota 100 punti realizzati. Dopo l’ASG qualcosa sembra migliorare, ma 5 sconfitte di fila (4 delle quali tra le mura amiche con Charlotte, Phoenix, Utah e New Orleans) portano i Nets ad un record di 25-38. Quando Brooklyn sembra aver toccato il fondo viene fuori Brook Lopez che conduce i suoi ad 8 vittorie a fronte di una sola sconfitta. Al primo turno ci sarà la dura sfida contro Atlanta, ma le vacanze estive per ora sono posticipate.

TOP: Brook Lopez. Trascinatore assoluto nei due mesi finali, con 6 prestazioni da 30 punti nei mesi di marzo e aprile. Il centro ventisettenne termina la sua settima stagione con 17.2 punti, 7.4 rimbalzi ed 1.7 stoppate a gara, tirando con il 51%. La sua miglior partita la disputa contro Milwaukee con 32 punti, 18 rimbalzi e 5 stoppate ed un ottimo 13/20 dal campo.

FLOP: Deron Williams. Il prodotto di Illinois fa registrare il suo minimo di punti segnati in carriera (13) se si esclude l’anno da rookie. Tira con il 39% (anche questo è un record negativo), e non riesce mai a ritagliarsi il ruolo di leader che da tempo gli spetta.

Team Leaders
Points: Lopez (17.2), Johnson (14.4), Young (13.7)
Rebounds: Lopez (7.4), Plumlee (6.3), Young (5.8)
Assists: Williams (6.6), Jack (4.7), Johnson (3.6)

Il momento più bello della stagione:


PHILADELPHIA 76ERS: 2

Un’altra stagione di transizione e irrimediabilmente da buttare. Che i 76ers non fossero all’altezza delle avversarie lo si era capito sin dall’inizio: 0-17 e prima vittoria che arriva il 3 dicembre contro Minnesota. Fuori anzitempo dalla corsa playoff, parte Michael-Carter Williams, con Wroten e Noel che si caricano la squadra sulle spalle per evitare ulteriori figuracce. Arriva qualche sporadica vittoria ma la sensazione è che l’anno prossimo le cose non miglioreranno nonostante il rientro di Embiid, fuori per tutta la stagione. L’annata disastrosa si conclude con altre 10 sconfitte consecutive, ora finalmente si può chiudere un altro capitolo da non rileggere assolutamente.

TOP: Nerlens Noel. La sesta scelta assoluta dello scorso draft può finalmente esordire dopo un anno intero passato ai box. La prima doppia doppia, da 17 punti e 12 rimbalzi, arriva nella sconfitta contro i Knicks del 22 novembre, poi pian piano Nerlens ci prende gusto rifilando una prestazione da 17 punti, 11 rimbalzi e 5 stoppate contro i Pelicans fino ad arrivare ad una tripla doppia sfiorata contro Indiana con 12 punti, 9 rimbalzi e 9 stoppate. L’impressione è che Noel inizi a prendere le dimensioni della NBA con il passare del tempo, fino a togliersi la soddisfazione di realizzare 30 punti e 14 rimbalzi contro la coppia Griffin-Jordan. L’exploit di marzo fa ben sperare per il futuro: 14.3 punti, 11.2 rimbalzi, 2.4 recuperi e 2.1 stoppate con il 50% al tiro. L’anno prossimo potrebbe iniziare a dominare, la NBA è avvisata.

FLOP: Jason Richardson. L’età avanza e Jason non è più quello che 10 anni fa segnava 23 punti a partita con la canotta di Golden State, ma ci si poteva aspettare qualcosa di più in un contesto così privo di talento. Il 34enne termina la sua tredicesima stagione con 9.1 punti, 3.5 rimbalzi e 0.7 palle recuperate: minimo in carriera in tutti e tre i casi. Il prodotto di Michigan State non aveva mai chiuso una stagione tirando con una percentuale inferiore al 40%, mentre quest’anno è sceso al 35%.

Team Leaders
Points: Wroten (16.9), Covington (13.4), Smith (12.0)
Rebounds: Noel (8.1), Mbah a Moute (4.9), Sims (4.8)
Assists: Smith (6.1), Wroten (5.2), Canaan (3.1)

Il momento più bello della stagione:


NEW YORK KNICKS: 1

Stagione da cestinare al più presto per i Knicks. Il ritorno del maestro Zen e la prima esperienza da allenatore di Derek Fisher non hanno portato a nulla di buono e le 66 sconfitte ne sono l’esempio lampante. Dopo un inizio con due vittorie ed una sconfitta, sono giunte 7 gare perse di fila che hanno evidenziato tutti i limiti tecnici e mentali del gruppo. Tra dicembre e gennaio è arrivato il record di 16 sconfitte consecutive che, sommate a quelle che hanno preceduto la vittoria con Boston, fanno 26 perse a fronte di una sola vinta. Shumpert e J.R. Smith passano a Cleveland, Stoudemire si trasferisce a Dallas e Anthony si ferma per infortunio subito dopo l’All-Star Game. Tutto rinviato all’anno prossimo, con qualche buona notizia nel finale di stagione: Bargnani sembra quello visto a Toronto e Galloway è un giovane su cui si può puntare ad occhi chiusi.

TOP: Langston Galloway. Chiamato dalla D-League causa assenza di point guard, il #2 si toglie parecchie soddisfazioni in un contesto del tutto negativo. Mette a referto 12.0 punti, 4.5 rimbalzi e 3.3 assist in 32’ disputati, superando per cinque volte quota 20 punti: non male per un perfetto sconosciuto.

FLOP: Tim Hardaway Jr. Se nel corso del primo anno di NBA aveva dimostrato di avere un grosso potenziale e ampi margini di miglioramento, nel secondo ha deluso le aspettative. Sarebbe potuto essere il leader della squadra dopo l’infortunio di Carmelo e invece non ha quasi mai inciso negli incontri. Termina la sua stagione con 11.3 punti, 1.8 assist e 2.2 rimbalzi, diminuendo le sue percentuali al tiro rispetto allo scorso anno e aumentando il numero di palle perse. Purtroppo quando hai quel cognome stampato sulla canotta sei costretto a fare di più.

Team Leaders
Points: Anthony (24.2), Bargnani (14.8), Shved (14.8)
Rebounds: Anthony (6.6), Amundson (6.1), Aldrich (5.4)
Assists: Shved (3.6), Galloway (3.3), Anthony (3.1)

Il momento più bello della stagione:

 

CENTRAL DIVISION
Cleveland Cavaliers: 53-29
Chicago Bulls: 50-32
Milwaukee Bucks: 41-41
Indiana Pacers: 38-44
Detroit Pistons: 32-50

 

CLEVELAND CAVALIERS: 8
Il ritorno di LeBron, l’arrivo di Love e successivamente un mercato in continuo movimento. Probabilmente la squadra più discussa dell’anno sin dall’inizio. La stagione inizia male, e quando quattro vittorie di fila con 119.3 punti segnati di media sembrano cancellare il brutto avvio, arrivano subito altrettante sconfitte consecutive con l’attacco che produce appena 89.5 punti per gara. Iniziano gli screzi interni, Blatt è l’imputato numero uno, Love è la bruttissima copia di quello ammirato a Minnesota e dopo la sconfitta contro Phoenix dell’11 gennaio il record è addirittura negativo: 19-20. La stagione del ritorno di James sembra un fallimento, ma il #23 non ci sta e si carica la squadra sulle spalle da vero leader: 12 vittorie consecutive e un sospiro di sollievo per i tifosi, nulla è perduto. L’infortunio di Varejao costringe i Cavs a correre ai ripari, arriva Mozgov accompagnato da J.R. Smith e Shumpert che “scappano” da New York in cerca di fortuna. Cleveland col tempo si aggiudica il secondo posto grazie anche alla pochezza delle altre pretendenti; il primo turno dovrebbe essere una passeggiata, poi James potrebbe ritrovare Chicago per una sfida mozzafiato. Ora la continuità è d’obbligo, perché con una squadra così vincere il titolo è l’unico modo per non deludere le attese.

TOP: LeBron James. Facile individuare il migliore dei Cavs, anche perché Irving e soprattutto Love non sono quasi mai riusciti a dare continuità alle loro prestazioni. L’MVP di Cleveland è LeBron senza se e senza ma, nonostante non sia stata la stagione migliore della sua carriera. Il nativo di Akron ha chiuso la sua annata con 25.3 punti, 7.4 assist e 6 rimbalzi di media. Dopo cinque stagioni con più del 50% al tiro, quest’anno James chiude con il 49% e raggiunge anche le 3.9 palle perse a partita che rappresentano il suo massimo in carriera. I suoi numeri restano comunque ottimi, considerando che senza di lui questi Cavs ora difficilmente sarebbero tra le prime quattro.

FLOP: Kevin Love. Ci si aspettava sicuramente di più da lui, e gli screzi con LeBron sono la dimostrazione di quanto non sia un buon momento per l’ex Minnesota. Chiude con 16.3 punti, 9.8 rimbalzi e 2.3 assist, che paragonati ai 26.1+12.5+4.4 della passata stagione sono quasi spiccioli. Se era possibile pensare ad un calo delle sue cifre, non ci si aspettava sicuramente un atteggiamento così passivo dal punto di vista mentale. I playoff sono un’altra storia, e Love è fondamentale per raggiungere il titolo: i Cavs hanno bisogno di lui.

Team Leaders
Points: James (25.3), Irving (21.9), Love (16.3)
Rebounds: Love (9.8), Thompson (8.0), Mozgov (7.0)
Assists: James (7.4), Irving (5.2), Dellavedova (2.9)

Il momento più bello della stagione:


CHICAGO BULLS: 7

Il terzo posto a Est non è da buttare, ma i tifosi dei Bulls si aspettavano di più. Le precarie condizioni di Rose sono state e potrebbero ancora essere il vero problema di Chicago, dato che il solo Brooks non può bastare a dirigere l’orchestra. L’inizio di stagione è altalenante, poi 10 vittorie su 11 partite ridanno fiducia ai Bulls. Si arriva alla pausa per l’All-Star Game con la confortante vittoria su Cleveland e il record di 34-20, ma alla ripresa dei giochi qualcosa si rompe. Chicago perde due partite contro Detroit e due contro Charlotte tra fine febbraio ed inizi di marzo, vedendo scappare le prime due e soffiando per un pelo il terzo posto a Toronto. Rose è tornato per l’ennesima volta, speriamo di rivedere la sua classe perché ci manca, troppo.

TOP: Pau Gasol. Nonostante l’ottima stagione di Butler, candidato numero uno al premio di “Most Improved Player”, la nostra scelta ricade sullo spagnolo. Pau vive una seconda giovinezza, torna aggressivo come non lo si vedeva da tempo in NBA e mette insieme doppie doppie a non finire: ben 56. L’ex Lakers chiude la sua stagione con 18.5 punti, 11.8 rimbalzi (massimo in carriera) e 1.9 stoppate, tira con il 50% e trascina i suoi nei momenti di maggiore difficoltà, come dimostrano i 20 punti e 12.6 rimbalzi con il 57% dal campo nel mese di febbraio.

FLOP: Kirk Hinrich. In assenza di Rose c’era bisogno di lui, molto più di quanto potesse sembrare. Ed invece il trentaquattrenne si perde: 5.7 punti, 2.2 assist, 1.8 rimbalzi, 0.7 recuperi ed il 37% al tiro, tutti minimi in carriera. Ora c’è Washington, ed in tre partite Kirk ha segnato appena 3 punti con 1 canestro su 8 tentativi. Si può fare di più.

Team Leaders
Points: Butler (20.0), Gasol (18.5), Rose (18.0)
Rebounds: Gasol (11.8), Noah (9.6), Gibson (6.4)
Assists: Rose (5.0), Noah (4.7), Butler (3.3)

Il momento più bello della stagione:


MILWAUKEE BUCKS: 8

Jason Kidd mette alle spalle la brutta stagione con i Nets e conduce Milwaukee ai playoff senza troppe difficoltà. Ad Est con il 50% di vittorie sei dentro, e quando i Bucks si ritrovano sul 31-23 grazie a 9 vittorie su 10 incontri, capiscono che sarà una stagione piena di soddisfazioni. L’infortunio di Jabari Parker, fino ad allora candidato numero uno al premio di “Rookie Of The Year”, complica un po’ le cose, così come l’addio di Knight che vola a Phoenix. Senza Brandon, miglior realizzatore ed assist-man della squadra, tocca a Michael Carter-Williams guidare l’orchestra. MCW però non riesce ad essere incisivo, e i Bucks ne risentono perdendo 11 delle 15 partite nel mese di marzo. Aprile regala qualche soddisfazione in più, anche se ora la post-season sarà dura: Chicago sembra un ostacolo insormontabile, ma questi ragazzi fanno divertire e un anno di esperienza ai playoff non può che far bene ad Antetokounmpo e compagni.

TOP: Giannis Antetokounmpo. Il greco dalle braccia lunghissime è ormai un idolo negli States. Ottimo su entrambi i lati del campo, migliora di gran lunga i suoi numeri dell’anno da rookie. Segna 12.8 punti contro i 6.8 della passata stagione, tira giù 6.7 rimbalzi e smazza 2.5 assist per gara. Migliora anche le sue percentuali al tiro passando dal 41% al 50%, nonostante peggiori notevolmente dall’arco (dal 35% al 16%). Stoppa, corre, lotta, vola e fa divertire: Giannis ha fatto innamorare l’intera America.

FLOP: Michael Carter-Williams. Il Rookie dell’anno 2013-2014 non brilla con la canotta dei Bucks. Sostituire Knight era un’impresa ardua e siamo d’accordo, ma oltre ad aver diminuito le sue cifre rispetto allo scorso anno, ha fatto ancora peggio nel passaggio da Philadelphia a Milwaukee. 14.4 punti con il 15% dal perimetro da quando è arrivato alla corte di coach Kidd, con 5.6 assist e 3.9 rimbalzi di media. Ai 76ers in 41 partite aveva messo a referto 15 punti, 7.4 assist e 6.2 rimbalzi. Ora le responsabilità sono maggiori rispetto al disastro di Philadelphia, e lui ha ancora tanto da dimostrare, magari i playoff lo aiuteranno a crescere e a migliorarsi.

Team Leaders
Points: Michael Carter-Williams (14.4), Middleton (13.3), Antetokounmpo (12.8)
Rebounds: Pachulia (6.9), Antetokounmpo (6.7), Ilyasova (4.8)
Assists: Michael Carter-Williams (5.6), Bayless (3.0), O.J. Mayo (2.8)

Il momento più bello della stagione:


INDIANA PACERS: 5.5

Dal primo posto della passata stagione al nono di quest’anno. Una parabola discendente segnata dall’addio di Stephenson e dall’infortunio che ha tenuto Paul George lontano dal parquet per 76 partite, ma non solo: Hibbert non è più il centro del 2013 e West è in evidente declino. Dopo un avvio di alti e bassi arrivano 10 sconfitte su 11 partite che affossano i Pacers sul 7-17. Poi vittorie e sconfitte si alternano fino a 7 perse di fila contro avversari non irresistibili come Detroit, Minnesota, Charlotte e Philadelphia. Sembra tutto perduto ma Indiana si scuote e nel mese di marzo con 7 W di fila si riporta a ridosso dei playoff. Quando la stagione dei Pacers sembra vicina a una svolta con il ritorno di George alle porte, arrivano altre 6 sconfitte di fila che riallontano i ragazzi di Vogel dall’ottavo posto a Est. Finita qui? No. Un’altra resurrezione con 6 vittorie su 8 partite che però non basta. A pari merito passa Brooklyn, avanti 2-1 negli scontri diretti.

TOP: George Hill. Rientra per due volte da un infortunio in stagione, ed in entrambi i casi riporta i suoi a delle strisce positive. Finisce la sua stagione con 16 punti, 5.1 assist e 4.1 rimbalzi a incontro, tira con il 48% e risulta determinante nella fase finale della stagione. A marzo viaggia a 19.4 punti tirando con il 52%, rifilando 30 punti a Boston e 28 a Brooklyn, a dimostrazione del fatto che quando la palla pesa lui non si tira indietro.

FLOP: David West. Peggior stagione da quando è a Indiana, prestazioni atleticamente non all’altezza e numeri che crollano. Segna 11.8 punti a partita (mai così male dal 2005), tirando con il 21% dall’arco. Quando si arriva al rush finale lui si scansa segnando appena 9.4 punti nel mese di marzo in 27’ di utilizzo. In assenza di George ci si aspettava di più dal #21, decisamente.

Team Leaders
Points: Hill (16.0), C.J. Miles (13.3), Stuckey (12.6)
Rebounds: Hibbert (7.1), West (6.8), Scola (6.5)
Assists: Hill (5.1), C.J. Watson (3.6), Sloan (3.6)

Il momento più bello della stagione:


DETROIT PISTONS: 4.5

L’unica scusante è quella degli infortuni, perché con un roster così si poteva e si doveva fare meglio, soprattutto in partenza. Tra il 15 novembre ed il 9 dicembre arrivano ben 13 sconfitte consecutive, poi Smith fa le valigie e Jennings e Drummond decidono di dominare, portando Detroit ad agganciare la zona playoff con 9 vittorie su 10 gare giocate. Ma proprio quando i tifosi dei Pistons iniziano a sognare, Jennings deve dare l’arrivederci al parquet alla stagione successiva, con conseguente crollo verticale dei suoi. Tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo arrivano 10 sconfitte di fila, ma con un Reggie Jackson in più in arrivo da OKC gli uomini di Van Gundy riescono a ritrovare qualche vittoria e qualche sorriso. Quando il nativo di Pordenone riesce a condurre i suoi a 5 vittorie su 6 incontri è ormai troppo tardi: il treno dei playoff è perso e anche quest’anno si può parlare di fallimento, soprattutto a livello organizzativo.

TOP: Andre Drummond. Per il gigante ex Connecticut una bella stagione da 13.7 punti, 13.5 rimbalzi ed 1.9 stoppate con il 51% al tiro. La sua lacuna principale resta la scarsa precisione dalla linea della carità, con un impietoso 39%, ma il suo dominio sotto le plance è fuori discussione. Infine, mette insieme 11 partite con più di 20 rimbalzi tirati giù, con un season-high di 25 contro Golden State.

FLOP: Josh Smith. Per fortuna disputa solo mezza stagione con la casacca di Detroit. Non sono i numeri ad essere pessimi, quanto la sua mancanza di aggressività e di voglia di fare, e forse anche l’incompatibilità con Drummond e Monroe. In 28 partite viaggia a 13.1 punti, minimo in carriera se si escludono i primi due anni in NBA, con il 39% al tiro (non era mai sceso al di sotto del 40%) ed il 47% dalla lunetta (mai sotto il 50% prima d’ora). Per fortuna sua e dei Pistons decide di andar via, con la conseguente esplosione di Monroe.

Team Leaders
Points: Jackson (17.4), Monroe (16.0), Jennings (15.4)
Rebounds: Drummond (13.5), Monroe (10.3), Jackson (4.7)
Assists: Jackson (9.1), Jennings (6.6), D.J. Augustin (4.9)

Il momento più bello della stagione:

SOUTHEAST DIVISION

Atlanta Hawks: 60-22
Washington Wizards: 46-36
Miami Heat: 37-45
Charlotte Hornets: 33-49
Orlando Magic: 25-57

 

ATLANTA HAWKS: 10
Primi a Est con un mese d’anticipo. Non ci avrebbe scommesso nemmeno il tifoso più ottimista e invece è andata così: senza troppi affanni gli Hawks si sono accaparrati il fattore campo almeno fino alle Finals superando quota 60 vittorie in stagione. Tre sconfitte nelle prime quattro partite, poi si inizia subito a fare sul serio: dicembre frutta ben 14 vittorie e sole 2 sconfitte con un quintetto che gira alla perfezione (quattro dei cinque titolari prenderanno parte all’ASG di Brooklyn), ma non è finita qui. Le aquile iniziano a sognare, sia perché non costa niente, sia perché il 2015 inizia in maniera paurosa con Teague e compagni che vincono 17 gare su 17 nel mese di gennaio: primo posto ad Est e per la prima volta nella storia il premio di “Giocatore del mese” viene attribuito all’intero quintetto di partenza. Tra febbraio e marzo i ragazzi di coach Budenholzer si tolgono la soddisfazione di battere Golden State, Cleveland e Houston dimostrando di non essere lì per caso, lasciando poi qualche vittoria alle avversarie con la prima piazza ormai in tasca. Ora è tempo di playoff, gli Hawks non sono i favoriti ma come abbiamo già detto, sognare non costa niente. Giusto?

TOP: Paul Millsap. C’è l’imbarazzo della scelta, ma l’MVP della stagione degli Hawks lo assegniamo all’ex Jazz. Affidabile sia in attacco che in difesa, ha messo insieme numeri da vero leader: 16.7 punti, 7.8 rimbalzi, 3.1 assist e 1.8 recuperi a partita. Il prodotto di Louisiana ha fatto registrare anche un buon 48% al tiro con il 36% dall’arco.

FLOP: Difficile se non impossibile, perché se Atlanta ha vinto la Eastern Conference il merito è del collettivo. Budenholzer ha messo in piedi una realtà molto simile a quella degli Spurs dove è la squadra intera a fare la differenza. Per ora ci asteniamo, magari ne riparliamo dopo la post-season.

Team Leaders
Points: Millsap (16.7), Teague (15.9), Horford (15.2)
Rebounds: Millsap (7.8), Horford (7.2), Carroll (5.3)
Assists: Teague (7.0), Schroder (4.1), Horford (3.2)

Il momento più bello della stagione:


WASHINGTON WIZARDS: 6.5

Grazie ad un gran avvio di stagione i Wizards si piazzano al quinto posto a Est per il secondo anno consecutivo. In realtà sarebbe potuta andare meglio, dato che a fine 2014 il record era di 22-9 con un mese di dicembre da favola. Poi tra la fine di gennaio e febbraio arrivano 4 vittorie e 13 sconfitte e, con le altre contendenti che macinano vittorie su vittorie, Washington si ritrova di colpo fuori dalle prime quattro. Il rientro di Beal e le prestazioni maiuscole di Wall ridanno fiato ai Wizards che si presentano alla post-season con due incoraggianti vittorie su Atlanta e Memphis. Ora conterà tanto l’esperienza di Pierce, che tra marzo e aprile ha visto calare i suoi numeri.

TOP: John Wall. Si conferma la stella indiscussa dei Wizards. Stagione mostruosa da 17.6 punti e 10 assist di media, con il 45% al tiro e 1.8 recuperi per gara. Nel mese di dicembre è stato capace di mettere insieme 7 partite con più di 10 assist, mentre a gennaio ha terminato tutti gli incontri senza mai scendere sotto quota 10 punti e 6 assistenze. Molto ai playoff dipenderà da lui e dalla sua capacità di coinvolgere i compagni.

FLOP: Nene Hilario. Spesso sottotono, complici anche alcuni problemi fisici, rende meno rispetto allo scorso anno. Passa da 14.2 ad 11 punti e fa registrare appena 0.3 stoppate per partita. Era dalla travagliata stagione con sole 16 partite disputate a Denver del 2007 che non terminava il campionato con così pochi punti e rimbalzi. Sotto le plance c’è bisogno della sua cattiveria agonistica per intimorire gli avversari, coach Wittman ci spera.

Team Leaders
Points: Wall (17.6), Beal (15.3), Gortat (12.2)
Rebounds: Gortat (8.7), Humphries (6.5), Nene (5.1)
Assists: Wall (10.0), Beal (3.1), Pierce (2.0)

Il momento più bello della stagione:


MIAMI HEAT: 6

Gli Heat pagano a caro prezzo l’assenza di Bosh per metà stagione e, dopo aver preso parte alle ultime 4 Finals, quest’anno non disputeranno neanche i playoff. Con la fine dell’era James, Miami punta su Bosh e Wade con un inizio di stagione tutto sommato positivo: a fine novembre il record recita 9-7. Poi una serie di sconfitte in trasferta dimostrano che qualcosa manca, fino alla scoperta di Whiteside che si rivela l’ottimo difensore che mancava ai ragazzi di Spoelstra. Proprio quando le cose sembrano girare in meglio, Bosh è costretto ad alzare bandiera bianca e gli Heat, nonostante l’arrivo di Dragic, crollano perdendo prima il settimo posto e successivamente anche l’ultima piazza utile per la post-season.

TOP: Dwyane Wade. Gli acciacchi e le ginocchia che scricchiolano non fermano il talento del #3. Stagione da 21.5 punti, 4.8 assist e 3.5 rimbalzi tirando con il 47%, prestazioni da leader quando la palla scotta (40 punti a Detroit per dirne una) ed un mese di marzo da stropicciarsi gli occhi che però a nulla serve per raggiungere il suo habitat naturale: i playoff quest’anno dovranno fare a meno di D-Wade.

FLOP: Mario Chalmers. Con l’addio di LeBron ci si aspettava che si prendesse qualche responsabilità in più, e invece il suo apporto non migliora. Anche se i 10.2 punti a partita risultano il suo massimo in carriera, il 29% dall’arco ed i 3.8 assist sono poca cosa per il prodotto di Kansas. L’arrivo di Dragic lo affossa: in 7 partite disputate ad Aprile realizza appena 4.7 punti per gara.

Team Leaders
Points: Wade (21.5), Bosh (21.1), Dragic (16.6)
Rebounds: Whiteside (10.0), Bosh (7.0), Deng (5.2)
Assists: Dragic (5.3), Wade (4.8), Chalmers (3.8)

Il momento più bello della stagione:


CHARLOTTE HORNETS: 4.5

Niente playoff per gli Hornets che, complici i vari infortuni, terminano all’undicesimo posto a Est. Con Walker, Jefferson e Mo Williams spesso assenti dal parquet, Charlotte subisce 10 sconfitte consecutive ritrovandosi sul 4-15. Gli uomini di Clifford alternano strisce positive ad altre negative. Dopo 4 sconfitte di fila infatti arrivano 4 vittorie, poi altre 5 sconfitte e successivamente ancora 5 vinte. Sul 22-27 la sensazione è quella di poter raggiungere la fase finale, ma gli acciacchi condannano Walker e compagni per tutta la stagione, fino a perdere gli ultimi 6 incontri. Jordan non sarà sicuramente felice, ma la sfortuna non ha aiutato di certo.

TOP: Kemba Walker. E’ lui l’MVP degli Hornets. 17.3 punti di media conditi da 5.1 assist e 3.5 rimbalzi, tira con il 39% e prova a guidare i suoi con 23.6 punti nel mese di dicembre sino all’infortunio. Salta l’intero mese di febbraio e quando rientra a marzo ci mette un po’ a rientrare in ritmo, ma è l’ultimo ad arrendersi.

FLOP: Lance Stephenson. Stagione da dimenticare per “Born Ready”. Scende dai 13.8 agli 8.2 punti rispetto allo scorso anno, diminuendo anche il numero di assist (da 4.6 a 3.9) e di rimbalzi (da 7.2 a 4.5). L’impressione è che non siano stati solo gli acciacchi a limitarlo, forse non si è mai calato con decisione nella nuova avventura. Da cestinare anche il 17% da tre punti con il quale ha chiuso la sua quinta esperienza in NBA.

Team Leaders
Points: Walker (17.3), Jefferson (16.6), Henderson (12.1)
Rebounds: Jefferson (8.4), Kidd-Gilchrist (7.6), Biyombo (6.4)
Assists: Walker (5.1), Stephenson (3.9), Henderson (2.6)

Il momento più bello della stagione:


ORLANDO MAGIC: 5.5

Non ci si aspettava troppo a inizio stagione, sia per l’età media della rosa, sia perché la panchina non prometteva profondità e grandi doti. Ma è un anno tutto sommato positivo segnato dall’esplosione definitiva di Vucevic e dalla crescita esponenziale di Oladipo, alle quali va aggiunto un miglioramento nella parte finale della stagione di Payton. A onor del vero i playoff erano alla portata di questa squadra, ma gennaio ha messo una croce sulle speranze dei Magic portando con sé 13 sconfitte e 2 sole vittorie. E se febbraio aveva dato segnali incoraggianti, marzo ha dimostrato le lacune di una squadra da lavori in corso (3W-11L). Contiamo molto sulla prossima stagione, quando Orlando potrebbe essere la sorpresa a Est, con l’obiettivo di prendere parte alla post-season.

TOP: Nikola Vucevic. Il #9 sarà uno dei centri più dominanti del futuro, ed i numeri sono dalla sua parte. Doppia doppia di media con 19.3 punti e 10.9 rimbalzi, tira con il 53% migliorando le sue precedenti tre stagioni e conclude 73 delle 74 partite disputate in doppia cifra. Il 3 aprile fa registrare il suo career-high da 37 punti ai quali aggiunge 17 rimbalzi, ma è solo una delle 6 partite terminate superando quota 30. L’unico limite finora dimostrato è quello difensivo, ma siamo fiduciosi sul fatto che riuscirà a migliorare anche quest’aspetto.

FLOP: Ben Gordon. Il trentaduenne vive un’altra stagione travagliata dopo le sole 19 partite giocate lo scorso anno con la canotta di Charlotte, facendo registrare 6.2 punti, 1.1 rimbalzi e 0.9 assist. Non ci si aspettava il giocatore che nel 2006 a Chicago demoliva le difese avversarie, ma un apporto più incisivo data anche la sua esperienza sì.

Team Leaders
Points: Vucevic (19.3), Oladipo (17.9), Harris (17.1)
Rebounds: Vucevic (10.9), Harris (6.3), Dedmon (5.0)
Assists: Payton (6.5), Oladipo (4.1), Fournier (2.1)

Il momento più bello della stagione:

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