Ecco i motivi che hanno spinto Kevin Durant verso gli Warriors

L’origine della decisione di Kevin Durant di unirsi ai Golden State Warriors, lasciando molti tifosi NBA con l’amaro in bocca.

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Tim Bontemps di The Washington Post analizza nei dettagli l’origine della decisione di Kevin Durant di unirsi ai Golden State Warriors, lasciando molti tifosi NBA con l’amaro in bocca. 

Un momento come quello che Kevin Durant ha regalato al mondo NBA in quel di lunedì, quando ha annunciato che avrebbe lasciato gli Oklahoma City Thunder per unirsi ai Golden State Warriors, non accade solo per un evento, per un episodio. Bensì, momenti come questi accadono per una serie di eventi – molti dei quali sembrano passarci davanti senza che noi ce ne accorgiamo – che si aggiungono a ciò che il mondo NBA ha provato leggendo la lettera di Durant su The Players’ Tribune (qui quella tradotta).

Il sentiero che ha condotto alla partenza di KD inizia in una sala reunioni vicino a Central Park a Manhattan cinque anni fa, e inizia con le trattative tra NBA e la NBPA (associazione dei giocatori NBA) che vennero fuori con un nuovo accordo di contrattazione collettiva (CBA) mettendo fine al lockout del 2011.

No, la NBA non è del tutto colpevole per l’addio di Durant a Oklahoma City, come molti hanno detto in seguito alla sua decisione. Ma alcune delle trattative che si svolsero nella notte di quel lontano 26 Novembre 2011 hanno messo in moto alcuni eventi che hanno portato alla decisione di Durant.

In seguito alla formazione del trio LeBron James, Dwyane Wade e Chris Bosh formatosi ai Miami Heat l’anno precedente, i proprietari della lega istituirono una luxury tax di gran lunga più punitiva che impediva alle franchigie di accumulare giocatori All-Star proprio come gli Heat avevano fatto. Ma, mentre la tassa portò i Miami Heat alla decisione di rinunciare a Mike Miller per risparmiare soldi, facendo irritare giocatori come LeBron, ebbe effetto anche su un gruppo di giovani stelle in erba a Oklahoma City.

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Oklahoma City era nel bel mezzo di un’ascensione verso il vertice della NBA, costruita attorno a un quartetto di giocatori giovani: Kevin Durant, Russell Westbrook, James Harden e Serge Ibaka. Quei Thunder giunsero fino alle finali NBA nel 2012, vincendo contro i San Antonio Spurs lungo il cammino prima di perdere contro i Miami Heat in cinque gare. Sembrava l’inizio di una dinastia ad Ovest e la squadra che avrebbe affrontato gli Heat di James negli anni a seguire.

Ma le cose non andarono esattamente così. I Thunder, spaventati da quella luxury tax, decisero di cedere Harden invece di pagare la tassa quando le due parti litigarono sull’estensione del contratto nell’Autunno del 2012. Oklahoma City colse di sorpresa la lega cedendo James Harden a Houston in cambio di ciò che si rivelò solo un mucchio di giocatori ingombranti (anche se i Thunder trovarono il loro attuale centro titolare, Steven Adams).

Ciò che i Thunder non si aspettarono al tempo fu che la NBA stava per ricevere un enorme somma di denaro dal successivo contratto televisivo – lo stesso che sta scioccando il mondo NBA quest’estate con l’aumento del salary cap del 35% circa. Magari Oklahoma City avrebbe evitato la luxury tax completamente o la avrebbe pagata solo una o due volte, se avesse tenuto Harden a causa dell’inflazione dei salari NBA in corso.

Tuttavia, sembrava che i Thunder avessero quel tipo di squadra capace di vincere titoli in ogni caso, con un nucleo di Durant, Westbrook e Ibaka. Però, in seguito, ognuna delle tre stelle subì un infortunio nelle tre stagioni successive – una lacerazione del menisco per Westbrook nel 2013, un infortunio al polpaccio per Ibaka nel 2014 e un piede rotto per Durant nel 2015 – che impedì a OKC di avere il roster al completo al termine della stagione.

Nel frattempo, un’altra decisione reduce dalle contrattazioni per il lockout del 2011 si impose minacciosamente la scorsa estate. Quando i proprietari della lega e i giocatori trovarono l’accordo, la possibilità di dare ai giocatori un’estensione di cinque anni del contratto l’anno prima della free agency fu annullata. Lo scorso anno, se i Thunder avessero potuto offrire a Durant un’estensione di cinque anni, sarebbero stati in grado di testare le sue intenzioni. Se si fosse rifiutato di estendere il contratto, a quel punto Oklahoma City avrebbe potenzialmente cercato una trade – per quanto potesse risultare doloroso – per ottenere qualcosa al suo posto.

Ma, poiché i Thunder non avevano questa opportunità, hanno dovuto aspettare e vedere cosa avrebbe scelto Durant. Nel mezzo delle finali di conference ad Ovest in primavera, sembrava che l’attesa di Oklahoma City si fosse rivelata la mossa azzeccata. I Thunder si erano portati in vantaggio 3-1 su Golden State in quella serie, spazzando via il record di 73 vittorie degli Warriors in gara 3 e gara 4 ad Oklahoma City e portandosi a una vittoria di distanza dal ritorno dei Thunder in finale NBA quattro anni dopo il loro primo viaggio; per giunta, con il rematch contro LeBron James che Durant e Westbrook volevano disperatamente.

In seguito arrivò la rimonta di Golden State nella serie, inclusa una strabiliante prestazione in gara 6 che, si potrebbe facilmente ipotizzare, gli Warriors non sarebbero mai stati in grado di duplicare se rigiocassero la partita mille volte. Klay Thompson giocò la partita della vita, mettendo a segno 41 punti e segnando 11 triple, e lui e Stephen Curry segnarono insieme 72 punti per vincere quella partita prima dei 36 punti di Curry in gara 7 che rimandarono i Thunder a casa per l’estate.

Anche allora, sembrava che Durant sarebbe tornato ad Oklahoma City. Gli Warriors avevano sconfitto il loro demone e la supposizione era che avrebbero vinto il secondo titolo di fila, coronando la migliore stagione NBA di sempre e rendendo difficile – se non impossibile – per Durant unirsi a loro sulle orme di tutto ciò.

James e i Cleveland Cavaliers, però, la pensavano diversamente. Dopo che Draymond Green fu sospeso per gara 5 delle finali, i Cavs diedero inizio alla loro rimonta da 1-3 a 4-3 per portare un titolo a Cleveland per la prima volta dopo 52 anni. Improvvisamente, un altro evento che doveva tenere Durant lontano da questa decisione era svanito.

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Poi fu piantato l’ultimo chiodo nella bara dei Thunder, con l’aumento significativo del salary cap. Realisticamente, questo non era qualcosa che potesse essere negoziato nel 2011 – al tempo, l’accordo era che il nuovo accordo televisivo della lega, a partire dalla prossima stagione, raddoppiasse. Invece, è triplicato – a 24 miliardi di dollari in nove anni – permettendo al salary cap di aumentare incredibilmente quest’estate.

Quando entrò in gioco l’accordo televisivo, la NBA sapeva che sarebbero potuti sorgere problemi all’orizzonte, così andò dall’associazione dei giocatori per provare a negoziare una proposta che avrebbe portato il denaro nel sistema più gradualmente ed evitare impennate improvvise del salary cap. La NBPA, tuttavia, rifiutò la proposta, pensando che fosse meglio ricevere subito l’intera somma di denaro.

Il risultato è che quest’estate, con il salto del salary cap a 94 milioni per la stagione 2016/2017, le cinque squadre che hanno fissato un incontro con Kevin Durant (Warriors, Spurs, Clippers, Celtics e Heat) avevano l’opportunità di offrirgli un contratto senza rinunciare ad altri prezzi pregiati della squadra. Questo include la fortuna di Golden State, se così si può chiamare, dei problemi alla caviglia di Stephen Curry che lo portarono a firmare un contratto di 4 anni a 44 milioni nel 2012 – una trattativa che è diventata il miglior affare contrattuale nella NBA.

È stato uno scenario senza precedenti quello che ha permesso a Durant di cogliere l’occasione di giocare per gli Warriors con Curry, Thompson, Green e Iguodala. Un’occasione che si è dimostrata troppo ghiotta per essere rifiutata.

E così, Durant ha annunciato lunedì che lascerà il Midwest per la baia di San Francisco, creando uno stato di panico generale che sembra destinato ad andare avanti ancora per molto. Ma, l’origine di questa decisione non è arrivata lo scorso weekend, nei tre giorni d’incontri con quelle sei squadre. Al contrario, deriva da una serie di eventi nel corso degli ultimi anni, culminati nello sbalorditivo annuncio di lunedì.”

 

(pezzo tradotto da The Washington Post a cura di Gianluca Brambilla)

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